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RUR – Andrea Voglino intervista Katerina Cupová

RUR – Andrea Voglino intervista Katerina Cupová

«Il momento in cui le macchine (…) invadono, non senza traumi, l’uomo e la natura: all’orrido paesaggistico si aggiungono e si intrecciano gli orridi industriali e metropolitane e fabbriche con la tempesta gotica; l’acciaio degli ingranaggi con le braccia dell’operaio; (…) la proletarizzazione del lavoro con la serialità del gesto; lo sfruttamento con la bestialità; la concentrazione del capitale e del lavoro intellettuale con la privazione della volontà»… Probabilmente piacerà assai al sociologo e saggista Alberto Abruzzese, questo R.U.R.-Rossum’s Universal Robots di Katerina Cupová (Miraggi Edizioni, 280 pp. a colori, € 30). Modernissima trasposizione a fumetti del dramma fantascientifico scritta dal Ceco Karel Capek nel 1920 all’origine della definizione «robot», è una fantasmagoria di segni e colori che a ogni pagina sorprende, intriga e cattura. Raggiunta nella sua Zlín, la fumettista e cartoonist classe 1992 spiega con semplicità la scelta di tradurre a fumetti l’opera fondativa di tanta narrativa e cinema fantascientifico, da Lang a Asimov a Lucas: «R.U.R. è un’opera magnifica come ispirazione per una graphic novel: c’è l’isola esotica, la fabbrica per la produzione di persone artificiali… è densa di temi interessanti da disegnare».

MA SI TRATTA di un’essenzialità di facciata, plasticamente contraddetta da un segno ricco, stratificato e personale. «Il mio obiettivo principale era trasmettere in modo interessante l’opera teatrale, che per tutti i bambini della Repubblica Ceca rappresenta una lettura obbligatoria, di cui però non ricordano altro che la parola “robot”. Ho cercato di far appassionare il lettore all’argomento, in modo che magari poi vadano a cercarsi l’originale o leggano altre opere di Capek», spiega Cupová. Senza però dimenticare le infinite contaminazioni tra R.U.R. e le grandi firme del fumetto anglosassone e nipponico: «Penso che mi abbiano ispirato Amleto sul tetto di Will Eisner, o autori classici di manga come Osamu Tezuka e Ishinomori Shotaro». Al di là dell’effetto cinematografico mutuato dai Maestri e dell’astuzia molto cinematografica di distribuire dialoghi pensati per lo spazio ristretto di un palco in pagine di ampio respiro, nel fumetto di Katerina Cupová a strabiliare è lo straordinario talento infuso nella descrizione dei personaggi e degli ambienti. «Nel dramma originale, non viene specificato quando si svolge l’azione. Teniamo conto però che doveva essere una rappresentazione del futuro, e che negli Anni ’20 immaginavano il futuro in modo diverso da noi: questo è un aspetto che ho cercato di preservare ad esempio nel fatto che i personaggi usino ancora i telefoni col filo o i telegrammi».

UNA DISTOPIA tutta estetica, ambientata nel presente-passato alternativo in cui si disvela il conflitto tra umani e automi. Ma nonostante il secolo di riletture a cavallo tra media e linguaggi, più l’input originario di Capek, che li descrive come «indistinguibili dall’essere umano» i robot di Cupová risultano unici, funzionali e appaganti. «Avevo molte idee, tutte accomunate dalla volontà di rafforzare il messaggio dell’opera teatrale», svela l’autrice. «Alla fine ho scelto la più “semplice”, con robot come “persone artificiali” dall’aspetto uniforme e regolare». Mentre i personaggi umani del fumetto come Domin e Helena hanno personalità distinte, sottolinea l’autrice, «i robot sono tutti perfetti allo stesso modo. Inoltre, il loro sguardo è perennemente vacuo». Alta fedeltà anche nella narrazione, con minime concessioni nella trama e nei dialoghi rispetto alla pièce teatrale rappresentata per la prima volta nel gennaio del 1921 al Teatro Nazionale di Praga.

«IN REALTÀ PENSO di aver soprattutto tolto, altrimenti il fumetto avrebbe avuto molte più pagine. Dal punto di vista visivo, ho allungato il prologo. Nell’originale, l’intera introduzione si svolge nel corso di un’unica conversazione, in mezz’ora. Ho conservato i dialoghi, ma visivamente i personaggi si muovono per tutta la fabbrica, e alle loro spalle vediamo alternarsi le stagioni. Poi, nell’ultimo atto, ho tralasciato la maggior parte del lungo monologo e l’ho sostituito con immagini». E proprio le immagini dei robot più iconici di sempre chiudono il volume nella lunga e godibile postfazione firmata da Alessandro Catalano, professore associato di letteratura ceca presso il Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari dell’Università di Padova. Contenuti extra dal fascino extraterrestre.

QUI l’articolo originale:

RUR – recensione di Maurizio Di Fazio su Repubblica

RUR – recensione di Maurizio Di Fazio su Repubblica

Un graphic novel che prende le mosse da un testo teatrale intriso di leggenda visto che fu il primo in assoluto a introdurre nell’immaginario collettivo, un secolo fa, il termine robot. Parliamo di R.U.R., acronimo di “Rossum’s Universal Robots” (I robot universali di Rossum), la distopia dello scrittore ceco Karel Capek, una delle primissime del secolo breve, nonché tra le più profetiche. La sua messa in scena inaugurale avvenne al Teatro nazionale di Praga nel 1921 e prese subito a girare e affermarsi sui palcoscenici mondiali. Il vaso di Pandora era ormai dissigillato.

Adesso quest’opera alchemica rivive, a fumetti, in un libro edito da Miraggi disegnato dalla giovane illustratrice Katerina Cupova. Anche lei è della Repubblica ceca, e riesce a infondere forma e una spiritualità cangiante a colori, con tratti raffinati e sobri, all’immarcescibile dramma post-umanista. La traduzione e la postfazione sono curate da Alessandro Catalano, professore associato di letteratura ceca al dipartimento di studi linguistici e letterari dell’università di Padova: sempre quest’ultimo ha firmato uno zoom sulle evoluzioni iconografiche e concettuali dei “nostri migliori amici bionici” (“100 anni in cinquanta immagini”), ospitato all’interno del volume. La versione di Cupova, classe 1992, offre una rivisitazione assolutamente originale ma rispettosa della pietra miliare. Il suo stile e la sua matita, rimandanti all’universo del cartone animato, affondano le radici in decenni di premiata animazione ceca. Non a caso lei si è laureata nella prestigiosa Tomáš Batt”a di Zllíín.

R.U.R. a fumetti ci rituffa all’alba della nostra metamorfosi in golem e poi in cavat digitali. Riecco sotto i nostri occhi mai smaliziati del tutto le tragiche conseguenze della creazione di un uomo artificiale, fatto di muscoli, pelle e sangue ma in teoria privo del nostro corredo più prezioso. I sentimenti, i bisogni, il libero arbitrio. Quegli elementi che ci rendono così straordinari e fragili. In sintesi, l’anima. Però poi accade che questi robot di Rossum (analoghi al Frankenstein e ai replicanti), che pure erano stati plasmati per affrancarsi dalle angustie del lavoro fisico, diventano ribelli, rivendicativi, violenti all’esatta stregua dei loro fautori terrestri.

Una metafora potente delle supreme paure di inizio Novecento, come del resto fu l’intera produzione di Capek, drammaturgo e narratore che sperimentò molti generi e guardò sempre all’attualità più bruciante, trasfigurandola. Il totalitarismo sovietico, la disumanizzazione delle masse, il cinismo e le contraddizioni del capitalismo, l’elevazione a feticcio delle macchine. Le fregole e le ottusità del potere politico, le epidemie di conformismo, la corsa cieca a precipizio verso l’autodistruzione del progresso tecnico-scientifico.

Ineluttabilmente macerato, anche perché la sua epoca non induceva certo all’ottimismo, come la nostra, Karel Capek morì nemmeno cinquantenne. Si risparmiò gli orrori della Seconda guerra mondiale, che non lo avrebbe sorpreso affatto, come non si stupirebbe oggi. Perché «nulla è più estraneo all’uomo della sua immagine».

R.U.R – recensione di Lorenzo Barberis su Spazio bianco | BLOG “Letteratura e fumetto”

R.U.R – recensione di Lorenzo Barberis su Spazio bianco | BLOG “Letteratura e fumetto”

RUR: KATEŘINA ČUPOVÁ E L’INCREDIBILE ATTUALITÀ DI ČAPEK

RUR (Rossum’s Universal Robots) di Karel Čapek, dramma teatrale del 1920, è un testo fondante della cultura europea, in quanto genera, come arcinoto, il termine “robot”, di enorme rilievo negli anni successivi, e non solo in campo fantascientifico stretto (qui mi era capitato di parlarne, poco dopo il centenario dell’opera). L’opera però è rimasta limitata, nella percezione collettiva, a questo singolo elemento: ed è un peccato, perché la riflessione sul concetto di robot che conduce è profondamente significativa, sia che la si voglia leggere su un piano letterale, sia che la si voglia interpretare come grande metafora dei conflitti sociali allora in corso, all’indomani della rivoluzione russa del 1917.

L’adattamento a fumetti di Kateřina Čupová, tradotto da Alessandro Catalano (che ne firma anche una bella e ricca postfazione) edito da Miraggi nella collana MiraggInk in questo inizio di 2022 è quindi una ottima notizia per chi come me si interessa al rapporto tra letteratura e fumetto.

Kateřina Čupová (1992, Ostrava) è una giovane ma notevole animatrice, fumettista e artista concettuale ceca, laureata presso il Dipartimento di Animazione all’Università Tomáš Baťa di Zlín: molti suoi lavori sono stati pubblicati su riviste e antologie.

L’opera ci si presenta fin da subito con una interessante veste cartotecnica: una copertina nera rivela, da un ritaglio al suo interno, un cuore robotico palpitante su fondo bianco.

Sfogliando il volume, troviamo poi ancora una breve prefazione è inscritta in un calligramma a forma di cuore, a ribadire l’importanza di questo elemento simbolico, il “cuore dei robot” e i suoi imperscrutabili sentimenti celati dietro l’apparente freddezza asettica di esseri artificiali.

Una nota in esergo ricorda poi ancora la particolarità della parola “robot”, il lascito di quest’opera: il fratello pittore suggerisce al Capek scrittore il nome da assegnare ai suoi schiavi artificiali. La parola nasce quindi simbolicamente, fin dall’inizio, si sembra suggerire, dall’incontro tra immagine e letteratura, che qui ritorna in questo adattamento fumettistico.

È bene non dimenticarsi inoltre che si tratta di un adattamento a fumetti di un testo teatrale: pensato, quindi, fin dall’inizio per essere interpretato e visto, più che letto. Se quindi la visione a teatro è chiaramente quella letteralmente fedele al testo originale, l’adattamento a fumetti è comunque una interpretazione possibile, forse più, per paradosso, della pura lettura del testo scritto. E, non certo a caso, spesso l’autrice dell’adattamento gioca su questa dimensione, presentando talvolta i personaggi come se agissero su una scena teatrale.

I disegni di Kateřina Čupová ci accolgono quindi con un segno morbido, elegantissimo, di grande ricchezza e bellezza cromatica (indubbiamente influenzato dalla formazione ed esperienza dell’autrice come animatrice nella raffinata essenzialità e fluidità del segno) e creano un piacevole effetto di contrasto con la cupezza della storia. In tutto il primo atto questa minaccia aleggia sullo sfondo, per poi dispiegarsi appieno nella seconda parte dell’opera, dove l’attesa rivolta dei robot ha pienamente atto.

Il segno, come detto, presenta una sintesi di grande gradevolezza visiva, in tavole fondate su un modulo-base a tre vignette interpretato però in modo molto libero, vario ed arioso, con un segno espressivo e cartoonistico nella resa dei personaggi. La vicenda di RUR, sostanzialmente dimenticata, può essere qui riscoperta nella sua grande attualità, in un adattamento che, ovviamente, necessariamente sintetizza e modifica, ma resta piuttosto fedele all’originale.

Un aspetto centrale da notare, tra molti che si potranno scoprire dalla lettura (ad esempio, la finezza psicologica e filosofica con cui il tema robotico è trattato in quest’opera fondante del genere) e che passa molto bene nell’opera, è il fatto che questi robot di Capek non sono esseri puramente metallici, ma biodroidi, wetware. Chiaramente qui serve a rinforzare la metafora del robot come proletariato, ma ciò risulta eccezionalmente moderno anche se vogliamo leggerlo, oggi, come pura fantascienza di evoluzioni futuribili ormai imminenti.

Per un pieno apprezzamento della valenza del lavoro di Kateřina Čupová e di quello originario di Capek risulta poi particolarmente prezioso il saggio in appendice di Alessandro Catalano, che ha indagato a fondo, in altre opere saggistiche, il lavoro di Capek e la sua rilevanza. “Le trasformazioni del robot: cento anni in cinquanta immagini” ci presenta una ricognizione più sintetica ma accuratissima della fortuna e ricezione dell’opera.

Rilevante appare intanto l’annotazione sul titolo, dove “Rossum” richiama “Rozum”, ragione/intelletto in ceco (avevo sempre immaginato una possibile evocazione del rosso, la rubedo alchemica).

Significativa poi la traccia precisa degli influssi, dalla Aelita (1923) di Alexander Tolstoj trasposta al cinema da Protanazov l’anno seguente, coi costumi di Aleksandra Ekster, influenzata dal futurismo italiano, mentre in Italia stimola opere come “Minnie la candida” di Bontempelli e molti esiti dell’arte futurista.

Del resto, il tema dell’uomo meccanico, ancora senza il nome che gli darà appunto Capek, è frequente dall’inizio del ‘900, come in “A round trip to the Year 2000” (1903) di Cook, in cui troviamo già onnipresenti servitori meccanici. Molto più diffuse narrazioni su un singolo uomo artificiale, già anche cinemiche (da Georges Méliès in poi), ma non così frequenti, eccetto Cook, nella presenza di una massa robotica. In pratica, prevale una fantascienza “classica” (immaginare una nuova invenzione) su quella di stampo sociologico (immaginarne le conseguenze quando la scoperta è applicata a livello di massa).

Già a partire dal 1927 (anno di apparizione di Metropolis) il rimando al termine “robot” si slega dall’evocazione dell’opera di Capek, segnando la fortuna del termine e la sfortuna dell’opera originaria. Il robot inizia a connotarsi con forza come essere meccanico-metallico, quale appare anche nel film di Fritz Lang e nel testo originario di Thea Von Harbou.

Curiosamente, nel film di Lang il rimando all’opera di Capek, debito evidente annotato all’epoca da H.G. Wells, si scinde nelle sue due componenti: il robot torna un essere isolato eccezionale, mentre le masse spersonalizzate sono di umani sottomessi al potere tecnocratico del fordistico capitalista Frieder.

Il tema ritorna nei modi propri di Capek soprattutto in Asimov, che vorrà contrastare nel suo lavoro il “Mito di Frankenstein” fondato da Mary Shelley nel suo capolavoro del 1818, ma di fatto si opporrà soprattutto alla sua declinazione operata da Capek (da egli apertamente citato, in chiave critica). I robot asimoviani, che diverranno dal ’39 in poi l’archetipo stesso del robot moderno, sono robot capekiani, ovvero prodotti industriali in serie, non singoli eccezionali prodigi della tecnica.

E anche in Philip K. Dick e nei suoi androidi (eternati poi al cinema da Blade Runner) vi è un chiaro rimando all’opera di Capek, con cui gli androidi ritornano a tempo, indistinguibili dall’uomo, costruiti per lavori di fatica e sottilmente ribelli.

Per tale ragione, Catalano esprime un parere decisamente favorevole all’adattamento operato di Kateřina Čupová. Egli rende conto in modo puntuale delle sintesi operate dall’autrice, che toglie soprattutto le riflessioni sociologiche e filosofiche più verbose, anche interessanti, come quella “luddista” sui robot che tolgono lavoro agli operai umani, qui ridotta a una immagine mentre nell’originale è un tema ampio. Ma apprezza molto la scelta di una complessiva fedeltà, specie nell’elemento storicamente più frainteso, quello dei robot, che non vengono in alcun modo “meccanizzati” dall’autrice ma mantenuti nella loro organicità inquietante.

Un’operazione di riscoperta riuscita, dunque, che potrebbe essere il punto di partenza di una rivalutazione dell’opera nel suo centenario, magari – a partire o meno da questo lavoro – in un film o, perché no? Un lungometraggio di animazione (si veda il recente successo del brillante “BigBug” francese, su questi temi, ancora una volta con profondi debiti non dichiarati da Capek e dal suo immaginario).

Concludendo, come nostro solito, con una possibile riflessione didattica, questo fumetto appare eccellente come proposta in scuole dove la riflessione tecnologica può essere centrale: un liceo scientifico o tecnologico, o un ITIS, magari informatico, come quello dove mi trovo ad operare, e dove in effetti si ragiona spesso di questi temi anche in ambito letterario, tra letteratura italiana e inglese. Il fumetto diviene così, come in altri casi, una buona mediazione con gli interessi degli allievi, con cui proporre stimoli di riflessione e di ricerca, magari da affiancare a letture anche non integrali dall’opera, confrontata poi magari – specie per le quinte – con un Bontempelli di “Giovane Anima Candida”, ulteriormente avvicinabile al discorso delle “maschere” di Pirandello (che ritorna in Dick, per certi versi).

Un contesto ideale potrebbe essere la proposta nel biennio, dove si affrontano i generi letterari, ed è immancabile la fantascienza, con rimandi quasi obbligatori (anche solo evocativi, ma sperabilmente con qualche lettura) al Frankenstein di Mary Shelley e ad Asimov e ai suoi robot, per poi tornare magari sul discorso in quinta (anche solo come approfondimento di alcuni allievi).

Una lettura oggi sempre più attuale, dunque, anche in connessione a numerose tracce del tema di maturità che, in forma diretta o più di scorcio, si aprivano negli ultimi anni alla riflessione sull’Intelligenza Artigianale (nonostante l’abolizione di un tema dichiaratamente scientifico-tecnologico). Oggi che, dopo i due anni pandemici della didattica a distanza, finalmente si torna allo scritto d’italiano, chissà che non ci sia qualche spunto al riguardo nelle nuove tracce di porre omaggio al secolo di Capek. Per il monito che pone contro le degenerazioni della tecnoscienza, ma anche, sul piano allegorico, ai rischi dei totalitarismi: avvertimento di cui abbiamo sempre bisogno.

QUI l’articolo originale:

R.U.R. – recensione di Ludovico Lamarra su Nerdface

R.U.R. – recensione di Ludovico Lamarra su Nerdface

I robot di Čapek tornano in R.U.R.

R.U.R. (Rossum’s Universal Robots) è un graphic novel tratto dal dramma teatrale tragicomico di Karel Čapek che, per primo, introdusse nella cultura mondiale il termine «robot» più di cento anni fa. Il merito dell’iniziativa è di Miraggi Edizioni, che propone un fumetto ispirato al dramma teatrale utopico e fantascientifico dello scrittore ceco messo in scena per la prima volta al Teatro Nazionale di Praga nel 1921 e subito affermatosi sui palcoscenici di tutto il mondo.

L’autrice

Il graphic novel è firmato dalla giovane illustratrice ceca Kateřina Čupová, la quale dà forma e colore, con tratti gentili ed eleganti, all’intramontabile dramma umanista. La traduzione e la postfazione sono a cura di Alessandro Catalano, professore associato di Letteratura Ceca presso il Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari dell’Università di Padova, che ha inoltre curato un approfondimento sulle trasformazioni dei robot, 100 anni in cinquanta immagini, inserito all’interno del volume.

La storia

R.U.R. uscirà il 21 Febbraio 2022 e racconta, da una prospettiva del tutto originale, una delle prime distopie del XX secolo. La storia, in particolare, narra le tragiche conseguenze innescate dalla creazione di un uomo artificiale, organico ma apparentemente privo di quelle caratteristiche che rendono l’uomo debole e fallibile, come i sentimenti, i bisogni e il libero arbitrio. In una parola: l’anima. Tuttavia, nessuna creatura può essere radicalmente diversa dal suo creatore e i robot di Karel Čapek, prodotti come beni di consumo per sollevare gli esseri umani dalle fatiche del lavoro fisico, sanno essere solidali tra loro, ribelli e violenti come gli uomini che li hanno costruiti.

Nella storia di R.U.R. si riflettono le grandi paure del Novecento di fronte all’avanzata del totalitarismo bolscevico, della vertiginosa corsa del progresso tecnico-scientifico, della disumanizzazione delle masse e delle ingiustizie sociali del capitalismo industriale. Un tema che resta, a un secolo di distanza, incredibilmente attuale seppur con i dovuti aggiornamenti. I robot di Čapek non sono quelli del nostro tempo, ma piuttosto creature biologiche, umanoidi che ricordano un po’ il mostro di Frankenstein o i replicanti di Blade Runner.

QUI l’articolo originale:

R.U.R. – recensione di Luca Castelli sul Corriere della Sera

R.U.R. – recensione di Luca Castelli sul Corriere della Sera

Alle origini della «città-fabbrica» dove nascevano i Robot

L’anno scorso i robot hanno compiuto un secolo. Il 2 gennaio 2021 è scoccato il centenario dal debutto a Praga di R.U.R. –Rossum’s Universal Robots di Karel Capek, il dramma teatrale in cui compare per la prima volta il termine. Lunedì prossimo l’editore torinese Miraggi risalirà all’origine, pubblicando la graphic novel dell’opera realizzata dall’illustratrice ceca Katerina Cupova. E basterà sfogliare le prime pagine per scoprire parecchie sorprese.

La più grande è che i robot, a cui siamo abituati a pensare come figure meccaniche/metalliche in storie di fantascienza, nascono come creature in carne e ossa. Più in zona Frankenstein, che Asimov o Guerre stellari. Nell’immaginazione di Capek, all’epoca poco più che trentenne, erano dei cloni degli esseri umani che uno scienziato («il vecchio» Rossum) aveva inventato su un’isola sperduta. Uomini senza anima, sentimenti o emozioni, ubbidienti al loro inventore. Il figlio, l’industriale «giovane» Rossum, ne comprende subito le potenzialità come forza-lavoro e costruisce sull’isola una fabbrica dove produce milioni di esemplari da vendere in tutto il mondo. Il robot è dunque il frutto di una riflessione artistica – tra il sociale e il filosofico – sull’accelerazione della rivoluzione industriale e sulle sorti dell’uomo, negli anni in cui masse di operai popolavano le grandi fabbriche e prendevano piede teorie come il taylorismo. Quindi scatta il momento Terminator: i robot comprendono di essere «molto» più efficienti degli esseri umani e si ribellano, in modo assai più violento di un semplice sciopero. Solo alla fine Capek si concederà un raggio di luminoso post-umanesimo.

Di luce e colori abbondano le tavole di Katerina Cupova, che con l’autore dell’opera condivide la nazionalità, le iniziali e l’età in fase di creazione (è nata a Ostrava trent’anni fa). Il suo tratto elegante, gentile, quasi giocoso, discendente dalla tradizione dei cartoni animati dell’Est Europa, aiuta ad alleggerire una trama che spesso lambisce scenari cupi alla Metropolis di Pritz Lang (film che risentì parecchio dell’influenza di R.U.R.). La traduzione di Alessandro Catalano, professore di letteratura ceca all’Università, di Padova, a cui si deve anche il bel saggio finale Le trasformazioni dei robot: 100 anni in cinquanta immagini.

Un’ultima curiosità sul termine robot: deriva da «robota», parola ceca che significa lavoro faticoso e servitù. Fu suggerita a Karel Capek dal fratello, il pittore Jozef, mentre dipingeva un quadro.

R.U.R. – recensione su Lo spazio bianco

R.U.R. – recensione su Lo spazio bianco

R.U.R. è l’acronimo di (I robot universali di Rossum), la rivisitazione a fumetti di Miraggi Edizioni del dramma teatrale utopico e fantascientifico dello scrittore ceco Karel Čapek messo in scena per la prima volta al Teatro nazionale di Praga nel 1921 e subito affermatosi sui palcoscenici di tutto il mondo.
La graphic novel firmata dalla giovane illustratrice ceca Kateřina Čupová dà forma e colore allo storico dramma umanista. La traduzione e la postfazione sono a cura di Alessandro Catalano, professore associato di letteratura ceca presso il Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari dell’Università di Padova, che ha inoltre curato un approfondimento sulle trasformazioni dei robot, 100 anni in cinquanta immagini, inserito all’interno del volume.

R.U.R., in uscita in libreria il 21 febbraio 2022 nella collana MiraggINK, racconta, da una prospettiva del tutto originale, una delle prime distopie del XX secolo. La storia, in particolare, narra le tragiche conseguenze innescate dalla creazione di un uomo artificiale, organico ma apparentemente privo di quelle caratteristiche che rendono l’uomo debole e fallibile, come i sentimenti, i bisogni e il libero arbitrio. In una parola: l’anima. Tuttavia nessuna creatura può essere radicalmente diversa dal suo creatore e i robot di Karel Čapek, prodotti come beni di consumo per sollevare gli esseri umani dalle fatiche del lavoro fisico, sanno essere solidali tra loro, ribelli e violenti come gli uomini che li hanno costruiti.

Nella storia di R.U.R. si riflettono le grandi paure del Novecento di fronte all’avanzata del totalitarismo bolscevico, della vertiginosa corsa del progresso tecnico-scientifico, della disumanizzazione delle masse e delle ingiustizie sociali del capitalismo industriale. Un tema che resta, a un secolo di distanza, incredibilmente attuale seppur con i dovuti “aggiornamenti”. I robot di Čapek non sono quelli del nostro tempo, ma piuttosto creature biologiche, umanoidi che ricordano un po’ il mostro di Frankenstein o i replicanti di Blade Runner.

R.U.R. è un’avventura tra umanoidi, replicanti e robot (parola inventata proprio in occasione della stesura dell’opera di Karel Čapek da suo fratello, il pittore e scrittore Josef Čapek, con l’intenzione di trovare un sostantivo che designasse l’operaio artificiale, sulla base della parola ceca robota che vuol dire “colui che svolge lavori forzati”).

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QUATTRO GIORNI – recensione di Dino Aloi su Buduàr

QUATTRO GIORNI – recensione di Dino Aloi su Buduàr

Spesso si cerca di cambiare nome a qualcosa di conosciuto per renderlo migliore o più appetibile. È successo con i netturbini che da un giorno all’altro si sono trovati ad essere chiamati operatori ecologici, stesse mansioni e stessa paga, ma pennellata di freschezza sul nome. Sorte analoga è toccata al fumetto che da un po’ di anni viene chiamato graphic novel che altro non è che l’equivalente di romanzo a fumetti. Il piacere si è subito inspessito quando, sulla copertina del libro Quattro giorni ho trovato proprio la scritta “romanzo a fumetti”. E che romanzo! E che fumetto. La storia parte, infatti, da un romanzo di Marino Magliani che è un ottimo scrittore (oltre ad essere un apprezzato traduttore) che ha ricevuto numerosi premi, tra cui il Premio Selezione Bancarella nel 2019 e il premio alla carriera LericiPea nel 2012. Il racconto è stato amabilmente sceneggiato dallo scrittore e giornalista Andrea B. Nardi e poi disegnato dal bravissimo Marco D’Aponte, eccellente fumettista che abbiamo visto esordire negli anni Ottanta sulle pagine Orient Express, grande rivista di fumetti diretta da Luigi Bernardi. Sono passati anni e la bravura di D’Aponte si è ancor più raffinata nel tratto e nello stile. Delizioso davvero questo libro, che parte da una trama avvincente e si sviluppa con una sceneggiatura ben elaborata, con salti nel tempo che contribuiscono a rendere chiaro man mano lo svolgimento della storia. I disegni di D’Aponte, molto ben impaginati si basano su inquadrature cinematografiche che contribuiscono a dare un ritmo rapido allo svolgersi degli eventi. Una bella prova d’artista, la sua, conferma ulteriore di una grande professionalità raggiunta. Una storia che è anche un omaggio alla Liguria, così come descrive perfettamente nell’introduzione Dario Voltolini, non a caso altro abile scrittore: “Ligure” lo vedete subito cosa significa, leggendo quest’opera. Forse “ligure” è l’unico aggettivo topografico che invece di restringere e dettagliare il suo senso comprimendolo in un luogo (che in questo caso è di per sé stesso un luogo compresso tra montagne e mare), lo fa volare su tutto il pianeta dispiegandosi a categoria emotiva autonoma.

Forse straparlo, per amore del luogo. Ma qualcosa di vero penso che lo sto dicendo. Laddove il dolore resta incapsulato in una vita che continua, laddove le occasioni perdute vivono per il fatto stesso di esserci state, laddove qualcosa per essere detto bene ha senso che sia taciuto – e molti altri “laddove” ancora – l’aggettivo “ligure” arriva a spiegare perfettamente quello che c’è da spiegare.

Un bel lavoro di équipe che si avverte subito, con armonia e amalgama.

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QUATTRO GIORNI – recensione di Bruno Morchio su Il Secolo XIX

QUATTRO GIORNI – recensione di Bruno Morchio su Il Secolo XIX

Nonostante abbia imparato a leggere divorando giornaletti, che negli anni della mia infanzia e giovinezza riempivano le edicole, quando mi accosto alle forme attuali del fumetto lo faccio con l’animo del dilettante. Eppure, dopo aver letto Quattro giorni, il graphic novel tratto dal romanzo di Marino Magliani, pubblicato da Miraggi, con disegni di Marco D’Aponte e sceneggiatura di Andrea B. Nardi, sono rimasto affascinato dalla capacità degli autori di rendere quanto sembra più difficile esprimere in un fumetto: atmosfere e stati d’animo.

Il romanzo (Quattro giorni per non morire, uscito per Sironi Editore nel 2006), Gregorio Sanderi, che sta scontando in carcere una condanna per contrabbando internazionale di oggetti d’arte e che va incontro a morte certa; la sua unica speranza di salvezza è la terapia – nota solo a un medico di Città del Messico – che potrebbe salvarlo, ma a cui non gli è permesso di accedere. Così, durante la licenza concessagli per la morte della madre, decide di organizzare la fuga in Sudamerica dal paesino dell’entroterra ligure dove è nato e cresciuto. Il racconto dei quattro giorni che ha a disposizione per fuggire raccontano una Liguria di silenzi, luci e ombre del fondovalle, e il viaggio interiore dell’uomo nel proprio passato.

Un romanzo “letterario”, dalla trama esile, che attinge alle grandi lezioni di Calvino e Biamonti, e che costituisce una sfida temeraria per chi voglia trasferirlo nel linguaggio del graphic novel.

Eppure gli autori ci sono riusciti, utilizzando tra accorgimenti: un richiamo puntuale ed efficace a brevi frammenti del testo, il flashback come risorsa narrativa che dà corpo al travaglio interiore del protagonista, e un segno grafico che esalta il chiaroscuro degli anfratti del borgo, i primi piani del volto di Gregorio, la dimensione rarefatta dei ricordi infantili; così le atmosfere e gli stati d’animo che percorrono l’intero romanzo si ritrovano nella versione “graphic”, con una notevole forza e capacità di mobilitare emozioni nel lettore. Un romanzo che si ispira a certi canoni del noir (il personaggio principale è un pregiudicato, la storia è il tentativo di sottrarsi alla vigilanza delle forza dell’ordine), ma che è per gran parte giocato sulle continue corrispondenze tra paesaggio esterno e memoria )”C’erano già quelle palme? Non ricordo più nulla” dice Sanderi appena giunto a Imperia), e si snoda attraverso alcuni incontri fondamentali soprattutto quelli con il fratello e Lori, la ragazza amata in gioventù. La lettura cattura e avvince vignetta dopo vignetta, pagina dopo pagina, fino all’epilogo, senza dargli tregua. Un esempio riuscito di come la traslazione tra diverse forme espressive possa conservare l’essenziale e comunicare lo spirito dell’opera originaria.

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