Le lunghe giornate di luce e di svago consentono di abbracciare tutte quelle attività che ci fanno stare bene e se adesso siete qui con me è perché una di queste attività per voi benefiche è la lettura.
La seconda mandorla estiva che vi suggerisco èNon disturbare di Claudio Marinaccio, un libro ideale da leggere sia quando siamo rilassati (e quindi bendisposti verso il prossimo) sia quando siamo coinvolti in una delle situazioni descritte (e pertanto in balìa di moti emozionali poco concilianti).
Queste righe divertenti, canzonatorie, talora affilate come coltelli, talaltra delicate come petali di rosa, aprono uno squarcio su una realtà che ci riguarda tutti: il desiderio di stare tranquilli quando ci gustiamo un “caffè”, quando leggiamo un giornale o un “libro”, quando vogliamo recuperare le energie a letto la domenica mattina.
I brani accontentano tutti i palati: dal vegetariano – che non può non riconoscersi nella fanciulla che varca la soglia di un bar – al finto esperto pasoliniano, un essere terrestre che segue l’onda modaiola cullato da una non conoscenza imbarazzante.
Questo libro è suddiviso in porzioni che nella loro brevità ci forniscono un grimaldello interpretativo delle ragioni per cui si legge poco e dei fattori che concorrono a formare il prezzo del “pane”. E se tutto può essere rateizzato e una comunicazione con chi non “sente benissimo” può apparire bonariamente difficoltosa, l’elemento disturbante a volte diviene l’alleato in grado di fornirci l’alibi per non portare a termine un compito che incombe su di noi.
Varcando il confine fra il detto “arrivederci” e lo sperato “addio”, notiamo come nulla (dalla religione alla politica, dalla vita quotidiana agli affetti) venga risparmiato dalla battuta, battuta che strappa un sorriso e che riesce anche a stimolare ragionamenti intimistici che segnano un cambio di prospettiva inaspettato.
Con un ritmo fresco e incalzante e pronunciando quelle parole che noi ci limitiamo solo a ripetere nella nostra testa, l’autore trova espedienti sempre nuovi per uscire con ironica intelligenza da situazioni che ci cadono addosso, se non quotidianamente, con una frequenza di cui faremmo volentieri a meno. Allora proviamo, magari una volta, ad affrontare la realtà in maniera diversa e a inchiodare spalle al muro il ‘disturbatore’ di turno con la potenza della parola, nel limite della rispettosa educazione ça va sans dire.
Alla maniera dei grandi moralisti francesi, Giacomo Sartori anziché fare i pistolotti dimostra di avere una coscienza. Questa esibizione, non disgiunta da un certo narcisismo indispensabile all’atto letterario, è ora un libro intitolato Autismi, già celebre perché pubblicato a puntate nel corso di svariati anni sul lit-blog Nazione indiana. Anche se la sua collocazione naturale sarebbe la Piccola Biblioteca Adelphi, ad occuparsene stavolta sono i tipi di Miraggi Edizioni. Come in Montaigne o in La Rochefoucauld, Sartori compone uno zibaldone di pensieri e piccole storielle, procedendo per balzi e strappi, ribadendo nei titoli dei pezzetti l’uso del pronome possessivo mio: Il mio lavoro, Il mio primo infarto, Il mio attuale editore… L’io di Sartori, micragnoso nell’arte dello storytelling (per fortuna), non lesina spietatezze e illuminazioni. Si occupa di quello di cui si può occupare una coscienza, cioè di tutto, dalla patria alla cacca.
Non è un libro “facile” quest’ultima opera letteraria di Giacomo Sartori, Autismi (Miraggi, pp. 224, euro 16), ma di certo sa affascinare e coinvolgere gli affezionati lettori dello scrittore trentino/parigino. Sedici episodi, distinti, ma comunque interconnessi, che trovano riferimenti con l’autore in una sorta di autobiografia. “La mia città è il posto dove è impossibile essere felici … Per non parlare delle idee, che appena nate sbattono contro le pareti di roccia”. Lo stile è ironico, definisce sua madre “fanatica delle apparenze altoborghesi e criminalmente anticonformista”, attraversato da una sottile vena comica, contraltare a una scrittura con riflessi scientifici, quasi volesse ancorarla alla terra alludendo alla sua professione di agronomo: “Il mio lavoro consiste nel fare buche nella terra … Mi ci seppellisco, si potrebbe dire. Però a differenza di un altro seppellimento, nessuno poi aggiunge altra terra tra me e lo scavo … Posso guardare un rettangolo di cielo”. Silvia Vernaccini
Sono passati sei mesi dall’ultima operazione, dal letto di metallo, dall’anestesia, dal candore tutt’intorno, dall’ospedale, dalla voce dell’infermiera, dalla totale asepsi. Andrea guarda il tutor a forma di sesso. Sorride. Apre l’armadietto sotto il lavandino e lo getta nella pattumiera. Ringrazia, ma non ne ha più bisogno. I giorni sono scivolati, uno dopo l’altro, come i grani del rosario di quella nonna il cui unico ricordo è proprio raccolta in preghiera col velo in testa in chiesa. Il caffè borbotta sul fuoco. Allunga una mano, spegne il gas e si ritrova a riflettere sul fatto che compie sempre gli stessi gesti. Tutto è uguale a prima. Eppure ora tutto è completamente diverso. Prende le chiavi di casa. Prima di uscire si guarda nello specchio. Le gambe sono lunghe. La muscolatura è morbida. Sono io, si dice. A volte alta. Di fronte alla sua immagine riflessa. Non appena sul marciapiede inizia a correre. E pensa che se ne vorrebbe andare. Del resto perché si trattiene in quella città che non ama? Non ha nulla lì, ha un padre che si imbarazza della sua presenza, e la madre…
L’arte è un settore in continua evoluzione e ormai, anche se in realtà l’idea del fare della propria esistenza un capolavoro non è certo nuova, si è imposto all’attenzione dei più il concetto di performance: ogni aspetto della vita viene considerato un tassello nella costruzione di una persona/personaggio. Batsceba Hardy è una fotografa, vive a Milano, a lungo è stata a Berlino, parla dell’arte dell’imperfezione, della sottrazione e della definizione e sostiene testualmente nel suo manifesto ‒ che non ama le maiuscole ed è poliglotta come tutto il suo sito Internet, spazio che più d’ogni altro la rappresenta e in cui, solo, sembra vivere davvero ‒ che “l’arte è morta. concettualmente deprivata della sua necessità di esistere. argomentazioni vuote. inutili dissertazioni. bla bla disperante. ma l’artista non morirà mai. l’artista è colui che non sa fare altro che quello che fa: pensare per astrazione ed esprimere astrazione con ogni cosa lo circonda. il diverso non per scelta ma per essenza. colui che sta al di fuori. il raccontatore di storie. l’inefficace”. In questo suo romanzo corale, caleidoscopico e psichedelico, in cui sono fondamentali l’immagine e l’immaginazione, descrive bene e in modo avvincente con la forza di un diario polifonico la storia di due gemelli, Annalia e Andrea, prima fratello e sorella, ora entrambi di sesso femminile, in cerca di sé e di un nuovo reciproco rapporto.
Il suono di Torino. Racconti urbani con colonna sonora punk(Miraggi Edizioni), di DomenicoMungo, è una bellissima e originale raccolta che narra il capoluogo piemontese attraverso un’operazione totale. Lo stile a puzzle di JohnDosPassos e quello ermetico senza fiato di NanniBalestrini si incontrano davanti a Mirafiori e si mischiano, con il gergo volgo-forbito di Vittorio Giacopini. Stragi fasciste, scioperi di guerra, orgoglio operaio, esecuzioni capitali nell’Italia della Repubblica dal gusto umano, meridionali che giungono in massa sui barconi-treno dal Sud dimenticato dagli antenati degli attuali sovrani padani, .38 e rivendicazioni urbane, ideologie morte, locali morti, centri commerciali, NoTav sulla gogna e nessuno, tranne l’autore, a ricordarci di un grande uomo e di un grande sognatore come EmilioSalgari. Torino, da queste 30 storie, ne esce gustosamente umana e farcita di sottotracce. Un libro a 360 gradi. Passione, rabbia e un addio che ha il sapore di un arrivederci (almeno sul piano letterario).
Chissà com’era vivere come Boris Vian. Essere Boris Vian, scrivere romanzi, racconti, poesie, testi teatrali, tradurre autori come Chandler e Strindberg, e soprattutto suonare la tromba, nonostante il fiato e il cuore non andassero troppo d’accordo. Era tutta una musica, la sua vita, sicuramente jazz, quello che suonavano nei locali di Saint-Germain-des-Prés negli anni Cinquanta. Una musica che è durata poco, però, trentanove anni, il tempo di laurearsi in ingegneria, diventare amico di Queneau e nemico di Sartre (Jean Sol Partre ne La schiuma dei giorni), sposarsi due volte, frequentare Duke Ellington, Miles Davis, Orson Welles, pubblicare romanzi con uno pseudonimo, inventare cose come la ruota elastica e immaginarne altre come il piano cocktail, un pianoforte in grado di fare cocktail a seconda dei tasti suonati.
Dopo una vita passata a rincorrere il suo destino, a cercarsi sempre in nuove vite, post mortem, finalmente, è arrivata la fortuna che avrebbe sempre meritato, i suoi libri sono stati tradotti, le sue canzoni hanno cominciato a girare, a essere raccolte nei vinili e nei cd, alcuni cantanti, da Gainsbourg a Tenco, si sono ispirati a lui, e registi come Michel Gondry hanno pensato che le sue storie fossero perfette per diventare film. Recentemente, marcos y marcos, che ha avuto il merito di riportare Vian in Italia, ha ripubblicato il suo romanzo E tutti i mostri saranno uccisi (traduzione di Giulia Colace, pp. 224, 17 euro), uno di quei romanzi definiti “thriller hardboiled”, mentre per Miraggi Edizioni è uscita una bellissima biografia scritta da Giangilberto Monti, intitolata Boris Vian. Il principe di Saint-Germain-des-Prés (pp. 192, 16 euro).
Nel romanzo, pubblicato nel 1948 con lo pseudonimo di Vernon Sullivan (Vernon per Paul Vernon, Sullivan per il fumettista australiano PatSullivan e il compositore americano Joe Sullivan), il protagonista si chiama Rock, un nome che ci offre già un’idea di quello che ci aspetta, un romanzo musicale, come tutti i romanzi di Vian, che si potrebbe raccontare con una battuta di uno dei personaggi grotteschi che ci capitano sotto gli occhi: “Le parole sono completamente inutili in circostanze così strane”.
Rock è alto, bello, pieno di ragazze che vorrebbero fare l’amore con lui, ma ha promesso a se stesso che rimarrà vergine fino al giorno in cui compirà vent’anni. Viene drogato, rapito e portato nella clinica di un certo dottor Schutz per farlo accoppiare con una ragazza “di una bellezza sorprendente, un po’ troppo perfetta”, e intanto allo ZootySlammer, nel locale di Lem Hamilton che Rock frequenta spesso, viene trovato un cadavere.
Leggere contemporaneamente un romanzo e la biografia di chi l’ha scritto potrebbe confondere un po’ le idee, ma poi no, piano piano le schiarisce, e conferma il fatto che tutto quello che uno scrive, in fondo, è sempre autobiografico. Monti si fa contagiare da Vian e procede per lampi, immagini, pellegrinaggi, dialoghi surreali con ex mogli intenerite dai ricordi e dal tempo che passa. Ogni capitolo della sua biografia, che è una biografia musicale, si chiude con una canzone scritta da Boris Vian. Da Che snob (“che snob, son snob, è l’unico difetto che ho”) al Valzer del sole (“Che sole in strada che c’è, io amo quel sole ma la gente no”), da Berrò (“Berrò, sistematicamente, mi scorderò gli amanti di mia moglie”) alla famosissima Il disertore (“La legge violerò, lo dica ai suoi gendarmi, così potran spararmi, di armi non ne ho”).
Scopriamo che nel 1937, nonostante i suoi problemi cardiaci, Vian scelse di suonare la tromba; che nel salotto di casa sua ci fu una lite tra Camus e Merleau-Ponty e che la sua prima moglie Michelle una notte aveva preparato le patatine fritte per Duke Ellington; che era stato Queneau a convincere Gallimard a pubblicare il primo romanzo di Boris; che sempre Queneau l’aveva fatto entrare nel giro dei patafisici, dove Vian una volta aveva anche scritto un’opera musicale sul codice della strada; che ci metteva pochissimo a scrivere, ma prima doveva immaginare tutto dall’inizio alla fine; che Vian era appassionato di auto d’epoca e la prima macchina con cui scorrazzava per tutta la città era una Bmw sei cilindri; che Sartre aveva una storia con la sua prima moglie e lui lo vedeva come un padre che l’aveva tradito.
Nella lettura di entrambi, del romanzo e della biografia, si ritrovano la dolcezza di Vian, il suo sguardo folle, a tratti infantile, mille personaggi che somigliano ad altri già incontrati prima, mille strade, possibilità, e il lettore, come Rock, come Vian, in fondo non ha paura di percorrerle tutte. E alla fine ci sembra quasi di aver bevuto il cocktail di cui avevamo bisogno.
Chi voleva uccidere Godard nel maggio francese di 50 anni fa? Il generale de Gaulle? No, un suo collega altrettanto rivoluzionario: il maestro della nouvelle vague cecoslovacca Jan Nemec. Avrebbe vinto il Festival di Cannes con La festa e gli invitati se Godard non lo avesse fatto “saltare” per solidarietà con gli insorti del ’68. La confessione nel romanzo Volevo uccidere J.-L. Godard (traduzione di Alessandro De Vito, Miraggi Edizioni, pp. 228, 20 euro)
Un po’ per i loro meriti (sono la nouvelle vague del cinema praghese, dopotutto, e tra loro c’è una futura leggenda del cinema) ma soprattutto per solidarietà col socialismo dal volto umano, che quell’anno sfida i carri armati sovietici, il premio è insomma garantito a uno dei tre (gli altri due vinceranno, è matematico, i festival cinematografici minori). Sono tutti gasatissimi. Cannes è piena di belle ragazze e loro sono i benianimi della stampa e dei colleghi. Menzel concorre con Un’estate capricciosa, Forman con Al fuoco, pompieri e Nemec con La festa e gl’invitati. Non ho visto nessuno di questi film, né allora né dopo, ma su internet e in alcuni libri che pesco (la fortuna mi assiste) negli scaffali dedicati al cinema della mia libreria, tutti ne parlano bene.
Film ironici, sgraditi agli ideologi ufficiali del partito; film della primavera cecoslovacca. Non c’è gara con gli altri film in concorso. Devono vedersela con alcuni dei peggiori film degli anni sessanta. Con l’inqualificabile Grazie zia di Salvatore Samperi: la prima commedia erotica all’italiana con suicidio a piè di lista; con Je t’aime, je t’aime d’Alain Resnais: una scombiccherata storia di viaggi nel tempo, se ricordo bene, anche qui con un suicidio a piè di lista; con Banditi a Milano di Carlo Lizzani: un film sull’ultima rapina della Banda Cavallero (nessun suicidio ma peggio: Don Backy). Forman, Nemec e Menzel sono in concorso col vento della Storia e della Geografia in poppa.
Ed ecco che, mentre tutto sembra procedere per il meglio, a Cannes piomba il re dei guastafeste (e anche un po’, secondo Nemec, dei poveri di spirito): Jean-Luc Godard, che a nome della gauche cinematografica, dei gruppuscoli maoisti e degli studenti parigini che «in questo momento stanno versando il loro sangue per la rivoluzione» stabilisce che il festival dev’essere sospeso.
Ci si mette anche François Truffaut, di solito più moderato. Siamo in pieno Maggio 68, del resto. Persino Claude Lelouch e Louis Malle inneggiano alla rivoluzione e lanciano maledizioni contro André Maulraux (il ministro della cultura gollista che quarant’anni prima, in Cina e in Spagna, ai tempi della Condition humaine e dell’Espoire, aveva cantato ben altre rivoluzioni e guerre civili che quella des étudiants et des travailleurs).
Viene occupato il Palais des festivals et des congrès. Qualcuno lacera a colpi di coltello il telone bianco sul quale Nemec, Forman e Menzel s’accingevano a proiettare i loro film (dopodiché uno di loro avrebbe agguantato la Palma d’Oro e via, tutt’e tre avrebbero goduto d’una fama planetaria). Soldi, ragazze, automobili di lusso. E invece niente: niente festival, nessun premio. In guerra col comunismo sovietico, che s’accingeva a ristabilire l’ordine a Praga, Nemec e i suoi amici finiscono sotto i carri armati del goscismo francese, che tuona contro gl’imperialisti americani, contro il cinema commerciale, contro il perfido De Gaulle e contro il «revisionismo moderno» («à la Dubcek», di cui i tre registi sono les ambassadeurs che portano pena). Nemec lascia la Costa azzurra senza pagare il conto dell’albergo.
Non è la sola storia che il regista ceco racconta nel suo libro. Nemec ne racconta molte altre. Ogni storia un episodio della sua vita, a cominciare da quello più celebre: i venticinque preziosi minuti di riprese che poco tempo dopo Cannes filma nelle strade di Praga invase dall’Armata rossa (il film viene portato fuori dalla Cecoslovacchia da un diplomatico italiano che non osa negare il favore a una bellissima ragazza praghese).
Grazie a quel filmato, che a Nemec costò l’esilio fino al 1989, la propaganda sovietica deve rinunciare a diffondere filmati tarocchi di folle plaudenti che lanciano fiori e baci ai Visitors sovietici. Libro di sostanza, c’è dentro molta tragedia, molta commedia. Divertentissima la storia delle tre prostitute nere del Chelsea Hotel di New York. Bellissima la storia della praghese Ivana Marie Zelnícková, poi Ivana Trump, prima moglie di «The Donald». Straordinaria la storia del ritorno di Dubcek dal «sequestro» russo che si presenta a sorpresa a una festa «di cantanti, musicisti e cineasti» e ancora non ha capito che la battaglia è persa ma tutti lo amano lo stesso.
L’appuntamento con il Mondiale di calcio rappresenta sempre qualcosa di speciale, capace di coinvolgere anche chi abitualmente non segue le partite. L’Italia, ahinoi, non è riuscita a qualificarsi. E allora ci siamo divertiti a immaginare la formazione con cui Miraggi potrebbe scendere in campo, fra talento, colpi di genio e sostanza. E un 4-3-3 decisamente offensivo!
1 Venedikt Erofeev, “Memorie di uno psicopatico”
Quali sono le qualità di un portiere? La solidità, la capacità di non farsi superare dal pallone. E quel pizzico di sregolatezza che spesso sconfina nella follia. “Memorie di uno psicopatico” è la prima opera compiuta di Erofeev, scritta nel 1956 quand’era matricola all’università. Ci sono già i temi che l’hanno reso celebre: l’alcol, le coltissime citazioni letterarie e religiose, la resistenza dell’uomo russo a diventare quell’“uomo nuovo” comandato dal Partito.
2 Giacomo Sartori, “Autismi”
Scrittore e agronomo, autore di romanzi, racconti, poesie e testi teatrali, Sartori ha la duttilità e la resistenza tipiche del terzino moderno, abile a rendersi prezioso sia nella fase di interdizione, sia in quella di impostazione. “Autismi” è una guida “inutile” alla stortura dei giorni, delle relazioni, insomma della vita.
5 Andrea Serra, “Frigorifero Mon Amour”
Uno dei due centrali è lo stopper, come si sarebbe detto un tempo, quando le marcature erano rigorosamente a uomo. Serra “morde” i vizi della società capitalistica proprio come il difensore azzanna le caviglie dell’attaccante. “Frigorifero Mon Amour” è un libro divertente e sarcasticamente ammuffito come una carota abbandonata nel frigo.
6 Luca Ragagnin, “Agenzia Pertica”
Il libero è l’uomo che comanda la difesa. Lo faceva nei tempi andati, qualche passo dietro i compagni. E lo fa adesso che il reparto gioca in linea e guai a sbagliare. Luca Ragagnin non sbaglia un colpo, per l’appunto. Domizio Pertica, protagonista del romanzo, è uno scrittore fallito che si reinventa investigatore privato. A uomo o in linea, per lui nulla cambia.
3 Domenico Mungo, “Il suono di Torino”
Si occupa di musica, letteratura e cinema contemporaneo, il nostro terzino sinistro, quello che un tempo si sarebbe definito fluidificante per la capacità di correre su e giù sulla fascia. “Il suono di Torino” fa immergere il lettore nelle realtà più oscure di una città apparentemente regolare e senza angoli nascosti. Apparentemente.
8 Andrew Faber, “Fermo al semaforo in attesa di trovare un titolo, vidi passare la donna più bella dell’umanità”
Motorino di centrocampo dotato tuttavia – com’è giusto che sia – anche di piedi buoni, la mezzala di Miraggi è Andrew Faber, il poeta più amato dalle donne e dalle ragazze. Il suo terzo libro conferma uno stile unico, esaltato nei reading ai quali assiste un pubblico sempre numeroso, partecipe e attento alle sue parole d’amore.
10 João Paulo Cuenca , “Ho scoperto di essere morto”
Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia. Il nostro numero 10 non poteva che essere brasiliano. “Ho scoperto di essere morto” è un romanzo, un thriller, un noir, un mistero da indagare, ma anche, volando dove solo il vero talento può arrivare, un discorso sulla letteratura, una rappresentazione del mondo contemporaneo e delle sue contraddizioni.
4 Cristiana Tognazzi, “Costellazioni”
La sostanza del mediano di spinta è sempre accompagnata dall’ingegno, dalla determinazione e dalla capacità di recuperare palloni e distribuirli con precisione e lucidità. Concretezza ma anche illuminazioni, come le “Costellazioni’ con cui Cristiana Tognazzi torna in libreria dopo il successo della precedente silloge.
7 Claudio Marinaccio, “La folle storia del kamikaze che non voleva morire”
Nel tridente d’attacco il ruolo di esterno destro è affidato a Claudio Marinaccio, ficcante ala che sa trasformarsi in una spina per le difese avversarie. I racconti di “La folle storia del kamikaze che non voleva morire” narrano il mondo di oggi attraverso avventure terribili e piene di ironia. Marinaccio svela una realtà dalla quale è difficile uscire indenni.
9 Bianca Bellová, “Il lago”
Il centravanti vero, il centravanti puro, è sì potenza, ma soprattutto classe sopraffina. E Bianca Bellová è il nostro attaccante moderno, tecnicamente impeccabile. “Il lago” è un romanzo perfetto, un romanzo duro e ruvido, nel quale il protagonista diventa uomo in un corpo a corpo con un ambiente apocalittico e allucinato.
11 Biagio Cepollaro, “La notte dei botti”
A dare solidità e esperienza al reparto offensivo provvede Biagio Cepollaro, rapace uomo d’area come ai vecchi tempi. Non a caso, “La notte dei botti” è stato scritto più di vent’anni fa ma resta di una attualità profetica e sconcertante nel raccontare un’umanità paradossale costretta in un autogrill che diventa un girone infernale postmoderno.
Cinquant’anni fa, nel maggio 1968, Jean-Luc Godard capeggiava l’occupazione del Festival di Cannes, per solidarietà con le manifestazioni e gli scioperi in corso nel Paese. Quell’edizione fu infine annullata dopo giorni di scontri e trattative. Una vicenda più volte rievocata, anche di recente: l’anno scorso al Festival la raccontava con ironia Hazanavicius nel film Il mio Godard, ispirato ai memoir di Anne Wiazemsky. Ed è appena uscito in italiano un libro dal titolo eloquente, Volevo uccidere Jean-Luc Godard (Miraggi edizioni). L’autore, Jan Němec, scomparso nel 2016, era uno dei maggiori registi della “nuova onda” cecoslovacca, e ce l’aveva a morte con Godard per quella contestazione: tanto i francesi quell’anno non avevano film decenti, malignava, e invece i tre registi cechi che presentavano i film migliori (lui, Forman e Jirí Menzel) rimasero fregati. Il ’68 di Godard, insomma, è ormai una leggenda, discussa o celebrata, e fa un po’ impressione ritrovare il regista ottantasettenne in concorso con un nuovo film, mentre un’immagine di Pierrot le fou è la locandina di questa edizione…
“La vera pornografia è la sofferenza degli sconosciuti.”
I racconti di Claudio Marinaccio iniziano con la metafora del sarto di Brecht. Un sarto sosteneva di poter volare con un apparecchio che si era costruito da solo e un giorno si presentò dal vescovo della sua città, dicendogli: “Ora posso volare”.
Il prelato non si emozionò. Con semplicità disse all’artigiano: “Allora provaci”. Il sarto si lanciò dall’alto e finì spiaccicato sul selciato. Un sarto creativo, curioso. Il suo fu un peccato di curiosità. Trovarlo qui come incipit della storia del folle kamikaze che non voleva morire mi sembra una vera goduria. Sorrido anche io al referto dei medici che scrivono di aver appurato che il sarto sia morto di paura prima dell’impatto col terreno. Ricordo quando morì Lucio Magri si parlò molto di quel suo libro del 2009 Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci, terribilmente profetico, ed io scribacchiavo pezzi sulla vicenda triste della fine di Magri e di un sarto che voleva volare.
Brecht scrisse “dopo alcuni secoli gli uomini riuscirono effettivamente a volare”.
Io però non credo che il volo e la morte del sarto siano stati necessari nella storia del volo La folle storia del kamikaze che non voleva morire sono racconti di un umorismo nero. Deliranti, alcuni. Ho iniziato a leggere il primo racconto, sono saltata, giuliva, e per problemi di vista, ai ringraziamenti e ho trovato Claudio ad aspettarmi e a dirmi che sapeva quello che avrei fatto. Ridendo sono andata indietro, giorno per giorno fino a che ho capito che Claudio sa ogni cosa, ci conosce tutti, come conosce l’arte del narrare. Nei racconti lo preferisco, così come mi piacciono i suoi bozzetti sul giornale, sulla Stampa, i suoi post su facebook, mi piace il suo sguardo surreale e di amicizia, attento agli affetti, ma senza quella pornografia dei sentimenti tanto in voga, senza quella terribile autofiction spiattellata da scrittori venduti al servizio di un melenso mulino bianco. In Claudio c’è il cinismo con affetto, l’amore per gli altri autori e il distacco giusto per non cadere nella pornografia dello zucchero “Se siete arrivati fin qui significa che avete letto tutto il libro oppure che avete saltato tutti i racconti e ora vi ritrovate a leggere dei ringraziamenti. Se fate parte di questa seconda categoria e leggendoli vi viene voglia di leggere tutto il libro, be’ tanto meglio Alessandro De Vito, Fabio Mendolicchio e Davide Reina sono Miraggi e li creano, ma sono anche e soprattutto persone vere (vere per davvero). Grazie a loro perché mi danno la libertà di scrivere quello che mi piace e, in più, mi pubblicano pure. Luca Garonzi disegna. E lo fa così bene che è un onore avere i suoi disegni all’interno del mio libro. Ognuna di queste tavole è una storia nella storia.”
Delirio di negazione
FooG
Una giornata da dimenticare
Una barba lunga un mese
Il tragico inizio di una storia non banale
Pelle
Amore farmacologico
Un viaggio mentale in una terra desolata
La folle storia del kamikaze che non voleva morire
Così diversamente uguali
La ballata del ladro di anime: “Il deserto è un luogo strano. Un posto dove l’uomo soffre di solitudine visiva. Il paesaggio è sempre lo stesso, immobile. C’era un’enorme distesa di pietre e sabbia, interrotta da cespugli secchi che sembravano sfoghi della terra, come nei pelosi sui volti dei vecchi, così fastidiosi da calamitare lo sguardo. A volte l’orrido attrae. Il gusto del macabro è insito dentro di noi.” Leggerete Claudio con il piacere di vedere storie che hanno un senso vero così anche noi facciamo con la vita come questo vecchio che ha perso la moglie “Al principio fui colto da tristezza poi rabbia poi delusione e poi da una strana forma di accettazione. Fino a quando non capisci che la morte non è altro che una fase della vita. Come lo è per esempio l’adolescenza, non puoi accettarla e perciò capirla.” Capendo aleggerà il sorriso sul tutto. Ippolita Luzzo
“Mia moglie va a fare la spesa: compra quello che ci serve e poi sceglie con cura le cose da lasciare nel frigo ad ammuffire.”
Felice è un uomo, un padre ed un marito che lotta con l’insonnia, con le perpetue richieste delle figlie al grido di “papoooo”, con un dente pulsante e con la fuga del frigorifero, esasperato dallo spreco costante di cibo.
Racconta le vessazioni che subisce e le sue più intime paure, giorno per giorno, in quello che diventa un vero diario.
Ad un certo punto, dopo l’ennesimo pacco di carote ammuffite, il frigorifero sparisce nel nulla. Zero. Scomparso.
Caro Andrea Serra e cari amici di Miraggi edizioni, ecco devo dirvi che, a ‘sto punto, mi son sentita come si sente un complice in un delitto, suppongo.
Se il mio frigorifero, d’un tratto, prendesse vita, temerei le reazioni più che la fuga.
Me lo immagino colpirmi alle spalle con una delle 32 soppressate sottovuoto che ivi ripongo dopo i miei soggiorni calabri. Per non parlare degli sbadigli dettati dalla mancante fantasia settimanale, dove più che l’ingegno può la fretta.
Dunque il frigo sparisce, il dentista è un matto ossessionato dagli alieni, le colleghe (uh le colleghe, per carità) tutte taglia 40, fissate con la dieta e con le tisane al pepe nero ed acido snellente-ventre piatto.
Al povero Felice non resta che dare un senso a tutto, iniziando con il Chi l’ha visto dell’elettrodomestico, che lo porterà fino agli inferi.
E in questo posto un po’ apocalittico, un po’ ibernante ed un po’ Agenzia delle Entrate, eccolo lì, l’elettrodomestico errante:
“Era il mio frigorifero che austero e divino mi disse: – Ora che anche tu sei nei ghiacci, posso rivelarti perché me ne andai. Far ammuffire carote, zucchine e uova è lo peggio peccato de lo mondo…
Che ad ammuffir prima di ogni cosa è la tua vita e la tua mente. Per questo tuo odor di muffa presi la via”.
Ora potrei star qui anche a dirvi se il viaggio è un sogno o se i sogni aiutano a viaggiare meglio, ma io non sono Marzullo e c’ho un frigo da sbrinare.
Leggete Andrea.
Che essere leggeri non è essere superficiali.
La leggerezza anzi la può usare solo chi sa andare anche fino in fondo.
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