Nelle cornici delle mie finestre. Poesie e appunti, che comprende poesie e brevi prose tratte da diverse raccolte del poeta Petr Borkovec,
si inserisce in un percorso editoriale nel quale era già apparso il volume Volevamo salvarci di Petr Hruška. Entrambi i poeti, insieme a Pavel Kolmačka, rappresentano oggi i nomi maschili più noti della poesia ceca contemporanea nel contesto internazionale. Se Hruška incarna il volto della città di Ostrava, sigillando nei suoi testi le caratteristiche proprie della cosiddetta “poesia ostraviana”, Borkovec è invece una figura centrale della scena letteraria praghese.
Questo ruolo è dovuto soprattutto alla sua attività di editore presso l’importante casa editrice indipendente Editions Fra, che quest’anno ha pubblicato la prima raccolta di Lubomir Tychý, vincitore del premio Jiři Orten per giovani poeti.
La voce poetica di Borkovec era già giunta in Italia attraverso pubblicazioni in rivista, canali editoriali che spesso veicolano la prima
ricezione dei testi poetici. Tuttavia, questa raccolta, curata dalla boemista Gaia Seminara, rappresenta il primo tentativo di offrire una panoramica organica e completa della produzione del poeta, capace di restituire i principali nuclei tematici ricorrenti della sua opera.
Senza ambire in questa sede a un commento puntuale di ciascuna sezione dell’antologia, è comunque possibile soffermarsi su alcune caratteristiche rilevanti. In Espansione nel silenzio ricorre più volte il tema della notte, intesa come momento privilegiato di riflessione poetica: “mi sono seduto e sono rimasto sotto una stella / finché la città non si è spenta”. In contrasto, emerge il giorno, “di tristezza vestito”, a cui l’io lirico è chiamato a non arrendersi. Nella sezione successiva, Camminamento, si osserva una maggiore sperimentazione
nella disposizione del testo: il verso non è più rigidamente allineato a sinistra, ma si muove, peregrinando sulla pagina. I versi di Borkovec sono abitati da figure animali che rivelano la sua passione per l’ornitologia, presenze che emergono anche nella loro assenza: “Alla finestra, / spalancata, / nessuno viene, / niente arriva in volo”. In Tra la finestra, il tavolo e il letto prende forma una poesia del quotidiano, che si sviluppa attraverso un ampio ricorso al linguaggio diretto nel verso: “Alzarsi, chinarsi, domandare: / – è ora? – No. – Quando?”. Naturalmente, gli elementi qui indicati come dominanti di ciascuna sezione attraversano l’intera antologia, riaffiorando costantemente e mostrando la loro complessa intercompenetrazione nel discorso poetico di Borkovec. A questa stratificazione tematica fa da contrappunto la semplicità degli oggetti dell’osservazione poetica. L’autore offre infatti un’immagine profondamente introspettiva della quotidianità, confrontandosi con interrogativi che spesso sfuggono, travolti dalla frenesia del tempo. Lo sguardo si posa su ciò che circonda l’io lirico, che a sua volta incornicia quanto gli si presenta davanti in attimi contemplativi in cui osservatore e osservato si fondono nell’atto poetico stesso: “Perdermi nelle cose, perdere le cose. / Perdermi nel paesaggio, perdere il paesaggio. / Scrivere gli occhi”.
M. Mecco è ricercatrice al centro Modernitas, Université libre de Bruxelles
“Nami suda. Si aggrappa alla mano grassoccia della nonna. Le onde del lago sbattono a ritmo regolare contro il molo di cemento. Dalla spiaggia di paese arriva un grido, uno strillo piuttosto. Dev’essere domenica, se sta lì sulla coperta col nonno e la nonna. C’è qualcun altro, Nami ricorda le tre macchie rosse di un costume, i tre triangoli di un bikini, e sopra, un fascio di capelli neri ben pettinati, una coda di cavallo, e due ciuffi di peli neri sotto le ascelle. I tre triangoli si muovono lenti, girandosi e rigirandosi sotto il sole finché non ne resta uno solo. Non lontano dalla riva un pesce gatto fa guizzare pigramente la coda”.
Inizia da questo ricordo il racconto della vita di Nami, prima bambino poi ragazzo e infine giovane uomo la cui vita cambia nel corso del romanzo, proprio come il lago. All’inizio Nami ha tre anni, è sulle sponde del lago con i nonni e una ragazza in bikini. La ragazza è sua madre, l’unico genitore che conosca, e questi sono gli unici momenti che gli restano di lei che da quel giorno scompare.
All’epoca, chi si immerge se la cava con una semplice irritazione della pelle, il lago non è ancora diventato la putrida tomba inquinata dove viene mandato a morire chi non si sottomette al volere degli usurpatori russi e nemmeno la sottile lingua ipersalina circondata da una secca distesa di sabbia, dove sono rimasti incagliati alcuni relitti di imbarcazioni.
Man mano che Nami cresce, la vita sull’isola si fa sempre più difficile. La memoria e la cultura del posto vengono cancellate, le acque del lago sono sempre più inquinate, nascono cuccioli di animali e di uomo deformi, gli abitanti vivono in povertà e vengono espropriati delle loro abitazioni e le donne vengono stuprate dai militari che pattugliano il territorio.
Il nonno di Nami muore durante una battuta di pesca, ma finché la nonna resta in vita lui è al sicuro. È quando la nonna cade e non è più autonoma che per Nami la vita diventa difficile. Il presidente del Kolchoz manda la nonna non più produttiva a morire nel lago e poi si insedia con la famiglia nella loro casa. Nami viene trattato alla stregua di un animale.
Alla sera, quando il presidente e la moglie dormono, lui però scappa per incontrare Zara, la ragazza di cui è innamorato. E pur di non perderla sarebbe disposto ad andare avanti così. Ma una sera succede una cosa che Nami non può accettare: alcuni soldati russi molestano Zara e lui, impotente, è costretto ad assistere allo stupro della ragazza. Così, Nami parte alla ricerca della madre, deciso a svelare il mistero della sua nascita. E quando finalmente la trova, dopo avere affrontato innumerevoli prove, il loro incontro non sarà come lo aveva immaginato.
Il lago di Bianca Bellová è un romanzo di formazione tragico e simbolico. La crescita del protagonista è una metamorfosi segnata dalla perdita, dalla violenza e dalla cancellazione della memoria individuale e collettiva. Bianca Bellová usa una lingua essenziale, dove non c’è spazio per le spiegazioni psicologiche, sostituite e rese attraverso i gesti e i silenzi dei personaggi. La storia di Nami è calata in un mondo in cui crescere significa dover decidere la verità meno dolorosa e assumersi il compito fragile, ma necessario, di non lasciar scomparire ciò che resta del proprio passato.
L’originale struttura narrativa è divisa in quattro parti: Uovo, Larva, Crisalide e Imago, che nel romanzo sono le fasi di crescita del protagonista, e in natura corrispondono alla metamorfosi che dal bruco sviluppa la farfalla: un essere con la stessa entità biologica che cambia radicalmente “abito” e funzione per sopravvivere e riprodursi. Attraverso questa metafora, l’autrice ci mostra come la nostra identità, come quella di Nami, non si sviluppa in modo lineare, ma attraverso rotture irreversibili.
Sebbene la narrazione non fornisca coordinate storiche e logistiche, è facile individuare le prime nella vicende che hanno segnato l’Europa centrale e i fatti dolorosi raccontati nelle ferite lasciate dalle occupazioni e dalle guerre. Il lago, l’altro protagonista principale del racconto che nel romanzo è senza nome, è facilmente identificabile con il Lago di Aral, ai confini tra Uzbekistan e Kazakistan, vittima tra gli anni ’60 del Novecento di un vero e proprio disastro ecologico.
Il lago di Bianca Bellová, scrittrice ceca tra le voci più originali della narrativa europea contemporanea, è stato una lettura impegnativa ma allo stesso tempo formativa. In meno di duecento pagine condensa un buon numero di temi molto attuali sui quali invita a riflettere. Durante la lettura ho trovato molti riferimenti che mi hanno ricordato America, il romanzo incompiuto scritto da Franz Kafka tra il 1911 e il 1914.
In entrambe i romanzi, i protagonisti sono giovani che, pur spinti da diverse motivazioni, compiono un viaggio in cerca di un’identità. Sia Nami che il Karl Rossmann di Kafka si trovano, infatti, spesso coinvolti in situazioni paradossali lungo un cammino irto di difficoltà. Costretti per non morire di fame a sottomettersi ai ritmi disumani di lavori usuranti, entrambi devono imparare a proteggersi dalle angherie in un mondo segnato dalle disparità sociali e la loro maturazione è segnata dal confronto con adulti di cui non ci si può mai fidarsi fino in fondo.
Deve essere uno spasso poter leggere Hrabal in originale – certo, vale per tutti i grandi scrittori, eppure ve ne sono che nell’eccentricità della lingua già dicono quella del mondo che raccontano.
Nel caso di Pabitele, ultima uscita italiana (editore Miraggi, lodevole marchio che sforna titoli belli che meriterebbero maggiore visibilità) è la stessa traduttrice, Barbara Zane, a ricordarci la complessità del lavoro. Il termine non ha un equivalente netto nella nostra lingua e indica qualcosa come sbruffoni. Gente che chiacchiera, insomma, che con la parola esagitata, concitata, irriflessa spesso copre le disavventure del vivere.
Quella di Hrabal è notoriamente scrittura erratica e iperbolica come i protagonisti dei racconti (l’edizione precedente era di Guanda, Vuol vedere Praga d’oro?), marginali, funambolici a modo loro che si muovono nella città magica ma privilegiando il registro comico alle preziosità barocche e misteriche di certa tradizione – nel celebre libro di culto dedicato alla città e ai suoi scrittori, il coté magico per l’appunto non consentì a Ripellino di soffermarsi più di tanto sul Nostro. Ma lo stesso slavista ne curò alcune edizioni, sottolineando gli aspetti stilistici legati al parlato – lì ne coglieva la cifra peculiare.
Del resto, la narrazione di Hrabal, qui e altrove, è fatta di personaggi che venderebbero le loro madri pur di non smettere di ciarlare, a vanvera se serve, a raccontare fole, testardi, ossessivi, uomini o donne che siano, verbigeranti avrebbe detto il Celati d’antan.
Così che per chiudere il cerchio con l’incipit, ce li godiamo lo stesso in traduzione, storie che sono soprattutto di personaggi, così invischiati nella carne e nel riso da avergli fatto guadagnare d’oltralpe l’appellativo di rablesiani.
Lettura ad avviso di chi scrive complicata dalla malinconia serpeggiante fra le storie. Milan Kundera, infatti, scrittore suo amico ma assai diverso, metteva in guardia: “Hrabal è il nostro Dostoevskij. La sua opera ha un’energia straordinaria, come un fiume che scorre. In ogni sua pagina c’è un’epica del quotidiano”. Come a rimarcare che a) il comico non è inferiore al tragico (anzi) b) che spesso lo sottende c) il nome del russo come garanzia di grandezza.
Questi pábitelé, smargiassi e grotteschi, timidi e beffardi vivono esistenze umoristiche, non prive di disperazione, capaci però di riscattare il quotidiano dalla sua insignificanza. Birra, fisse, sesso (non proprio felice, anzi tanto vaneggiato, immaginato in grande, quanto fallimentare negli esiti), sogni o idee strampalati, segnano queste vite.
Il macellaio divorato dalla gelosia, ad esempio, sembra pensare alla propria donna con la stessa insistenza con cui seziona la carne: il desiderio e la violenza si sfiorano senza mai esplodere davvero, restano lì, compressi, ridicolizzati dalla loro testardaggine.
Si ride, ma è una risata che resta un po’ in gola, perché quell’uomo non è un mostro, è uno che pensa troppo e male. C’è poi la storia claustrofobica del mercante di pelli che decide di dipingere tutto ciò che lo circonda: pareti, mobili, oggetti. Non lo fa per bellezza, né per arte, ma come se il colore fosse una toppa messa sopra una crepa che continua ad allargarsi. La casa diventa un organismo strano, saturo, quasi appiccicoso. Il gesto è assurdo, ma si intuisce anche una stanchezza profonda, il bisogno di coprire il mondo prima che il mondo divori lui.
In fondo l’eccentrico in Hrabal sembra essere il cuore del vero, non uno spostamento dalla norma – la prossimità a esistenze balorde diventa la chiave per avvicinare l’anima delle cose. Quello che i personaggi inseguono, per esempio i vecchi pensionati seduti accanto a un cementificio che urlano fra loro a chi farebbe meglio il lavoro dopo una vita passata lì dentro. Chiacchierano per non smarrire il senso, per afferrarlo, o anche per difendersene, per evitare di turbarsi con pensieri tremebondi come il vecchio notaio la cui dattilografa racconta dei suoi bagni nudi all’aperto.
Ancora, feste e balli sbilenchi, occasioni che deragliano, situazioni che finiscono in chiacchiere, dispute e ubriacature consolatorie – un’umanità che esorcizza la morte con la parola.
Strologare, variante lessicale mutuata dall’astrologia, ovvero del dire lo scarto da ciò che è e ciò che potrebbe, si vorrebbe essere, è il destino dei pábitelé che abitano meno la Praga magica barocca e esoterica e più le zone liminari di fabbriche e fonderie che ne condividono le fumisterie di una città letteraria come poche. E Hrabal ne è stato uno dei cantori per eccellenza.
Se amate i racconti di trama e le storie lineari, questa raccolta non fa per voi. Perché in questi celebri racconti pubblicati per la prima volta nel 1964, Bohumil Hrabal sperimenta, testa, usa la lingua come un elastico che si espande fino al limite e poi si contrae all’improvviso, lasciando il lettore confuso, stranito e ammirato.
Come ricorda la traduttrice, Barbara Zane, il termine pabitele è stato tradotto in italiano in diversi modi: sbruffoni, acchiappanuvole, cianfruglioni. Habral li definisce “persone capaci di esagerazioni, quello che fanno lo fanno con troppo amore, cosicché si muovono sul confine del ridicolo”. Questi cantastorie popolari intrattengono con le loro iperboliche narrazioni e, con rare capacità affabulatorie, ci conducono in una sorta di terra di mezzo, dove il reale si fonde al surreale, attraverso una forza espressiva che straripa dalla pagina e assume le forme cangiati e violente di una realtà popolare fatta di odori e grida, dolori e illusioni.
Uno scrittore “allievo alla cattedra d’euforia”
Impossibile resistere alla malia di questo carosello di personaggi bizzarri e talvolta grotteschi che animano racconti di vita intinti nell’eccesso e che si fanno giullari di un quotidiano distorto, amplificato, alterato e fagocitante.
Lo scrittore ceco, che si è definito non a caso “allievo alla cattedra di euforia”, si conferma saltimbanco della parola e lascia il palcoscenico al popolo, agli avventori delle birrerie praghesi, alle persone che spesso vivono la marginalità e l’esclusione e che raccontano storie dalle dimensioni oniriche, intrecciando la realtà più spietata con un’involontaria e beffarda ironia.
La lingua si fa movimento sinuoso
Bellissime le metafore, sinestetiche, carnali, vivide, tridimensionali. Ogni accostamento è una pennellata di inusitata bravura, che stende davanti agli occhi del lettore una tela scintillante. I sinuosi movimenti della prosa trasportano chi legge in un universo di istrionici personaggi facendolo salire su una giostra, mentre intorno girano a gran velocità ragazzine cieche, zingare astute, orfani pieni di speranze, notai disillusi: tutti parlano incessantemente, raccontano senza sosta, trasfigurando la realtà in storie leggendarie.
E noi non possiamo far altro che chiedere a questi instancabili cantastorie un altro, straordinario, giro di giostra.
IL VINO
Lettura da abbinare a un tipico vino boemo, il Rulandské modré: questo vino fresco e bevibile è intriso, come i racconti di Habral, dei profumi e delle note speziate del territorio, configurandosi come uno dei prodotti enologici più rappresentativi della regione.
“E poi mi sono lasciata scivolare nell’acqua e nuotavo in quell’acqua d’ottone, mi dava piacere nuotare nel riflesso della luna, smuovere con la mano quel colore metallico, e se alzavo la mano ce l’avevo d’ottone, insomma, signor notaio, stare in quell’acqua era una delizia…!
“È questo il fatto. Uno ci deve avere un rapporto personale con le cifre. Farseli amici, quei numeri, per una qualche fatalità, trovarci quasi un legame amoroso. E poi funzionerà. Per esempio quella Spartak 45 lì…Quella per me è una roba qualsiasi, ma se magari mi venisse addosso, solo un pochino, così, tanto per portarmi fortuna, allora invece la sua targa per me significherebbe qualcosa. Invece così?”
“Gioiosa è stata la mia giovinezza, è durata poco, purtroppo…”, scrive Bohumil Hrabal in Pabitele, ammantando di struggente nostalgia e di toccante umanità i protagonisti di questa silloge. Sbruffoni, secondo l’intraducibile espressione che è stata mantenuta nel titolo di questa nuova edizione dei racconti che primi diedero fama allo scrittore ceco, troppo a lungo occultato dal manto oscuro della censura socialista. Pábitel, ovvero chi agisce con esagerazione, rischiando a ogni passo di inciampare nel ridicolo. Di esseri tali la raccolta è piena. Il signor Hyrman ha paura di svegliarsi nella tomba, come in un racconto terrifico di Poe, e allora qualcuno gli suggerisce l’adozione di un ingegnoso meccanismo, collegato alle mani all’interno della bara per azionare un improbabile sistema di allarme.
Un caleidoscopio di volti e di caratteri ci passa di fronte, come in una giostra fantastica che ruota nell’ombra azzurra della notte. Immagini che, rifratte nell’acqua di un fiume, si raddoppiano svelando il gioco narrativo impostato da Hrabal. In ogni cosa alberga una doppiezza indecifrabile, il bene e il male, il riso e la smorfia di dolore. Per questo i suoi personaggi appaiono così umani. “Mi piacciono le notti come questa. È una bella sensazione, amico mio, quella di esserci, di essere al mondo…”, parole semplici che, certamente, ognuno di noi ha pensato, ma che Hrabal riesce a far balenare come un fuoco d’artificio a illuminare l’oscurità della nostra esistenza. Un gruppo di imbroglioni se ne va in giro truffando gli artigiani, promettendo pensioni che non arriveranno mai; eppure non riusciamo a condannare il loro comportamento. La loro fragilità li pone al di là della morale consueta. Ognuno ha l’anima macchiata da qualche stigma indelebile, che neppure la scolorina marca Arcobaleno evocata nel testo riuscirà a mandare via.
Un libro vivo, a tratti esilarante, in altri luoghi commovente, come quando Jarmilka resta incinta di un uomo che non ne vuole sapere di lei, rischiando di impazzire. Nelle sue pagine l’osteria, ambiente prediletto dallo scrittore, assume risonanze fiabesche. Anche gli ubriaconi che le abitano non suscitano ribrezzo, ma pietà o divertimento. L’incantesimo, purtroppo, dura poco. Si esce dalle sue stanze come da un sogno. Silhouette di uomini in frac, fra le mani un aperitivo, balenano attraverso le finestrelle opache di una sala da ballo di periferia. Ombre che simboleggiano la fugacità della nostra vita. Un maestro di ballo ha un giramento di testa vedendo i “ballerini sgualciti” e, invece che verso il pianoforte, fa “per entrare nello specchio”. Il confine fra realtà e apparenza non è mai stato tanto labile. Gli avventori si mostrano come in un gioco di ombre cinesi, fragili figurine sempre sul punto di svanire. In un altro racconto la mestizia di un suicidio e la chiassosa allegria di un matrimonio si incrociano, con naturalezza, perché vita e morte sono in fondo la medesima cosa. Il vento si porta via il cappello della sposa lì su, nel cielo nero, come un presagio funesto.
L’immediatezza della lingua usata dallo scrittore, insieme alla sua capacità di associare elementi apparentemente eterogenei, donano al testo una vivacità febbrile. Non a caso in Vuol vedere Praga d’oro, novella che dava il titolo alla raccolta in passate edizioni, balena la follia del surrealismo. Valore aggiunto alla presente pubblicazione il racconto Vigilia di Natale, presente nella terza edizione ceca del 1969 e tradotto in lingua italiana per la prima volta. Sembra di vederlo Hrabal, mentre elabora le sue storie nel buio di una osteria. La penna, sismografo emotivo, registra pulsazioni nervose, raggiunge il tragico per poi stemperarlo nel comico. C’è la vita in queste pagine, che sempre ci sfugge per quanto tentiamo affannosamente di afferrarla, e c’è la morte, l’inevitabile conclusione di ogni esistenza terrena.
Gli sbruffoni, i vanesi, o qualcosa di simile: questa incertezza semantica ha giustamente spinto -come ci informa l’ottima traduttrice di questi racconti di Hrabal, Barbara Zane- a optare per il titolo originale in lingua ceca, da leggersi con l’accento sulla vocale finale. Pabitelé.
Dico subito che i racconti che costituiscono questa raccolta possiedono un incanto speciale. Catturano il lettore non solo per la varia umanità che sa raccontarci Hrabal, per certe situazioni grottesche, ridicole, spesso profondamente comiche, ma anche per le abilità e variazioni di stile di cui fa sfoggio l’autore passando da un racconto all’altro.
Per esempio il primo racconto, che ci restituisce il mondo delle fonderie, il lavoro pesante e rischioso con i carrelli, i metalli, la mensa interna, il personaggio della vivandiera, prossima a partorire ma che forse rimarrà ragazza madre- tutto questo contesto trova la sua forma narrativa soprattutto attraverso le battute dei dialoghi. Il racconto è costruito tutto con le conversazioni tra i personaggi: una dimensione sonora dunque, giacché spesso le battute sono secche, enfatizzate, a volte urlate o ripetute per i rumori dei macchinari della fonderia.
Il racconto successivo, quello dell’anziano notaio, è qualcosa di strabiliante: dopo aver descritto l’ufficio (ricordo che in gioventù Hrabal aveva fatto pratica presso uno studio notarile), l’autore crea una situazione antropologicamente interessante: riceve una coppia che viene a Praga da un paese vicino; i due si lamentano della vita monotona del villaggio rispetto alla città, ma raccontano storie boccaccesche che lì avvengono, tali da far arrossire la segretaria del notaio, che la osserva tutto ringalluzzito dai racconti pruriginosi dei due campagnoli. È a questo punto che Hrabal ricorre a uno scarto di stile: il notaio esce dallo studio e, passeggiando per il lungofiume, vede (e il lettore con lui) tutto riflesso e sdoppiato al rovescio dalla superficie dell’acqua. Così, tra le tante immagini, un cavallo si abbevera dal suo muso e due ciclisti in tandem pedalano sulle ruote rovesciate del loro mezzo. (Quest’ultima immagine è stata opportunamente scelta dal grafico della casa editrice Miraggi per la copertina del libro).
Il terzo racconto, quello della macellaia che fa la civetta con gli assicuratori e del marito geloso che alla fine cede alle pressioni di uno di loro e acquista una tomba nel cimitero di Praga accanto a quella di un poeta, è qualcosa di straordinario e non mi dilungo più di tanto.
Scritte con uno stile originalissimo, le storie che compongono questa raccolta scaturiscono da una grande passione per il raccontare, quasi da un’interna e vitale necessità: sono nel loro piccolo, tanti pezzi di bravura, realizzati con grande maestria.
Hrabal è infatti un maestro. Alla sua cifra narrativa -l’ “ironia praghese”
(come lui stesso la definiva: una sorta di commistione tra drammaticità e umorismo)- va aggiunta una speciale dimensione visiva della scrittura. Nell’ampiezza del racconto (e lo riscontriamo nella raccolta “Pabitele”), forse più che nei suoi romanzi più noti, la scrittura trascende infatti i limiti della parola scritta e si propone al lettore come una sequenza di descrizioni visive (Vedi il racconto del notaio). Chi legge ha una percezione sofisticata: scorre parole e pagine scritte e vede immagini, e su questo aspetto, come sappiamo, i formalisti russi avevano già da tempo sviluppato le loro analisi.
Non perdete il piacere di cogliere con la vostra lettura le gemme che l’autore sa confezionare, le sequenze cinematografiche, divertentissime, quasi delle comiche del cinema muto (tra tutte, le pagine che descrivono le reazioni in sordina del marito della macellaia, nel terzo racconto, sono irresistibili).
Questo volume, oltre a rendere omaggio a uno dei maggiori autori della letteratura europea del ‘900, ci offre dunque un piacere e un arricchimento impagabili; i tanti personaggi, un mondo di umanità ormai perduto, sono descritti da Hrabal nelle loro fragilità, nei loro aspetti grotteschi, forse messi un po’ alla berlina ma sempre con profondissimo, umanissimo amore. Stesso profondissimo e nostalgico amore che Hrabal ha sempre nutrito per la sua Praga, qui restituita dal dopoguerra ai primi anni ’60, nei dettagli anche toponomastici, (le piazze, le strade che dopo la guerra hanno cambiato nome, le farmacie, le sale da ballo, il cimitero) nel clima sociale, ma soprattutto nella dimensione umana dei suoi personaggi, dei loro mestieri, delle loro aspirazioni e delle loro vanità.
«E così la rivoluzione è rimandata a tempo indeterminato». «Già» dissi, infilandomi l’ancia in bocca. «Per motivi tecnici, no?».
Questo scambio di battute rappresenta il fulminante incipit del romanzo I vigliacchi di Josef Škvorecký (Miraggi 2025, pp. 480, euro 26, prima edizione del 1958), bel botta e risposta tra il trombettista e il sassofonista tenore della jazz band di una cittadina cecoslovacca sospesa tra guerra e pace, liberazione e rivoluzione.
Ecco di che pasta è fatto un vero racconto jazz. Kazuo Ishiguro – uno che di letteratura dovrebbe intendersene- ha dichiarato al New York Times: «Non ho mai letto un buon romanzo sul jazz», poi continua censurando Jack Kerouac ed elogiando A sud del confine, a ovest del sole (1992) del suo connazionale Haruki Murakami. Un po’ poco per una musica che ha solcato da protagonista il Novecento. Gli autori che hanno nobilitato il jazz portano nomi altisonanti: Francis Scott Fitzgerald.
Julio Cortázar, Ishmael Reed, Michael Ondaatje, Geoff Dyer, il Nobel per la letteratura Toni Morrison. Di jazz è intriso il filone noir di autori adorati dalla critica come Cornell Woolrich, Jean-Claude Izzo o James Ellroy.
Adesso nel quadro della grande narrativa jazz entra di diritto Škvorecký, che in Italia fino a pochi anni fa avremmo contemplato solo per la novella Il sax basso (1967, edizione Adelphi 1993, fuori catalogo).
PAGINE Una nuova traduzione dal ceco di Alessandro De Vito fa finalmente risplendere anche I vigliacchi di Škvorecký: un romanzo intenso, pubblicato da Rizzoli nel 1969 e poi abbandonato al suo destino. Adesso prende posto al centro della miglior letteratura jazz.
La trama: attraverso lo sguardo di Danny, sax tenore della jazz band, protagonista e alter ego dell’autore, rivivono gli ultimi giorni della seconda guerra mondiale. Il conflitto, la resistenza, la rivoluzione, l’amore, le pulsioni sessuali e le inquietudini adolescenziali o esistenziali, la morale borghese, la patria, l’onore, l’amicizia, la religione cattolica… Tutto, ogni convenzione o potere costituito è visto con gli occhi disincantati di Danny che nel momento in cui si consuma lo snodo più drammatico del Novecento ha solo due cose per la testa: le donne e il jazz. Un dualismo altalenante, dove l’amore per Irena (e molte altre ragazze: dice Danny «l’amavo in mancanza di mercanzia migliore») cede spesso il passo alla musica.
Il jazz diventa senso e motore della vita, unico argomento che in tutto il libro rimane, se vogliamo, serio. Il resto passa attraverso un intenso processo di dissacrazione, con pagine divertentissime che raccontano ora le schermaglie d’amore ora le esercitazioni dell’improvvisato esercito di liberazione cecoslovacco. Chiese, partiti, scuole e istituzioni borghesi di ogni genere vengono bonariamente ridicolizzati dall’autore e ovviamente ricambiano. Danny è il fratello maggiore del Giovane Holden (1951): non solo perché ideato nel 1948 (anche se pubblicato dieci anni dopo), ma soprattutto in quanto punto focale di un groviglio di temi come amore, arte, guerra, morte e rivoluzione non semplici da maneggiare. Škvorecký danza su questi macigni con la grazia di Danny al sassofono.
Il confronto con Holden pare squilibrato perché Danny – rispetto al primo – si trova controvoglia a fronteggiare i tragici eventi della storia; proviamo allora a immaginare un parallelo con un altro personaggio emanato da uno scrittore europeo immerso nello stesso tema come il Beppe Fenoglio di Una questione privata (1963). Il protagonista è un ragazzo alle prese con la resistenza negli ultimi mesi del conflitto, studia l’inglese, ama la letteratura americana, il jazz e deve sciogliere il dubbio d’amore che lo attanaglia. Tante somiglianze ma esiti diversissimi: l’eroe di Fenoglio rimane austeramente piemontese e non abbandona mai il senso della «missione resistenziale» da compiere, le sue inquietudini sono puro male di vivere. Danny invece semina confusione, sottigliezze esistenziali. Tra i due il più americano è forse il Milton di Fenoglio che rimane comunque duro, mentre Danny riassume in sé tutte le contraddizioni, i pensieri alti e bassi e i sofismi della società europea di fronte all’inabissamento finale senza riscatto tra milioni di morti e cumuli di macerie.
GLI OTTO GIORNI L’aspetto cronologico della storia riveste un ruolo primario: lo si deduce dai titoli dei capitoli che scandiscono in otto giorni l’arco narrativo tra il 4 e l’11 maggio. La fine della guerra. Ragioniamo sulle date: il 28 aprile è stato fucilato il «coraggiosissimo» duce degli italiani mentre tenta la fuga verso la neutrale Svizzera, il 30 mattina si toglie la vita Hitler che con i cannoneggiamenti russi a pochi metri dal bunker ha finalmente realizzato di aver perso. La notte dello stesso giorno la bandiera rossa sventola dal palazzo del Reichstag. Le sacche di resistenza dei nazisti si prolungano per alcuni giorni, fino al 2 maggio.
La resa mostra già i segni del futuro: rivalità militari, incomprensioni politiche e fusi orari fanno sì che si festeggi l’8 maggio in Stati Uniti e Regno Unito mentre per Mosca e altri paesi dell’Est l’anniversario viene proclamato per il 9 maggio. La rivolta e la battaglia di Praga si svolgono tra il 5 e il 12 maggio. Danny e gli amici coprotagonisti de I vigliacchivivono questo tempo sospeso dove l’oppressione della dittatura nazista è il passato mentre il futuro è rappresentato dalla rivoluzione o dalla normalizzazione. Sperimentano uno stato di frenetica attesa: che scoppi la rivolta contro i tedeschi o arrivi la rivoluzione, con i liberatori russi.
Le abiezioni della seconda guerra mondiale sembrano dietro le spalle eppure se nelle prime giornate (e pagine) del libro domina un sentimento di attesa, poi il tempo della storia risucchia i protagonisti nel suo vortice quando arriva comunque la guerra tra gli ultimi irriducibili nazisti e l’Armata Rossa. La seconda parte del libro sembra una discesa agli inferi anche se ancora domina lo humour. Solo la morte, con la propria insensatezza, accomuna nazisti, resistenti, vittime civili. Per cosa si muore ancora in quei giorni di maggio, quando le ceneri di Hitler sono fredde e tutto è finito? E come vivono i sopravvissuti, quelli che prima sono stati collaborazionisti o amici dei nazisti e ora cercano di rifarsi una verginità o i codardi in battaglia che poi diventano aguzzini con il nemico prigioniero e inerme? Danny e con lui il suo creatore hanno una risposta «swing» diversa dal conformismo, ma anche dal nichilismo. E il libro termina come è iniziato: con la jazz band che suona.
CLANDESTINI Un certo Novecento ideologico non tollera bene l’esuberanza della musica nera. D’altro canto esiste un jazz europeo che negli anni del conflitto resiste alle pastoie della censura. Piccoli gruppi di appassionati si ritrovano segretamente per parlare di musica o suonare.
Questi incontri servono anche a scambiarsi i dischi di musica americana, proibita dal regime tedesco e da quello italiano e, in seguito alle invasioni, vietata anche in paesi occupati come la Francia e a est Polonia o Cecoslovacchia. Nonostante le imposizioni di regime, il jazz si sviluppa durante gli anni Trenta e Quaranta in modo clandestino, investendo l’intero continente occupato. I teorici del nazismo lo avevano bollato come Entartete Musik (musica degenerata), nel quadro della condanna di tutta l’arte d’avanguardia «negroide», da Stravinskij a Picasso.
Anche il boemo Škvorecký porta le stimmate della censura: il potere ufficiale comunista lo osteggia per anni. Quello che non va giù è il presunto qualunquismo del romanziere poco «impegnato», come il suo personaggio Danny che candido afferma: «Non avevo niente contro il comunismo. Non avevo niente contro nessuno, finché potevo suonare il jazz con il sassofono e guardare le ragazze».
Esule dopo l’invasione sovietica del ’68 quindi cittadino canadese e da lì campione della letteratura «dissidente zero» dell’ex patria, sua è la migliore analisi del rapporto tra jazz e dittatura in un paese passato, in meno di tre anni, dal dominio nazista all’influenza russa.
I regimi hanno nei riguardi dello swing un atteggiamento di condanna simile; ma lo Škvorecký saggista in esilio lo spiega in modo meno urbano: «Il jazz è sempre stato un bastone nel deretano di tutte quelle sanguisughe che, da Hitler a Breznev, si sono alternate al potere nella mia terra natia».
La Cecoslovacchia ha provato il peso di due regimi contrapposti sul piano ideologico, ma simili nell’atteggiamento verso la creatività. Racconta Škvorecký che un burocrate nazista aveva predisposto un decalogo di norme che le orchestre di musica da ballo dovevano rispettare per non incorrere nelle sanzioni della censura.
I punti dell’elenco sono ridicoli fino a sfiorare la stupidità. Il terzo impone che per quanto riguarda il ritmo, venga data preferenza alle composizioni veloci rispetto alle lente (i blues), anche se il tempo non deve «superare un certo grado di allegro commisurato al senso ariano della disciplina e della moderazione». Non sono permessi «gli eccessi negroidi». Il punto sette precisa che nel jazz si può suonare il contrabbasso solo con l’archetto, mentre si proibisce di pizzicare le corde. Anche questo andrebbe a discapito della sensibilità musicale ariana.
La storia del jazz nell’Europa dell’Est è funestata da vicissitudini inenarrabili che coprono tutti i ruoli in commedia, dal tragico al comico. Prendiamo Eddie Rosner, funambolico trombettista ebreo in fuga dal nazismo (la sua vita è descritta ne Il jazzista del gulag (2008) di Natalia Sazonova. Scappando verso Est Rosner attraversa Germania, Polonia e Bielorussia, per approdare alla Russia comunista dove viene soprannominato la «tromba d’oro» e all’apice della gloria si esibisce per Stalin. Poi il jazz in Unione Sovietica finisce al bando e lui si ritrova in un gulag, dove – ironia della sorte – gli chiedono di dirigere un’orchestra… jazz.
Tenta per anni di emigrare in occidente, continuando clandestinamente a fare musica sovversiva e quando finalmente può tornare in Germania Ovest, scopre la dura legge del mercato: lì il jazz è libero ma lui è stato dimenticato e muore povero, abbandonato da tutti. Una vicenda simbolo del jazz nell’Est europeo del periodo sovietico, quando era considerato un prodotto «dell’Occidente pervertito».
ENERGIA CATARTICA Questa musica sopravvive perché incorpora un élan vital, un’energia creatrice «esplosiva», dall’effetto catartico. L’arte è moto dell’anima che si sottrae alle pastoie di regime. Solo quando il controllo degli ideologi e dei burocrati di partito diventa troppo pressante l’anelito vitale si trasforma in protesta. In Cecoslovacchia la situazione del jazz ha avuto diversi rovesci con l’oscillazione del governo tra moderate aperture e repentine chiusure, giustificando la durezza delle parole di Škvorecký.
Il critico Giampiero Cane nel saggio Le formiche e l’orso (1976) scrive che in Cecoslovacchia c’è un atteggiamento di ostracismo pervicace, passato senza soluzione di continuità dalla dittatura nazista al regime comunista.
Negli anni dell’occupazione tedesca, a Praga si pubblicava una rivista clandestina dal nome O.K. (Okruznì korespondence, corrispondenza circolare); quei pochi fogli, che potevano costare il campo di concentramento a chi ne era trovato in possesso, erano un bollettino che si occupava di musica swing. Veniva distribuita in un numero limitatissimo di copie nelle osterie di provincia dove si continuava a fare del jazz, stando attenti all’esercito tedesco. Il carattere di protesta politica della musica era solo la conseguenza dell’ostilità delle forze di occupazione naziste contro le composizioni ispirate al jazz e le canzoni straniere.
Finita la guerra, gli amatori del jazz cecoslovacco poterono uscire allo scoperto, pubblicare riviste, organizzare concerti, suonare.
Questo periodo di libertà durò poco: nel 1948 il governo comunista vietava nuovamente la musica jazz adducendo motivazioni diverse che celavano gli stessi scopi e si servivano degli stessi metodi. Il jazz tornò rapidamente nella clandestinità. La burocrazia osteggia l’organizzazione di concerti e la programmazione radiofonica, i sindacati di musicisti gestiscono ogni attività e qualunque altra iniziativa è illegale. Per i musicisti di jazz l’iscrizione al sindacato è impossibile. Di nuovo si torna alla «corrispondenza circolare» con lettere scritte, ad esempio, in esemplare unico per non incorrere nell’accusa di stampa proibita. Si tratta di bollettini informativi che aggiornano i pochi iniziati sui concerti clandestini in Cecoslovacchia e su ciò che avviene nel jazz in campo internazionale.
Contemporaneamente gli appassionati organizzano incontri negli appartamenti privati di qualche adepto per una jam session o per l’ascolto dei rari dischi.
Questo stato di cose si protrae oltre la destalinizzazione: il jazz rimane pericoloso per il regime fino all’avvento del rock’n’roll. Il pubblico giovane, quello che negli anni Quaranta ha costituito la base di massa dello swing, dagli anni Sessanta si rivolge al rock, più affine alle nuove esigenze. Il jazz diventa musica per pochi o per intellettuali e spaventa meno. Il regime ha un nuovo nemico: è la musica rock, che fa presa sui giovani ed eredita tutti i significati negativi che per anni erano pesati sul jazz. Il rock sprofonda nella semiclandestinità: tra concerti illegali e riunioni segrete; negli anni Settanta diventa la musica sotterranea della Cecoslovacchia e paga il peso della repressione oscurantista.
Il jazz negli anni Sessanta non acquista comunque la totale libertà anche perché l’organizzazione dei concerti e la produzione dei dischi sono di competenza statale.
Ad esempio a Praga il free jazz negli anni Settanta non è conosciuto perché i dischi di questo genere non vengono distribuiti, mentre il più effimero jazz rock circola senza ostacoli. Forse la libertà, anche solo in un’etichetta – free jazz significa pur sempre «jazz libero» – è comunque pericolosa.
ESULI Dal coté culturale cecoslovacco, così ricco di fermenti jazzistici, escono eccellenti musicisti, a partire dai tre esuli di belle speranze che hanno sfondato negli Stati Uniti: Miroslav Vitouš, primo bassista dei Weather Report, il collega di strumento George Mráz, al centro del miglior mainstream del periodo nel trio di Oscar Peterson e nei gruppi di Stan Getz o Chet Baker e, per finire, il pianista-compositore della Mahavishnu Orchestra Jan Hammer, sbarcato in Usa per studiare a Berklee prima di entrare nell’orbita di John McLaughlin. Hammer diventa così «americano» da comporre la sigla del telefilm Miami Vice.
Meno noto ma dalla vicenda singolare Karel Krautgartner, clarinettista e sassofonista della vecchia guardia che muove i primi passi negli anni Trenta e suona nella Karel Vlach Orchestra. Lavora al Reduta Jazz Club di Praga con un proprio quintetto per anni e guida l’orchestra leggera della radio di Stato. Lascia il paese a malincuore dopo l’invasione russa del ’68, destinazione Vienna. Václav Havel primo presidente nel 1989 della Cecoslovacchia post comunista e post muro di Berlino, è stato uno dei promotori di Charta 77, la più importante iniziativa di dissenso nel paese che deriva dall’omonimo documento firmato nel gennaio di quell’anno. Quel movimento aveva avuto tra i motivi scatenanti l’arresto dei membri di una band locale di musica psichedelica, i Plastic People of the Universe. La carta criticava il governo cecoslovacco per la mancata attuazione degli impegni sottoscritti in materia di diritti umani.
Nel gennaio del 1994 al club Reduta andò in scena una serata memorabile. Havel, allora capo di stato amante della musica, omaggiò Bill Clinton di un sassofono e questi lo suonò (non troppo bene a dire il vero) con il gruppo che sul palco stava conducendo una jam. Si trattava di soft power jazz, in salsa americana e non solo. Erano gli anni del crollo comunista e il capitalismo si presentava trionfante con la mitezza luccicante del tenore di Clinton. Anche uno stonato presidente che suona in un paese dove visceralmente si è amato il jazz – e dove Škvorecký ha creato i propri sassofonisti letterari – diventa simbolo della fine delle grandi narrazioni novecentesche.
Leggere Bohumil Hrabal significa entrare in un mondo narrativo che sfugge alle etichette, dove la vita quotidiana si trasforma in materia letteraria pura, e il racconto diventa un flusso ininterrotto di voci, ricordi, digressioni, eccessi e improvvise epifanie. Scrittore ceco amatissimo dai lettori più attenti, Hrabal è uno di quegli autori che non si “consumano”: ogni rilettura apre nuovi significati, nuove sfumature, nuovi cortocircuiti emotivi.
Hrabal resta un autore necessario proprio perché complesso, libero, ironico e profondamente umano. Tra le sue opere, Pabitele e Compiti per casa rappresentano due accessi privilegiati al suo universo: il primo attraverso la finzione narrativa, il secondo entrando direttamente nel suo laboratorio creativo e intellettuale.
2 Libri per conoscere meglio lo scrittore ceco Bohumil Hrabal
Bohumil Hrabal è uno scrittore che non si legge per moda, ma per necessità. Pabitele e Compiti per casa rappresentano due facce complementari del suo universo: la narrazione come flusso vitale e la riflessione come atto di resistenza. Sono libri che parlano di libertà, di marginalità, di eccesso, e soprattutto di umanità.
Se ami la letteratura che non addomestica la realtà ma la attraversa con ironia e dolore, Hrabal è un autore che devi assolutamente leggere. E, una volta entrato nel suo mondo, difficilmente riuscirai a uscirne davvero.
Hrabal (1914-1997) è stato uno degli scrittori più originali della Mitteleuropa del Novecento. Cresciuto nella Cecoslovacchia attraversata da nazismo, stalinismo e censura, ha costruito una letteratura apparentemente leggera e ironica che, in realtà, contiene una critica potentissima ai sistemi di potere, all’omologazione e alla violenza della Storia.
Nella letteratura ceca del Novecento si possono riscontrare, a partire da inizio secolo, un ingente numero di voci femminili. Nonostante questa presenza massiccia e riconosciuta di intellettuali donne, l’editoria italiana sembra non darvi spazio in traduzione, tranne in riferimento a pochissimi casi. Il primo riguarda Božena Němcová, un simbolo della letteratura ceca ottocentesca, le cui opere tradotte sono ormai oggi introvabili sul mercato editoriale, sia le raccolte di fiabe sia il romanzo Babička (“La nonna”, 1855 – tradotto nel 1925 e nel 1951). L’altro caso è invece quello di Věra Linhartová, consacrata da Einaudi in Interanalisi del fluito prossimo e nuovamente pubblicata all’interno della Collana Praghese E/O con Ritratti carnivori. L’ultimo caso, particolarmente curioso, è invece quello dell’opera provocatoria di Jana Černá, che fa la sua comparsa nel panorama editoriale italiano con In culo oggi no, pubblicato per i Tascabili di E/O, e con Vita di Milena, edito prima da Garzanti e, successivamente, da Forum Edizioni con il titolo Lettere a Milena.
Nonostante questi esempi, moltissime opere non sono mai state tradotte in Italia, sebbene le intellettuali e le scrittrici ceche abbiano giocato un ruolo di primaria importanza, soprattutto nel secondo Novecento. Questo impegno femminile si nota sia all’interno della cosiddetta cultura ufficiale, sia nell’ambito della letteratura samizdat durante gli anni del regime.
Riguardo al tentativo di valorizzare l’impegno e l’importanza delle donne ceche, è bene segnalare il lavoro svolto dal Centro Ceco di Milano a partire dalla fine dello scorso anno con il progetto “Eroine ceche”, una mostra online in cui si tracciano i profili di alcune donne che hanno segnato la storia del Paese, come ad esempio Milada Horaková, Olga Hovlová o Vera Čáslavská. Un’altra iniziativa del Centro Ceco di Milano, che si lega nello specifico all’editoria, è rappresentata dalle interviste fatte ad alcune scrittrici ceche edite in Italia all’interno del progetto “La cultura in quarantena”, recuperabili sul canale YouTube del centro.
Nonostante questo interesse, sono molti i nomi che al lettore italiano restano sconosciuti come ad esempio quello della scrittrice e protofemminista Marie Majerová o autrici come Daniela Fischerová, Alexandra Berková o ancora lo sperimentalismo della poetessa Naděžda Slunská. Tra le intellettuali ceche del Novecento poco conosciute in Italia è importante ricordare anche il nome di Bronislava Volková, poetessa e autrice della monografia A Feminist’s Semiotic Odyssey Through Czech Literature.
L’attenzione nei confronti delle autrici ceche sembra essersi risvegliata negli ultimi anni, grazie soprattutto all’interesse manifestato da alcune case editrici. In particolare, la casa editrice Miraggi Edizioni ha pubblicato diversi romanzi all’interno della collana NováVlna. Nel 2018 sono infatti comparse la traduzione de Il lago (2016) di Bianca Bellová e quella de La corsa indiana (1990), di Tereza Boučková, entrambe a cura di Laura Angeloni. Nel 2020 sono stati editi altri tre titoli. Il primo Con Bata nella giungla dell’autrice Markéta Pilátová, già conosciuta con la traduzione del 2018 di In qualcosa dovremmo pur somigliarci, edita da Atmosphere Libri. Il secondo, Mona, ha ripresentato nuovamente la scrittrice Bianca Bellová ai lettori italiani. A fine anno è stato infine pubblicato La teoria della stranezza, il primo romanzo della scrittrice di Pavla Horáková. Nel febbraio del 2021, la collana ha proseguito con la pubblicazione de I tedeschi di Jakuba Katalpa, romanzo tradotto da Alessandro De Vito.
Keller Editore, che ha sottolineato il suo interesse per il panorama letterario ceco con la traduzione di autori come Jáchym Topol o Josef Pánek, ha pubblicato due romanzi appartenenti alla produzione, invece, femminile. Il primo, edito nel 2012, è I soldi di Hitler di Radka Denemarková, autrice conosciuta al pubblico italiano grazie anche alla pubblicazione di Contributo alla storia della gioia, edito nel 2018 dalla casa editrice Roma Sovera. Il 2017 è stato l’anno de L’eredità delle dee di Kateřina Tučková, testo pluripremiato in terra ceca e che ha riscosso un enorme successo anche in Italia, dove è stato definito come uno dei romanzi cechi più interessanti degli ultimi anni. Questo non ha, però, rappresentato il debutto dell’autrice in Italia, nel 2011 era infatti già stata pubblicata l’opera L’espulsione di Gerta Schnirch per la casa editrice Nikita.
Fondamentale è stata anche la pubblicazione delle opere di Sylvie Richterová, importantissima scrittrice e saggista, di cui sono stati editi due romanzi, ovvero Topografia da parte di E/O nel 1986 e Che ogni cosa trovi il suo posto, pubblicato nel 2018 da Mimesis Edizioni. Nel 2014 è stata pubblicata l’opera Sparire dell’autrice Petra Soukupová per la casa editrice Atmosphere Libri. Infine, il 2020 si è concluso con la pubblicazione del poliziesco La casa al civico 6 della scrittrice Nela Rywiková, presso Edizioni le Assassine.
Per l’occasione si è deciso di intervistare la traduttrice Laura Angeloni e Alessandro De Vito, a sua volta traduttore ed editore presso la casa editrice Miraggi Edizioni, dove cura la collana NováVlna.
Intervista a Laura Angeloni
MM: Innanzitutto, le vorrei chiedere, come introduzione alla nostra breve intervista, il significato che ha per lei l’attività di traduzione e come ha deciso di occuparsi, nello specifico, della traduzione di opere ceche.
LA: Innanzitutto un aneddoto: riordinando le mie vecchie cose, non molto tempo fa, ho ritrovato un quaderno che riporta la data: Agosto 1986. È la mia traduzione, rudimentale e scritta a mano, di un romanzo inglese. Era l’estate dopo il terzo liceo, ero appena tornata da un viaggio studio a Londra con una valigia bella piena di libri in inglese, e a quanto pare avevo deciso di trascorrere il mio tempo libero traducendo. Un vecchio cimelio che mi ha commossa, perché mi ha dato misura di quanto la passione per la traduzione fosse già dentro di me. La risposta è qui: la traduzione per me è una passione che con studio e tenacia sono riuscita a trasformare in lavoro. Mi piace lavorare con le parole. Mi hanno sempre affascinato le lingue, mi hanno sempre affascinato i libri, e sono sempre stata attratta dalla scrittura, la traduzione mi appaga in tutti questi diversi aspetti. Per quanto riguarda il ceco, sono consapevole di quanto ciò possa suonare sentimentale, ma mi sono innamorata di Praga. È nato tutto da lì, ho studiato il ceco, ho cominciato a interessarmi della cultura e della letteratura ceca.
MM: Con la seconda domanda entriamo nello specifico dell’emergere delle voci femminili ceche all’interno dell’editoria italiana. Nel corso del Novecento sono state pochissime le autrici ceche tradotte, si possono davvero contare sulle dita di una mano. Come spiegherebbe lei questo aspetto? E, soprattutto, come spiegherebbe, invece, questo aumento di interesse negli ultimi anni?
LA: Credo che dobbiamo soprattutto guardare all’esplosione e al grande successo che hanno avuto le voci femminili nell’editoria ceca, parte tutto da lì. In Italia sono state tradotte tutte autrici che hanno avuto grande fortuna in patria. E la mia sensazione è che negli ultimi anni si traduca in generale più letteratura ceca, rispetto ad anni fa. Miraggi edizioni ha una collana ceca dedicata, Keller ha un occhio molto attento verso la cultura ceca, e sporadicamente se ne interessano anche altri editori. Nell’ottica in cui si cerca di portare in Italia tutta la letteratura di valore che viene pubblicata in Repubblica Ceca, mi pare normale che proporzionalmente siano aumentate anche le voci femminili tradotte. Guardando nello specifico ciò che ho tradotto io personalmente, autori e autrici più o meno si equivalgono.
MM: Lei ha tradotto diverse autrici e diversi autori, anche molto importanti a livello internazionale come nel caso de La perlina sul fondo di Bohumil Hrabal (Miraggi, 2020) o Una persona sensibile di Jáchym Topol. Naturalmente ogni autrice e ogni autore manifestano la propria cifra stilistica. Se dovesse però rivolgere uno sguardo d’insieme alle due produzioni, potrebbe identificare degli elementi discordanti, sul piano dello stile oppure su quello della sensibilità?
LA: Ci ho provato, a pensare a degli elementi discordanti, ma non ci riesco. Posso trovare degli elementi discordanti, sia sul piano dello stile che su quello della sensibilità, tra singoli autori o autrici, ma non mi pare il caso di generalizzare. Forse le scrittrici donne hanno una naturale predisposizione per i personaggi femminili e viceversa, come del resto è normale che sia. Penso per esempio a Tereza Boučková, che ha scritto dei libri autobiografici in cui per forza di cose prevale una sorta di sensibilità femminile, anche quelli di Kateřina Tučková possono forse dirsi “libri di donne”. Ma poi penso al protagonista de Il Lago, per esempio, che è un ragazzo, e Bianca Bellová lo tratteggia con grande sensibilità e profondità, a mio avviso. Allo stesso modo mi ha sempre colpito, per esempio, il modo in cui Jáchym Topol riesce a descrivere i personaggi femminili, in Lavoro Notturno, e anche nel suo ultimo lavoro Una persona sensibile. Le donne del romanzo Lettera in scrittura cuneiforme di Tomáš Změskal sono di grande spessore. È una questione che si affronta spesso, se esistano una “letteratura maschile” e una “letteratura femminile”, ma a me sembra azzardato parlare di stili e sensibilità distinte dall’appartenenza a uno o all’altro genere.
MM: Un’autrice che ha avuto molta risonanza, non solo in Repubblica Ceca ma anche oltre i confini nazionali, è Bianca Bellová, di cui lei per Miraggi Edizioni ha tradotto Il lago e Mona. Potrebbe descriverci alcune caratteristiche della prosa di Bellová che ha riscontrato a livello di lettura e di traduzione?
LA: Bianca Bellová ha uno stile molto definito, consapevole, di una precisione quasi chirurgica, va dritta per la sua strada e non si perde mai. Poche pennellate e ti fa entrare in un mondo, concreto ed emotivo. La sua scrittura si mette a servizio della storia, Quando la traduco, ho la sensazione di percorrere un sentiero ben segnato, seguo le sue orme con fiducia, mi basta mettermi in ascolto. La mia fortuna con lei è anche che ha una voce che mi è molto familiare, un tono e un ritmo che mi risuona dentro fin da subito. Non faccio fatica a trovare la cifra stilistica.
MM: Tra le altre autrici tradotte, vorrebbe parlarci di una o più scrittrici ceche in particolare che lei apprezza particolarmente o le cui opere manifestano degli aspetti particolarmente interessanti?
LA: Adoro Tereza Boučková per il suo coraggio di parlare di sé e della sua vita senza l’artificio letterario di nascondersi dietro a dei personaggi fittizi, per la sua schiettezza, per quel suo scavarsi a fondo senza paura di mostrarsi o rivelarsi. Per la sua capacità di rinascere e ricrearsi anche nelle situazioni più critiche e difficili. Si dà alla scrittura con tutta se stessa, tanto che le sue grida, così come la sua risata cristallina, sembrano materializzarsi anche tra le sue parole scritte.
Petra Hůlová, almeno nei libri che ho tradotto, è una scrittrice molto eclettica che ha la grande capacità di creare mondi altri, di immedesimarsi in personaggi molto diversi da lei (rimarrà sempre un mistero per me la precisione con cui, a soli venticinque anni, è riuscita a descrivere il rapporto di una donna di sessant’anni col suo corpo). Sa vestire diversi stili a seconda delle storie che racconta, delle voci che interpreta, si immerge, inventa, sperimenta, gioca con le parole, e tradurla è stata una bellissima e divertentissima sfida. Mio grande desiderio è che i suoi libri, ormai introvabili, vengano ripubblicati da una casa editrice che possa dar loro il giusto valore.
Marketa Pilatová porta alla letteratura la sua esperienza multiculturale, l’aver vissuto mondi diversi, i suoi libri sono ponti tra paesi quasi agli antipodi tra loro per cultura, storia, mentalità. Mi pare che nel mondo odierno di ponti ci sia un bisogno estremo. Mi piacerebbe molto continuare a tradurla.
Intervista ad Alessandro De Vito
MM: La casa editrice Miraggi, in particolare con la collana Nová Vlna, sta facendo un lavoro davvero prezioso nella diffusione della letteratura ceca in Italia. Proprio all’interno di questa collana sono state tradotti numerosi romanzi di scrittrici ceche, ad esempio La corsa indiana di Tereza Boučková, oggetto di uno degli articoli dell’area di boemistica all’interno di questo numero. Si può dire che ci sia proprio l’intenzione di far scoprire una produzione che in passato è sempre rimasta un po’ in “sordina”?
AD: Oppure, che è in sordina oggi, o entrambe le cose. Da un lato infatti ci sono stati momenti storici in cui gli autori cecoslovacchi venivano tradotti e avevano un certo successo di pubblico, i sempreverdi Hašek, Čapek, Neruda o naturalmente Hrabal, senza arrivare al successo unico di Kundera, da un altro, passata l’epoca del post-sessantotto e dell’attenzione per i dissidenti, sono seguiti decenni di pubblicazioni più sporadiche, soprattutto a opera di case editrici medio-piccole. Io stesso, interessato alla letteratura ceca per via delle mie origini, mi sono mosso in questa direzione innanzitutto con l’idea di recuperare alcuni libri pubblicati decenni fa e ormai reperibili solo nei mercatini dell’antiquariato. Il mio chiodo fisso è stato per anni Il bruciacadaveri di Fuks, anche perché conoscevo meglio il periodo degli anni Sessanta proprio per via del cinema, della Nouvelle Vague ceca su cui ho svolto la tesi di laurea, la Nová Vlna a cui ci è piaciuto intitolare la collana. Poi, tornando a leggere in ceco, mi si è aperto un mondo di autori contemporanei, in grande prevalenza autrici, che era altrettanto un peccato non fossero disponibili per il lettore italiano. Ci sono perle, per dirla con Hrabal, che non si potevano lasciare sul fondo. Bianca Bellová e la sua forza espressiva unica, Tereza Boučková con la sua forza interiore femminile, Jan Balabán con la sua visione acuta e dolorosa del mondo, ma farei un torto agli altri: sono tutti molto particolari, brillanti, spesso così diversi da quello che si trova nei nostri libri.
MM: C’è l’intenzione di procedere su questa linea, nel senso di continuare a tradurre autrici meno note al pubblico italiano, a differenza invece di grandi nomi come quello di Bohumil Hrabal o Ladislav Fuks? Se dovesse fare un nome di un’autrice ancora da “scoprire” nell’editoria italiana, quale sarebbe?
AD: Le linee, di nuove proposte e di recupero dei classici, resteranno entrambe parallele e vitali. Come si fa a non voler proporre, ancora oggi nel 2021, degli Hrabal o dei Čapek ancora inediti? E ci sono tante opere di altri grandissimi autori ancora mai tradotte, o neglette da decenni. E lo stesso si può dire per gli autori, ehm, autrici, contemporanee. Senza farne per forza una questione di genere, dato che credo essenzialmente che la bontà o meno di un libro non dipenda dal sesso di chi l’ha scritto, stiamo comunque riflettendo a fondo sulla particolarità che in un paese europeo – ignoro se accada anche altrove, ma sarebbe interessante verificarlo – la stragrande maggioranza degli autori quotati dalla critica e che hanno successo presso il pubblico, siano autrici. È una diversità che una volta di più può portare, credo, punti di vista differenti, inusuali, moderni, cose che probabilmente abbiamo bisogno di leggere, o farci dire in faccia, da quell’angolo di rifrazione. Non è facile scegliere un nome, ognuna ha punti di forza notevoli, nella densità o nella leggerezza, nella profondità o nella sapiente danza delle parole per comunicare cose spesso tremende, diversamente non accettabili senza quella capacità artistica (questo è il caso di Tereza Boučková, di cui sta per andare in stampa L’anno del gallo). Personalmente mi sono divertito molto a leggere La teoria della stranezza di Pavla Horáková, che pure può sembrare un romanzo più leggero. Io amo Bianca Bellová, che scrive le sue pagine come se le passasse al tornio e alla fresa, togliendo tutto ciò che non serve, ma anche Markéta Pilátová con la sua capacità affabulatrice, una scrittrice che riuscirebbe a romanzare anche una lista di nomi di mobili Ikea. Mi è piaciuto molto l’ultimo libro che ho tradotto, I tedeschi, di Jakuba Katalpa, un vero grande romanzo, per pathos, personaggi ed epica, in un’architettura molto ben congegnata. E pubblicheremo quello che forse sarà il nostro più grande sforzo anche produttivo di sempre, il romanzo-mondo Hodiny z olova (“Ore di piombo”) di Radka Denemarková, scrittrice e intellettuale che vorrei conoscessero tutti, e che resterà a lungo con la sua opera. Quando hai per le mani un libro così, che affronta di petto il destino del mondo in questo nostro tempo, e lo fa in 800 pagine parlando da vicino della Cina nel cd “secolo cinese”, per averci vissuto a lungo fino a farsene espellere, puoi dire almeno di averci provato fino in fondo.
MM: Com’è la ricezione generale da parte dei lettori? Personalmente, noto un crescente interesse per la letteratura ceca, soprattutto noi tra giovani, sia che ci occupiamo di studiare queste realtà “altre” sia in quanto semplici lettori.
AD: Noi siamo una piccola casa editrice, per cui non è mai facile rispondere a questa domanda, o almeno, la risposta non può essere di ordine generale perché ancora molti non ci conoscono, non conoscono la collana e quel che facciamo. Tuttavia ci seguono con interesse ormai in tanti, in quella che tecnicamente resta una “nicchia” editoriale: anche quando un ceco è pubblicato da una grande casa editrice in questo momento non supera certi numeri. Speriamo di contribuire con le nostre pubblicazioni a innescare qualche scintilla in più, non si sa mai da dove nasca poi il fuoco più grande. Ecco, non ne potevo più che, frequentando da anni letterati e addetti ai lavori, citando la letteratura ceca si fosse rimasti solo a Švejk e ai Racconti di Malá Strana…
MM: L’ultimo libro pubblicato da Miraggi all’interno di Nová Vlna è I tedeschi. Una geografia della perdita, di Jakuba Katalpa. Essendone lei il traduttore, le vorrei chiedere a cosa si deve la scelta di tradurre proprio questo romanzo.
AD: È un libro che avevo adocchiato da tempo, mi interessa sempre molto la storia, il Novecento, e quell’immenso mistero che ha visto nascere in una delle nazioni più civili e culturalmente avanzate del mondo intero un orrendo buco nero politico e sociale, il nazismo. Naturalmente gli storici hanno molte risposte, ma trovo che siano i romanzi, spesso, a fornire chiavi di lettura interessanti per svelare, o tentare di capire, le motivazioni più intime e umane dell’uomo semplice, di chi si è trovato a vivere in quel tempo senza rendersene conto fino in fondo. Mi interessa per capire, per la memoria e perché spero che non si ripeta, anche se in altre parti del mondo l’orrore spunta fuori ogni momento senza sosta da sempre, connaturato com’è all’animo umano. Ma mi interessa soprattutto l’indagine dell’uomo, delle sue motivazioni, delle sue reazioni a determinati stimoli e reazioni. Cos’è il coraggio? E la vigliaccheria? E, alla fine di tutto, cos’è il Giusto e il suo contrario? Spesso i romanzi rispondono senza rispondere, ma riescono a mettere in luce alcuni aspetti archetipici. Nei Tedeschi non a caso i personaggi sono estremamente ben delineati, reali e epici, credibili ma anche incarnazione di modi di essere. Come nella tragedia antica, come nell’epica. O più semplicemente (o forse non è affatto più semplice) come nelle favole, quelle raccontate dalla protagonista Klara e citate in più punti nella narrazione, dove il Bene e il Male hanno volti e voci e un corpo. Ma sono favole “reali”, in cui il Bene e il Male coesistono nella stessa persona, con l’effetto che nessuno è del tutto colpevole, e nessuno o quasi è innocente. Come nel mondo reale, insomma. L’ho trovato un romanzo potente, che parla del passato, ma dice tanto a noi, oggi. E dato che parla anche della dolorosa questione della forzata espulsione dei tedeschi dalla Cecoslovacchia dopo il 1945, mi interessava un possibile parallelo con la fuga degli italiani da Istria e Dalmazia. La questione dei “vinti”, e di come si fanno i conti con il passato.
MM: Sempre in quanto traduttore, quali sono le peculiarità o le difficoltà nel tradurre una prosa come quella di Jakuba Katalpa oMarkéta Pilátová?
AD: Ogni autore ha le sue particolarità, ci sono autori oggettivamente molto difficili, basti pensare a Hrabal e alla sua funambolica e folle inventiva linguistica, che può mettere in difficoltà nell’interpretazione gli stessi lettori cechi, e altri più leggibili, o meno ambigui. I Tedeschi, tra i romanzi della Katalpa, è probabilmente quello con una prosa più piana, al servizio della narrazione, della vicenda e, come si diceva prima, dei personaggi. Ho imparato a non definire mai “facile” una traduzione, una volta colto l’aspetto linguistico, mai scontato, bisogna trovare la “voce” del romanzo, adattare l’italiano, o meglio trovare l’italiano giusto da usare per quel libro, per quell’autore. Lessico, registri, armonia, utilità, efficacia. Serve entrare nel testo, andare a trovare i protagonisti, “sentirli” come uomini e donne, per poterli “riscrivere” in un’altra lingua. E non è stato facile “sentire” tutte le donne protagoniste del romanzo, e la loro intensa sofferenza di donne e madri. E occorre uscire da sé, dalla propria visione, dalle proprie idiosincrasie, anche se ovviamente ogni traduttore darà inevitabilmente la propria impronta indelebile alla propria versione. Una cosa che faccio sempre è rileggere almeno una volta a voce alta (o sussurrando) tutto il libro. Credo che sia l’unico modo per “ascoltare” la lingua, capire se scorre, se si inceppa qualcosa. Per non far inciampare il lettore inutilmente, per fargli un buon servizio. Poi certo, se una cosa è complessa lo resta, e il lettore deve fare la sua fatica.
Il romanzo di Markéta Pilátová Con Bata nella giungla è anch’esso un romanzo di tipo storico, la sua prosa è stata definita affine al “realismo magico”, forse per l’influenza della sua lunga permanenza in Sud America. Si concede dei lirismi, delle variazioni, delle parti di racconto oniriche, dei personaggi che tornano come fantasmi in epoche successive alla loro morte, fa parlare persino la fabbrica di scarpe stessa! È stata un’avventura molto coinvolgente anche quella traduzione (ma forse qualcuna non lo è?), che inaspettatamente mi ha riportato anche a memorie famigliari e infantili. Infatti, parlando della famiglia Baťa, l’autrice utilizza spesso alcune espressioni o piccoli brani in dialetto della Haná o dello Slovácko, in Sud Moravia, zona di origine del “calzolaio che ha messo le scarpe al mondo”. Non è stato facile, ma era il dialetto che parlava mio nonno, originario di quelle parti, già un po’ col sapore dello slovacco: non si sa mai cosa può venire utile per tradurre. Che è un mestiere bellissimo, tradurre. Un artigianato finissimo e molto complesso perché fatto di molteplici aspetti, tecnici e di gusto, in cui si mette dentro la grammatica e decenni di letture altre, soprattutto italiane, palestra della lingua, dove spesso si cammina con finta noncuranza (e molti patemi) su un filo incerto. Sopra, sotto e di fianco, mille insidie. Ma alla fine, di solito si arriva con una grande soddisfazione.
Ore di piombo” di Radka Denemarkova è una narrazione epica che travalica i secoli e le vicende del singolo per catapultarci nella storia vera, che trasuda indignazione, ma ci istrada verso la ricerca di un senso. Pagine feroci, foriere di scottanti verità svelate come in una canzone struggente
“La vita ti scaglia addosso i suoi temi con violenza.
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Le parole che in Europa piovono da ogni dove non significano niente.
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Le parole che in Cina si pesano su bilance minuscole significano vita o morte”.
“Ore di piombo” (miraggi edizioni) è firmato dalla scrittrice ceca Radka Denemarkova e tradotto da Laura Angeloni. Si tratta di un libro di oltre novecento pagine con una personalità fortissima, di sicuro una sfida, una di quelle rare avventure che di rado regala il mondo editoriale. Lo scenario spazia dalla Cina all’Europa, raccontate da chi ne ha visto cadere le maschere. Una narrazione epica che travalica i secoli e le vicende del singolo per catapultarci nella storia vera, che trasuda indignazione ma ci istrada verso la ricerca di un senso.
Una galleria di personaggi che incarnano vizi e fragilità umane, non nominati ma indicati in base al loro ruolo, dal Programmatore all’Amico, da Marziano al Diplomatico, dalla nonna alla Ragazza Cinese, oltre a creature quasi fiabesche come i due saggi gatti, Arancio e Mansur. Tra loro spicca la protagonista Scrittrice, dissidente in quanto portavoce dei valori di democrazia e libertà ora tanto vilipesi. Tutte assieme, queste figure portano avanti intrecci, relazioni e riflessioni che spaziano dal cammino dei popoli alla quotidianità, alla disgregazione, alla decadenza, alla perdita di ideali, ma anche all’amore:
“Non è colpa sua se gli uomini sono così stupidi da pensare che il primo evento degno di nota tra un uomo e una donna sia una notte d’amore. No, perché qualcosa accada davvero ci vuole pazienza, tenerezza. Nemmeno odiarlo le è di aiuto. L’odio è solo un’altra forma di amore, in egual modo disperata.”
Sono ore di piombo su un’Europa retriva, che non vuole lasciarsi destabilizzare dall’integrazione e chiude le porte ai rifugiati. I migranti vengono vissuti come invasori, cavallette voraci, e poco importa l’evidenza che essi fuggano da disastri ambientali o umani. L’Europa è un mercato che punta al profitto, qui le persone possono scendere in piazza ostentando il simbolo della forca, tanto nessuno le rimprovera, perché manca la riflessione, sorella del dubbio e dell’esitazione. Se la gente è spaventata, allora cerca un capro espiatorio, se la prende coi più deboli e la scissione tra eletti e diseredati è in agguato:
“La morale non è di cera, per questo devono in qualche modo giustificare le loro azioni. Il primo passo è dividere il mondo tra noi e loro. Inventare delle qualità negative da attribuire agli altri per denigrarli collettivamente, escluderli dalla società umana: gli altri sono primitivi, diffondono malattie, violentano le donne”.
La Repubblica ceca non è da meno e, quando Scrittrice torna al suo paese dopo una lunga lontananza, lo trova imbevuto di fascismo, “un paesello chiuso dal filo spinato”, gli abitanti rinunciano alla loro libertà in cambio della vana illusione del benessere.
Sono ore di piombo anche in una Cina velocissima, fatta di sorrisi e pazienza, ma dove non mancano gli eccidi e le imposizioni. Si tratta di una nazione dove nulla è come sembra, dove l’apparenza si sdoppia per permettere rivelazioni solo a chi vuole andare in profondità. Lì troverà, assieme a tanta bellezza, anche la crudeltà della repressione, dell’obbedienza, della devozione cieca al comunismo:
“Che aspetto oggi assumono il potere dei senza potere e l’impotenza dei potenti? La società è come un rene ipertrofico che non riesce più a purificare il sangue. La milza non funziona e le tossine vengono reimmesse nelle vene. Se un trauma di famiglia non viene purificato, va a gravare sulle generazioni successive. La speranza che le disgrazie rendano gli uomini umani è ormai disattesa”.
Un libro epico, inaspettato, spietato ma che trasuda umanità, pagine feroci, foriere di scottanti verità svelate come in una canzone struggente.
Passato e presente, realtà e fantasia, compongono un mosaico di continui chiaroscuri, e lo stile è un’architettura perfetta: tenero, poetico, ironico, di straordinaria purezza.
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