Laura Angeloni con Ā«Io sono l’abissoĀ» di Lucie FaulerovĆ” intervistata da Ā«Posto delle paroleĀ»

Laura Angeloni con Ā«Io sono l’abissoĀ» di Lucie FaulerovĆ” intervistata da Ā«Posto delle paroleĀ»

di Livio Partiti

Passato e presente, realtĆ  e fantasia, compongono un mosaico di continui chiaroscuri, e lo stile ĆØ un’architettura perfetta: tenero, poetico, ironico, di straordinaria purezza.

Ascolta l’intervista alla tradutrice:

QUI l’articolo originale: https://ilpostodelleparole.it/libri/laura-angeloni-io-sono-labisso/

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Manuale della scomparsa: ā€œIo sono l’abissoā€ di Lucie FaulerovĆ”

Manuale della scomparsa: ā€œIo sono l’abissoā€ di Lucie FaulerovĆ”

di Martina Cimino

Il catalogo di Miraggi Edizioni nel 2024 si arricchisce con la pubblicazione, all’interno della collana NovĆ”Vlna, diĀ SmrtholkaĀ (ā€œIo sono l’abissoā€, 2020) di Lucie FaulerovĆ”. Ā Il romanzo, nominato per il premio Magnesia Litera nel 2021, nello stesso anno ha vinto il prestigioso Premio dell’Unione Europea.Ā  La traduzione ĆØ di Laura Angeloni.

ā€œForse nella realtĆ  non esisto. Forse nella realtĆ  sono soltanto un’imitazione.ā€

(Max Richter, Infra 5)

Tutum… sh – sh-sh.

Il ritmo di Infra 5 di Max Richter, l’oscillare del vagone di un treno: questa la cornice del romanzo di FaulerovĆ”. Un romanzo che si muove nell’interstizio di un dialogo tra la narratrice e protagonista Marie e il suo riflesso mentre siede sul sedile di un treno che percorre la Repubblica Ceca in direzione sconosciuta.

Una trama apparentemente semplice – un viaggio nella memoria – che si instaura nella tradizione del romanzo ferroviario ma che pagina dopo pagina svela la propria complessitĆ  e inabissa, o illumina, il lettore in una realtĆ  frammentaria, le cui uniche coordinate sono proprio le deviazioni del treno. ƈ in queste deviazioni che Marie vive da sempre la propria vita: sentendosi altro dalla famiglia, dalla lingua e nel corpo; e cosƬ le ripercorre in una serie di fantasie divertenti e analessi che in comune hanno questa costante del suo essere e sentirsi altro.

ā€œProbabilmente non sono mai stata me stessa. Mi sono sempre intrufolata di soppiatto nei mondi degli altri. Trasferendomi in essi come in case estranee. In casa di Madla, in casa del mio primo e poi del mio secondo ragazzo, nella casa di Rochester. Forse nella realtĆ  non esisto. Forse nella realtĆ  sono solo un’imitazione… Non sono me stessa. Devo attaccarmi. Essere parassita. Sono dipendente. Incompleta. Una cornice senza quadro. Una scopa senza paletta. Una semiretta. […] una frase incompiu–ta-tum.ā€ (p. 129)

Marie, appassionata di magia fin da piccola, non fa che cercare attraverso i trucchi che impara il modo di scomparire. Infatti, ā€œĆØ chiaro, no? Se il tuo sogno ĆØ diventare un mago che magia vorresti saper fare prima di tutto? Io quella di scomparireā€ (p. 13). CosƬ, tutta la sua vita scorre alla ricerca di metodi per sparire, alternati a episodi divertenti vissuti con la sorella, e il lungo e doloroso viaggio in treno non ĆØ che la metafora stessa della scomparsa, dando alla narrazione una cadenza da trance rituale.

ā€œIl treno ĆØ trasparente e nel treno sono trasparente anch’io, rimbomba in un’eco, esistiamo solo a metĆ , l’altra metĆ  non esiste, siamo solo un’immagine che si ĆØ impressa sul lato inferiore del foglio, un negativo sbiadito.ā€ (p. 162)

Un viaggio molto diverso dai tragitti notturni che spingono la protagonista nella Praga sotterranea delle stazioni della metropolitana, nelle piazze colme di gente e nei supermercati; quei non-luoghi di precarietĆ  assoluta in cui alla ricerca di contatto umano trova forse la sua visibilitĆ . Un viaggio che la rende narratrice a volte inattendibile perchĆ© ā€œognuno si ricorda le cose a modo suoā€ (p. 172) e lei ricorda di sĆ© solo in funzione degli altri, che siano essi la sorella Madla, la madre, il padre o il fratello Adam.

ā€œMa io chi sono da sola? Chi sono da sola, senza gli altri? Non c’è niente che mi definisca, niente che definisca me in quanto me. Ogni volta che comincio ad avere troppa consapevolezza di me, mi sgretolo come pietra arenaria, ho bisogno degli altri per rimanere integra, devo pensare a quelli che ci sono, a quelli che non ci sono. Devo. Devo attaccarmi. Devo essere parassita. PerchĆ© altrimenti non esisto.ā€ (p. 161)

Tutto procede sempre a tentoni nel suo attaccarsi agli altri: dall’abbandono materno, ai momenti passati con Madla e il suo suicidio, ai ritrovi di spiritualitĆ  new age nel Sokol di Carogna – il paese in cui vive –, ai percorsi universitari intrapresi e abbandonati e agli atti di autolesionismo. Cosa fare quando gli altri non sembrano o non sono più presenti? Allora non le resta che una risposta: fingere di credere che ci sia ancora qualcosa in cui credere.  Infatti, Marie sceglie di esistere nell’assenza, in quel vuoto solcato dalle perdite e nella prospettiva di un perenne inverno. Ed ĆØ proprio nell’assenza di un gesto, il suo non aderire al rituale di passaggio dall’inverno alla primavera in cui il fantoccio della dea della morte Morana viene fatto affondare lanciandogli contro dei sassi che anche il titolo del romanzo Smrtholka, letteralmente ā€œRagazzamorteā€, trova spiegazione.

ā€œE il sindaco ĆØ in testa al corteo che porta Morana, la tiene alta sopra la testa, un fantoccio coperto di paglia, due assicelle a croce avvolte con dei cenci. […] E poi il sindaco la getta nel fiume, Morana affonda sotto una scarica di sassi. Io, il mio continuo a strofinarmelo tra le dita. Mi guardo intorno e mi sento come se m’ avessero catapultata all’improvviso in un gioco di cui non conosco le regole: gioca con noi, dĆ i gioca! ƈ la prima volta che mi sembra di non riuscire a capire quel rituale, non capisco la loro gioia. […] Vorrei allungare la mano verso quella vecchina di cenci e tirarla a riva.ā€ (pp. 29-30)

Un gesto mancato che rivela la dissonanza di Marie da se stessa e dal mondo e che sancisce il momento in cui sente di essere condannata.  ā€œIo sogno Morana. Da anni e anni. / A furia di sognare la tua dea, ĆØ lei che comincia a sognare teā€ (p. 95); perseguitata a tal punto da Morana, Marie si convince della propria colpevolezza e tutta la sua vita – almeno per com’è raccontata – assume le tinte del lutto e della perdita di sĆ©, il non vedersi, da ciò derivante che la porta a compiere atti di automutilazione come accecarsi con una matita.

ā€œā€¦ quando qualcuno intende morire di propria mano, il volto si cerca allo specchio… […] ā€¦ se si dice: dunque questo sono io. PerchĆ© sono io? […]Quando mi infilo la matita nell’occhio, il dolore ĆØ tanto forte che tutto diventa buio. Riesco a intravedere solo il caos inondato per metĆ  dal colore, non verde, ma rosso, qualcuno grida, qualcuno corre via. Ma forse sorrido persino, mentre cado nell’incoscienza con la matita che sporge dall’occhio[,] forse sorrido persino, perchĆ© Morana – Morana non c’è piĆ¹ā€. (p. 113)

Una libertĆ  acquisita, la scomparsa di Morana, che esige però un alto prezzo: la privazione, in questo caso parziale, della vista materiale. Una scena di chiara matrice edipica tanto necessaria perchĆ© racchiude in sĆ© uno dei motivi strutturali del romanzo, il vedere e il non-vedersi, il dialogo tra la Marie-passeggera del treno e la Marie-visione che sfugge. L’auto-accecamento, dunque, non ĆØ soltanto segno dell’impossibilitĆ  di Marie di reggere il peso del proprio sopravvivere a Madla ma anche la controparte dialettica della vista sensibile, rappresentata dal fratello Adam: ā€œAdam ĆØ l’occhio sano. […]  Adam ĆØ la parte integra del mio viso che ĆØ lƬ solo e solo e soltanto a rammentare che l’altra metĆ  un tempo era esattamente cosĆ¬ā€ (p. 120), e dai corsi di spiritualitĆ  frequentati dalle due sorelle perchĆ© ā€œalla fine la questione ĆØ sempre la stessa: purificarsi, concentrarsi, armonizzarsiā€ (p. 27). E se in fondo ĆØ la narrazione che si fa a decidere chi si ĆØ, non sorprende che il mantra di luce di uno di questi corsi venga rovesciato in ā€œL’abisso ĆØ lƬ. / Vedo l’abisso. / L’abisso vede me. / L’abisso ĆØ in me. / Io sono l’abissoā€ (p. 28), a confermare la percezione che Marie ha di sĆ©.

Tuttavia, sarebbe sbagliato credere che Marie si lasci soltanto andare all’abisso della memoria perchĆ©, anche quando non ne ha la forza, non fugge, forse intuendo che il buio del tunnel va attraversato. CosƬ, in questa tragedia bagliori e sprazzi di luce si alternano al dolore, accecando violentemente lei e il suo riflesso e tracciando una scia di chiaroscuri che segue il percorso del treno, deviazioni e soste incluse, perchĆ© alla fine ā€œla meta ĆØ il viaggio in sĆ©ā€ (p. 43) e quindi non importa se lei stia partendo o tornando ma la sua decisione di sopravvivere e finalmente guardarsi per com’è. PerchĆ© in fondo che lei sia senza tre quarti di lingua e con un solo occhio non ha importanza quando ā€œchi ci sta attorno si accorgerĆ  che siamo avvolte dalla luce e per questo verranno a cercarciā€ (p. 53).

La possibilità di tornare è lì: in quel lungo in cui anche chi cerca di scomparire desidera solo tornare.

ā€œMari marilù bidibibodibibĆ¹ā€ (p. 15)

QUI l’articolo originale: https://www.andergraundrivista.com/2025/04/16/manuale-della-scomparsa-io-sono-labisso-di-lucie-faulerova/

Recensione dei «Vigliacchi» di Josef Škvorecký sulla rivista online «Emöke»

Recensione dei «Vigliacchi» di Josef Škvorecký sulla rivista online «Emöke»

di Leonardo Guizzetti

ā€œE mentre guardavo il sole lassù, con il grande edificio bianco alle mie spalle e la quiete di un paese dove erano morti tutti, poteva essere ovunque, mi assalƬ un grande senso di inutilitĆ , mi pervase tutti i pori e le cellule del corpo e sentii tutto, tutto eccetto me stesso, infinitamente lontano. Ed ero un mollusco nel solido guscio di quella inutilitĆ , ci stavo bene, anche se ero solo e senza senso, ma appena ne uscivo il mio corpo molle e vulnerabile incontrava qualcosa di doloroso. Appena uscito, compariva subito Irena e la sofferenza di non averla e la sofferenza di non sapere se mi interessava davvero o no, e la sofferenza di desiderarla ed essere geloso di lei e quella di essere indifferente a lei e quella di pensare che non l’avrei mai avuta e che era stato ed era tutto inutile, le serate e le parole e la rivoluzione […].ā€

Il romanzo ceco che ha subito la più feroce e spietata offensiva mediatica dell’intero periodo socialista ĆØ senza dubbio I vigliacchi (1958) di Josef Å kvorecký. A suo modo, il romanzo divenne un vero e proprio caso editoriale, l’imputato di un ā€œprocesso letterarioā€ che costrinse l’autore a confrontarsi con i vertici del regime comunista. Nella Cecoslovacchia della fine degli anni ’50, il caso de I vigliacchi determinò un inasprimento delle politiche censorie che impedƬ a molti autori, tra cui Bohumil Hrabal, di pubblicare le proprie opere. Come era accaduto per Il dottor Živago nel 1957, un anno prima della pubblicazione de I vigliacchi, il romanzo dovette attraversare un complesso percorso editoriale prima di essere pubblicato; inoltre, le numerose stesure del testo che ci sono pervenute rendono difficile individuarne una versione ufficiale e definitiva. La nuova traduzione de I vigliacchi (2025), pubblicata da Miraggi, colma il vuoto lasciato sugli scaffali dal 1969, quando vide la luce, per Rizzoli, la sua unica edizione italiana, almeno fino ad ora.

L’esplodere dello scandalo, paragonabile a quello scoppiato per Il dottor Živago, fece sparire il nome di Å kvorecký dai piani editoriali per ben cinque anni. Ricomparve solo nel 1963 con la pubblicazione di La leggenda Emƶke, il Ā«delizioso raccontoĀ» ricco di Ā«ondulazioni musicaliĀ» che ha ispirato il nome di questa rivista, e che ĆØ cosƬ descritto da Angelo Maria Ripellino in una lettera a Italo Calvino. Fondatore a Toronto, dopo la sua emigrazione dalla Cecoslovacchia, della casa editrice ā€™68 Publishers, fondamentale per la diffusione della letteratura ceca all’estero, Josef Å kvorecký si inserisce nel novero degli autori che, in vari momenti del secolo scorso, subirono il fascino della letteratura americana, da sempre considerata un ā€œtabĆ¹ā€ dalle politiche culturali di regime, perchĆØ estranea alla loro logica normativa. 

Negli otto capitoli in cui ĆØ diviso il romanzo, che corrispondono ai giorni tra il 4 e l’11 maggio del 1945, si racconta l’arrivo dei russi a Kostelec, una piccola cittĆ  immaginaria ispirata a NĆ”chod, ora libera dai tedeschi. Nella costruzione del racconto Å kvorecký disattende però ogni regola dell’estetica di regime, ogni principio del realismo socialista. Sebbene non possa definirsi propriamente un romanzo anticomunista, I vigliacchi presenta, per la prima volta nel contesto cecoslovacco, una posizione libera, leggera e spensierata. La narrazione ĆØ in prima persona e punta soprattutto sull’immediatezza delle impressioni del protagonista. Non ĆØ infatti l’intervento della voce autoriale a richiamare l’attenzione, non ĆØ l’opinione forte dell’autore a mediare le riflessioni del personaggio che fin da subito non viene dotato del cinismo necessario a motivare le sue considerazioni. Il protagonista Danny cresce insieme all’autore e ne costituisce una sorta di alter ego fittizio (tornerĆ  infatti in altri romanzi di Å kvorecký); non ĆØ l’uomo ā€œda glorificareā€ dell’estetica ufficiale, ma ĆØ un Giovane Holden che fa del suo patriottismo lo strumento per conquistare Irena, la ragazza di cui ĆØ innamorato senza essere ricambiato. 

In un romanzo giocato sulla descrizione contrastiva del mondo degli adulti e quello dei giovani, il giovane Danny oscilla tra dissenso e adesione. L’arrivo dell’Armata rossa viene privato di ogni forma di mediazione ideologica; tutto l’evento ĆØ presentato come una grande farsa, uno sketch di cabaret: un cambio di bandiera, un palchetto, i russi come ubriachi uomini a cavallo, l’organizzazione della Resistenza come un susseguirsi di ronde senza senso.

Danny ama le ragazze, il jazz, il ragtime e la cultura americana, ha da poco concluso il liceo; il suo cognome Smiřický ĆØ quello di una famiglia nobile e ciò fa di lui un privilegiato, un buon partito. Si sente diverso da Ā«quelli che hanno fameĀ», i comunisti, da quelli che non hanno una camera confortevole in cui rifugiarsi. ƈ chiaro fin da subito, dunque, che la sua visione del mondo non ĆØ priva di implicazioni, poichĆ© condizionata, seppur in minima parte, dalla sua ereditĆ  di classe. Danny ĆØ un ragazzo stregato dai ricordi. ƈ perennemente perso nel suo fantasticare e riscopre la realtĆ , seppur parzialmente, solo dopo essersi scontrato con l’evidenza della guerra, che impedisce lo svolgersi della sua vita quotidiana. Eppure, nonostante siano posti di fronte alla violenza della guerriglia, lui e i personaggi con cui dialoga minimizzano i fatti appena accaduti attraverso scambi di battute privi di forza comunicativa: la violenza resta perlopiù riposta nella loro mente. Raccontano gli eventi senza dar peso alla morte, rendendola quindi inconsistente, e forse, per questo, ancor più dolorosa. 

Danny ĆØ per primo uno dei vigliacchi a cui allude il titolo, cosƬ come lo sono i suoi amici, che evitano lo scontro aperto, o i personaggi in vista della cittĆ , che cambiano posizione con l’arrivo dei russi. La forza del protagonista sta proprio nel suo ā€œparlare di nullaā€, nella sua inettitudine, in questa sua inerzia esistenziale che, contrapposta al pathos degli eventi, dĆ  vita ad una satira contro il piccoloborghese, contro il ā€œmondo dei padriā€ e contro la sacralizzazione dell’Armata rossa. 

Se dunque non possiamo riconoscere lo sconforto del protagonista nei dialoghi a cui prende parte, lo possiamo però fare nelle parti liriche, nei suoi monologhi, nelle contraddittorie idealizzazioni del presente che testimoniano la sua sostanziale fragilitĆ , nelle sue paure nei confronti del futuro: la laurea in lettere e la vita in questo ā€œnuovo mondoā€ che ha cancellato il vecchio. Con Hemingway come modello per i dialoghi e Faulkner per le parti liriche, Å kvorecký dona al suo personaggio l’indeterminatezza emotiva dei protagonisti dei romanzi di Sartre o Camus. Nonostante la sua naĆÆvetĆ©, Danny si mostra capace di articolare pensieri estremamente complessi senza però giungere mai ad un vero e proprio ā€œsunto esistenzialeā€, optando sempre per risoluzioni provvisorie, contraddittorie o di compromesso. Anche il leitmotiv dell’affermazione dell’amore per Irena – l’ossessione per il suo ā€œA love supremeā€ – ci mostra come, in realtĆ , questa esperienza sia ben lontana dall’essere totalizzante, o quanto meno lo sia in modo estremamente provvisorio. Irena ĆØ sia oggetto di desiderio che motivo di repulsione, mentre le interazioni con il mondo femminile se in molti casi prevedono un tentativo di corteggiamento, in tanti altri possono essere riassunte nel motto infantile: ā€œmaschi contro femmineā€. Danny ĆØ un narratore inaffidabile e sono le contrastanti modalitĆ  in cui concepisce l’amore a dimostrarcelo: l’amore ĆØ furbizia, desiderio, soggiogazione, idealizzazione; Ā«le ragazze sono tutte stupideĀ» se lo rifiutano, ma allo stesso tempo si dispiace di vivere in un Ā«mondo di uominiĀ» se accettano le sue avances. Se nell’assenza di un commento in terza persona possiamo riconoscere il voluto occultamento dell’opinione autoriale, nel flusso dei pensieri di Danny, tutto sommato abbastanza ordinato, e in questa serie di indicazioni sul protagonista – il nesso eroismo/erotismo e il suo narcisismo –, nel suo modo di descrivere il mondo femminile e nel tentativo di sopprimere i suoi reali sentimenti nella contraddizione, possiamo riconoscere la sua sostanziale irresolutezza.

In questo contrasto tra diversi registri emozionali, tra le parole del personaggio e i suoi pensieri, tra la sua risposta emotiva agli eventi e il peso che sembra conferirgli, la musica ĆØ ciò che segnala al lettore un possibile istante di armonia, ciò che garantisce una forma di coerenza ai discorsi del protagonista. Il lessico musicale anticipa un momento di confessione intima, ne rivela la profonditĆ . La musica ĆØ la vera lingua con cui dialogano Danny e i suoi amici. E se il reale senso di questi discorsi ĆØ come la parte sommersa di un iceberg, ed ĆØ la musica a guidarci, ecco che quanto leggiamo non ĆØ che uno scat, una serie di sillabe musicali sincopate che non hanno valore di per sĆ©, ma che si arricchiscono di significato all’interno di un contesto più ampio – storico o armonico, ma non solo – che va cercato non in superficie, ma sott’acqua. 

In questa grande partitura possiamo trovare la call and response tra le voci dei protagonisti, le blue notes dei momenti di monologo (in cui Danny mostra tutte le sue fragilitĆ ), e le battute in cui lo stream of consciousness si fa meno strutturato e più libero, come un assolo di sassofono. Ed ĆØ l’abilitĆ  cinematografica di Å kvorecký a rendere i diversi elementi tra loro coesi: i moduli narrativi ripetitivi, l’ibridazione lessicale, gli intermezzi dialogati, i rari ā€“ ma non assenti ā€“ momenti elegiaci, anche se repressi o nascosti.

Nel finale, ĆØ la luce rossiccia della stella Betelgeuse ad annullare l’equivalenza che Danny stabilisce tra il sassofono e il mitra; la luce sanguigna della stella, del colore prima dell’amore, dell’Armata rossa e poi della guerra, gli fa comprendere come, in realtĆ , ad accomunare tutti gli attori di questa storia siano soltanto la morte e la vendetta, in un ciclo che difficilmente potrĆ  essere interrotto. La guerra non ĆØ più qualcosa su cui interrogarsi, ma una realtĆ  concreta. Sopravvivono gli interrogativi sull’amore, su Irena, sull’invidia che Danny prova nei confronti dell’amante di lei, ma non su un possibile futuro di morte, perchĆ© ne ĆØ terrorizzato. Immagina Irena in una Praga dalle tinte jazz, una nuova Chicago ben diversa dalla piccola Kostelec; oppure sogna la donna sconosciuta che spera di incontrare lĆ  dopo la guerra. Ma anche questo futuro ĆØ precario. Unica sicurezza resta la musica, strumento privilegiato per riconsiderare quanto successo, o forse solo il pretesto per negarsi ad ogni tipo di introspezione, ad ogni possibilitĆ  di crescita. Di fronte ai ā€œdisastri della guerraā€ rimanere immobili non ĆØ una reazione innaturale; dopotutto, come Danny ĆØ costretto ad ammettere, posto di fronte alla violenza della guerra anche Ā«Goya non ĆØ nienteĀ».

QUI l’articolo originale: https://www.emokerivista.it/i-vigliacchi/

Premio Salerno Letteratura 2025: Lucie FaulerovĆ  vince con Ā«Io sono l’abissoĀ»

Premio Salerno Letteratura 2025: Lucie FaulerovĆ  vince con Ā«Io sono l’abissoĀ»

SALERNO – ƈ Lucie FaulerovĆ  la vincitrice dell’edizione 2025 del Premio Salerno Libro d’Europa, inserito nella 13ĀŖ edizione di Salerno Letteratura. Con ā€œIo sono l’abissoā€ (Miraggi edizioni) FaulerovĆ  si ĆØ aggiudicata il primo premio con il riconoscimento della platea dei lettori.Ā Nella terna, selezionata dai comitati direttivi di Salerno Letteratura, Duna di Sale e #fuorifestival, c’erano anche Tom Hofland con ā€œIl cannibaleā€ (CarbonioEditore) e Munir Hachemi con ā€œCose viveā€ (La nuova frontiera).


ā€œIo sono l’abissoā€, per la traduzione di Laura Angeloni, ĆØ stato tradotto in spagnolo, macedone, bulgaro, serbo, ungherese, polacco, croato, lettone, egiziano e sloveno. Passato e presente, realtĆ  e fantasia, compongono un mosaico di continui chiaroscuri, e lo stile ĆØ un’architettura perfetta: tenero, poetico, ironico, di straordinaria purezza. Colpita da una serie di tragedie familiari e abbandoni, la protagonista del romanzo, Marie, si trova a fare i conti col suo passato, nel difficile tentativo di approdare a un futuro. I suoi ricordi, come tasselli di una realtĆ  frantumata che man mano va a ricomporsi, ci presentano il quadro di una famiglia spezzata dall’impeto violento di una malattia. L’amore ĆØ il collante su cui i tre membri rimasti si sforzano di ricostruire le fondamenta della loro vita, ma la battaglia più difficile, per la protagonista, ĆØ quella con sĆ© stessa, con l’attanagliante senso di colpa che le impedisce di affrontare i propri demoni interiori e di chiedere aiuto. Inizia in treno, questa storia, e in treno finisce, ma nel percorso ĆØ condensata una gamma di emozioni infinita. Un vero viaggio nella vita, ma anche nella morte e nel dolore, un dolore che trasuda anche nelle scene che strappano un sorriso e si insinua in ogni piega, perchĆ© Marie, la protagonista, non si risparmia e non ci risparmia. Non fugge dalla violenta raffica dei ricordi, forse non ne ha la forza o forse intuisce che il buio del tunnel va attraversato, che indietro non si torna. Ed ĆØ proprio nel buio che spiccano maggiormente gli sprazzi di luce, e in queste pagine di sprazzi di luce, pur nella tragedia, ce ne sono tantissimi. I legami di famiglia, l’amore di un cane, un aquilone al vento, un fruscio di foglie, un cielo pieno di stelle, la lieve carezza di un sorriso. Passato e presente, realtĆ  e fantasia, compongono un mosaico di continui chiaroscuri, il viaggio in treno scandisce il ritmo, tra accelerazioni e rallentamenti, e lo stile ĆØ un’architettura perfetta: tenero, poetico, ironico, di straordinaria purezza. Lucie FaulerovĆ” ĆØ nata nel 1989 ed ĆØ una della più brillanti giovani autrici ceche. Dopo gli studi di boemistica ha cominciato a lavorare come redattrice editoriale. Il suo romanzo di debutto, Lapači prachu (Gli acchiappapolvere, 2017) ĆØ stato nominato ai premi Magnesia Litera e Jiří Orten. Smrtholka, del 2020, il cui titolo letteralmente significa Ragazzamorte, e indica la dea della morte Morana, ĆØ stato nominato per il premio Magnesia Litera nel 2021 e nello stesso anno ha vinto il prestigioso Premio dell’Unione Europea.

ā€œIo sono l’abissoā€ ĆØ la sua prima opera tradotta in italiano.

QUI l’articolo originale: https://www.primapress.it/premio-salerno-letteratura-2025-lucie-faulerova-vince-con-io-sono-labisso/

Intervista a Lucie FaulerovĆ , autrice di Ā«Io sono l’abissoĀ» vincitore del Premio Salerno Libro d’Europa 2025 – su Ā«Ulisse OnlineĀ»

Intervista a Lucie FaulerovĆ , autrice di Ā«Io sono l’abissoĀ» vincitore del Premio Salerno Libro d’Europa 2025 – su Ā«Ulisse OnlineĀ»

di Angela Senatore

Ā«La storia di Marie ĆØ una storia drammatica, angosciante, di sofferenza, di buio, di abisso appunto, un tunnel dal quale ĆØ attratta ma dal quale al tempo stesso vorrebbe disperatamente riemergere. Se da bambina questa attrazione la spingeva con curiositĆ  a scoprire l’universo (ā€œmi sporgo nel vuoto e guardo le stelleā€) da adulta si trasforma in una ricerca autolesionista del dolore (ā€œa furia di affilare il coltello, ĆØ il coltello che affila te”). Il viaggio che compie ĆØ l’occasione per guardare in questo abisso e finalmente, forse, trarne forzaĀ»

Lucie FaulerovĆ , con ā€œIo sono l’abissoā€, edito da Miraggi edizioni nella collana di letteratura ceca NovĆ”Vlna, ĆØ la supervincitrice del Premio Salerno Libro d’Europa 2025.

Il romanzo ripercorre la vita di Marie, la ventitreenne protagonista, attraverso rapidi flashback che passano davanti ai suoi occhi. Marie sta viaggiando in treno, dal finestrino vede lo scorrere del paesaggio: il fiume poi il bosco si alternano rapidamente fino a scomparire, lasciandole l’immagine riflessa di sƬ stessa, quella che lei fatica a vedere. Inizia cosƬ il suo viaggio interiore. Si rivede bambina quando desiderava diventare un mago per poter scomparire e scoprire dove si va quando si sparisce, poi inventrice del perpetuum mobile, poi dendrologa. Vorrebbe essere tutto e niente. E poi si rivede con la sua amata sorella Madla a scherzare sedute sul davanzale della finestra o ai corsi di meditazione organizzati dal Comune mentre ironizzano sui santoni che di volta in volta raccontano sempre la stessa storia ā€œpurificarsi, armonizzarsi, concentrarsiā€. Rivede la madre, che sembrava una zia divertente che una notte se ne ĆØ andata, il padre, l’albero frondoso, il fratello Adam, con cui si sta bene in silenzio e si piange anche bene, Mr Rochester, che – finalmente – la illumina come una torcia.

La storia di Marie ĆØ una storia drammatica, angosciante, di sofferenza, di buio, di abisso appunto, un tunnel dal quale ĆØ attratta ma dal quale al tempo stesso vorrebbe disperatamente riemergere. Se da bambina questa attrazione la spingeva con curiositĆ  a scoprire l’universo (ā€œmi sporgo nel vuoto e guardo le stelleā€) da adulta si trasforma in una ricerca autolesionista del dolore (ā€œa furia di affilare il coltello, ĆØ il coltello che affila teā€). Il viaggio che compie ĆØ l’occasione per guardare in questo abisso e finalmente, forse, trarne forza. Marie ĆØ consapevole che la sua vita ruoti intorno agli altri, sia nelle assenze, quella materna prima, quella della sorella poi, sia nelle presenze, quelle del padre, del fratello, di Mr Rochester che sembrano ricompensarla di tutto il dolore. C’è un desiderio di contatto che ĆØ desiderio materiale di essere visti ma lei, probabilmente, deve innanzitutto imparare a vedersi.

Accanto ad un racconto forte, ĆØ la scrittura che colpisce, a tratti poetica, ricca di similitudini e onomatopee, a tratti divertente. Il ritmo del libro ĆØ cadenzato dall’incedere incessante del treno (il fantastico Tu-tutum nella traduzione della bravissima Laura Angeloni). ƈ un ritmo sinusale, poi improvvisamente tachicardico. Le uniche pause d’aria, in cui come balene o delfini che decidono che vogliono respirare (ā€œAllora ĆØ fantastico, non ti pare?ā€), sono date dalle digressioni in cui Marie, appassionata di manuali, indica le statistiche dei vari tipi di morte da suicidio nel mondo. Non ĆØ però una mera catalogazione, Marie ĆØ interessata, interessata soprattutto a quelli per cui l’atto non ha avuto ā€œeffetto fataleā€.

ƈ la stessa attrazione che prova verso l’ignota ragazza suicida sui binari del treno che, come un’ombra, accompagna Marie dall’inizio alla fine del suo viaggio.Ā ā€œMi chiedo se ha gli occhi aperti. Mi chiedo se ha paura. Mi chiedo se prova sollievo.ā€
Ho incontrato Lucie FaulerovĆ  emozionatissima. poco prima di sapere di essere la supervincitrice del Premio, a Palazzo Fruscione, quartier generale di Salerno Letteratura Festival, e a lei ho rivolto qualche domanda su questo libro pieno di emozione.

Partiamo dal titolo: in ceco il tuo romanzo si intitola ā€œSmrtholkaā€, termine intraducibile in italiano, tant’è vero che si ĆØ dovuto scegliere un diverso titolo, ā€œIo sono l’abissoā€. Cosa significa esattamente questa parola?

Smrtholka ĆØ un altro nome per dire Morana, che ĆØ la dea della morte e dell’inverno nella cultura ceca. Significa molte cose: ĆØ innanzitutto la combinazione di due nomi, morte e ragazza, e la trovavo una parola perfetta per il titolo di questo romanzo sia perchĆ© nel libro parlo della tradizione ceca relativa a Morana, sia perchĆ© questa parola descrive al tempo stesso Marie, la protagonista, ma anche il suo doppio, la ragazza suicida alla stazione. Tuttavia, mi piace molto anche il titolo italiano, scelto dalla traduttrice Laura Angeloni, anche per chi non si conosce la tradizione ceca, sarebbe complicato a comprendere il significato del titolo.

Marie, la protagonista, ci conduce, nel suo viaggio in treno, attraverso una storia per immagini che porta il lettore in un abisso sempre più profondo. Marie ha una attrazione per l’ignoto: vuole fare la maga per poter scomparire e scoprire dove si va quando si scompare, poi vuole scoprire il perpetuum mobile, poi si sporge nel vuoto a guardare le stelle ed ĆØ affascinata dalla vastitĆ  sconosciuta dell’universo. La sua ĆØ più una curiositĆ  verso la vita, visto che da queste esperienze estreme lei vuole tornare, o ĆØ una angoscia di morte?

L’atteggiamento di Marie – penso – ĆØ dovuto al fatto che lei ha avuto una infanzia non standard, segnata dalla scomparsa della madre prima e dalla malattia della sorella poi che finisce con la scomparsa anche della sorella. Questi sono certamente eventi che influenzano la personalitĆ  e la crescita di una persona. Malgrado non si tratti di un testo autobiografico, c’è dentro qualcosa che mi riguarda. Anche io sono stata una bambina strana: anche io volevo essere una maga e inventare il perpetuum mobile. Accanto a questo, il mio processo creativo ad un certo punto va da sĆ© e dunque neanche io so spiegare ogni dettaglio che c’è nella storia.

A proposito di processo creativo: hai pensato prima alla storia da raccontare o prima ai temi dei quali volevi parlare?

Io penso prima alla storia perché è mentre scrivo che mi si chiarisce di cosa sto parlando e di cosa voglio parlare. Certo, inizialmente avevo la visione di questa ragazza che vuole autodanneggiarsi ma non sapevo esattamente perché no volessi parlare, così ho iniziato a raccontare la sua vita. Contemporaneamente ho sentito la storia della ragazza alla stazione metro e ho pensato di inserirla nel testo.

L’attrazione di Marie per l’ignoto mi ha ricordato un passo de L’insostenibile leggerezza dell’essere in cui Kundera afferma: ā€œLa vertigine ĆØ qualcosa di diverso dalla paura di cadere. La vertigine ĆØ la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, ĆØ il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con pauraā€. C’è questa suggestione?

No, a dire il vero, non avevo pensato a questa influenza, in realtĆ , mi ha ispirato Nietsche secondo cui: ā€œse guardi a lungo nell’abisso, anche l’abisso guarderĆ  dentro di teā€

Oltre il tema dell’ignoto, ci sono altri temi nel tuo romanzo: la ricerca dell’identitĆ , il doppio, il bisogno dell’altro per conoscersi.

Madla e la ragazza del binario sono entrambe dei doppi di Marie. Questo del doppio, dell’altro ĆØ un tema fondamentale: io penso che in generale le persone sono specchi per noi stessi. Se io sono affascinata da qualcuno, se ci sono in sintonia, cerco di creare dei legami e mi riconosco attraverso quella persona.

Tra gli atti di autolesionismo più impressionanti che Maria compie verso se stessa, c’è il momento in cui si acceca con la punta della matita provando un dolore atroce. Mi ĆØ parsa una scena metaforicamente molto potente anche pensando a tutti i grandi classici a partire da Omero o Tiresia in cui la mancanza fisica della vista era simbolo di altro. Qual ĆØ il senso di questo gesto di Marie?

Ci sono molti significati in questo gesto. Principalmente io pensavo alla mia generazione, io vengo da un Paese democratico, in pace, in cui ci sono infinite possibilitĆ  di scelta, molta libertĆ . A volte però paradossalmente questa libertĆ  estrema paralizza perchĆ© ci sono troppe opzioni. Marie subisce questa paralisi cosƬ decide volontariamente di togliersi delle possibilitĆ , autolesionandosi, cosƬ che possa dire: ā€œio non potrò essere mai una attrice, una cantante, una ballerina, perchĆ© non mi ĆØ possibileā€. Si costruisce cosƬ un alibi per essere libera in un modo diverso, limitato.

Nel libro sembra che i personaggi maschili siano generalmente positivi rispetto a quelli femminili. ƈ un caso?

Assolutamente sƬ ĆØ un caso e i personaggi non sono distinti bianco-nero, positivo-negativo. Anche il personaggio di Madla non ĆØ completamente negativo, d’altra parte i personaggi maschili sono residuali rispetto alla protagonista, Marie, che io volevo rendere assolutamente preminente. La vita di Marie era talmente tragica che ho pensato fosse utile alla storia inserire dei personaggi positivi, portatori di luce. Il messaggio ultimo del libro che volevo dare ĆØ mostrare che noi possiamo vivere una vita bella anche avendo perso i nostri affetti, avendo sofferto tanto, sforzandoci di aprire gli occhi e vedere le persone intorno che ci amano e che si prendono cura di noi.

QUI l’articolo originale: https://www.ulisseonline.it/cultura/intervista-a-lucie-faulerova-autrice-di-io-sono-labisso-vincitore-del-premio-salerno-libro-deuropa-2025/

Lucie Faulerova vince il premio Salerno libro d’Europa

Lucie Faulerova vince il premio Salerno libro d’Europa

Lucie FaulerovĆ Ā ĆØ la vincitrice dell’edizione 2025 delĀ Premio Salerno Libro d’Europa, che si ĆØ tenuto ieri nell’atrio del Duomo nell’ambito della tredicesima edizione diĀ Salerno Letteratura.Ā ā€œIo sono l’abissoā€Ā (Miraggi edizioni) ha conquistato la platea dei lettori che l’hanno scelta ed applaudita per il suo lavoro. Nella terna, selezionata dai comitati direttivi di Salerno Letteratura, Duna di Sale e #fuorifestival, c’erano ancheĀ Tom HoflandĀ conĀ ā€œIl cannibaleā€Ā (CarbonioEditore) eĀ Munir HachemiĀ conĀ ā€œCose viveā€Ā (La nuova frontiera).Ā Il premio ĆØ sostenuto da Bper banca.

ā€œIo sono l’abissoā€, per la traduzione diĀ Laura Angeloni, ĆØ stato tradotto in spagnolo, macedone, bulgaro, serbo, ungherese, polacco, croato, lettone, egiziano e sloveno. Passato e presente, realtĆ  e fantasia, compongono un mosaico di continui chiaroscuri, e lo stile ĆØ un’architettura perfetta: tenero, poetico, ironico, di straordinaria purezza.

Recensione a «Tempo confinato» su Giochilinguistici.it

Recensione a «Tempo confinato» su Giochilinguistici.it

Culture diverse, modi di vivere differenti, storie nazionali che seguono il proprio percorso, ma qualcosa ci accomuna: il desiderio di vivere la nostra vita in dignitĆ  e autodeterminazione. La Resistenza ĆØ una terra di tutti e di nessuno, appartiene all’Uomo. Quello che ĆØ fedele a se stesso.

Fedele a se stesso lo ĆØ di certo FrantiÅ”ek Wiendl, protagonista di Tempo confinato. Memorie di un prigioniero politico tradotto dal ceco da Annalisa Cosentino per Miraggi Edizioni. La sua ĆØ una vita singolare ed insieme  anche una fra le tante, una rappresentazione perfetta della vita di un cittadino Boemo del Novecento. Come tante, ĆØ una vita impigliata nelle maglie della grande Storia – quella a cavallo tra i due regimi totalitari – . ƈ proprio questo suo essere vittima del sistema/dei sistemi che lo rende comune. La storia del singolo si eclissa dietro un numero quando la tragedia da storicizzare ĆØ troppo grande o anche quando la volontĆ  di narrare manca.

Ma la vita di FrantiÅ”ek ĆØ anche una vita singolare, a suo modo, per quella forza di autodeterminazione non solo desiderata passivamente, ma praticata attivamente e per la dignitĆ  che ha conservato in ogni circostanza, anche quando la Storia l’ha reso una vittima fra le tante.

Inoltre, se una storia acquista vividezza nel momento in cui la si racconta, anche per le generazioni a venire, la vita di FrantiŔek Wiendl, unica nelle sorti comuni, acquisisce la sua aura di unicità per la volontà del figlio di narrarla.

Trama – La struttura narrativa di Tempo confinato segue la forma di un dialogo, quello generazionale che intercorre tra Jan e FrantiÅ”ek Wiendl. Jan ĆØ il figlio ansioso di ricostruire la storia paterna, prima che questa cada nell’oblio con la sua morte. Ma ĆØ anche il rappresentante di una generazione che non ha davvero sperimentato in prima persona la parte più brutale dei regimi totalitari. Jan, come noi lettori, ĆØ quello che viene dopo, il post-. Il suo metodo ĆØ l’indagine che scava nella memoria del padre: pone le sue domande, chiede un chiarimento.

FrantiÅ”ek ĆØ ricettivo, paterno e fattuale allo stesso tempo. ƈ, soprattutto, il testimone oculare, la vittima e l’oppositore che ha lottato per ottenere la democrazia di cui Jan, da un certo punto in poi della sua vita, ha potuto godere.   

La conversazione segue, dunque, la parabola della vita di FrantiÅ”ek: da partigiano, figlio di un partigiano, durante il regime nazista ad oppositore del bolscevismo durante il regime sovietico, per poi diventare un prigioniero politico. ƈ proprio la scena del processo, quello che cambierĆ  per sempre la vita di FrantiÅ”ek, la scena introduttiva. Dopo la condanna, per aver aiutato alcuni fuggiaschi a passare il confine dall’allora Cecoslovacchia verso la Germania Ovest, FrantiÅ”ek subirĆ  l’umiliazione e la durezza dei campi di lavoro. E poi, una volta libero, il difficile rinserimento nella societĆ .

Nella narrazione inevitabilmente vengono inglobati, oltre agli accadimenti storici, gli altri coprotagonisti di questa pagina nera della Storia. I ā€œcompliciā€ ma anche i compagni di prigionia, che hanno aiutato FrantiÅ”ek a non perdere di vista l’aspetto umano. Tempo confinato ĆØ inoltre arricchito da foto e dalle commoventi lettere che FrantiÅ”ek inviò nel corso degli anni di prigionia a sua madre e suo padre. 

Non voglio assolutamente fare l’eroe, ma nel considerare questa domanda ripenso alla situazione di allora, e in quel momento le possibilitĆ  erano queste: entrare nel Partito Comunista […] Oppure si poteva non fare niente, restare a guardare. La terza possibilitĆ  era opporsi al loro insediamento non democratico. Era questo il nostro caso, volevamo difendere i diritti democratici. Ciò significa che abbiamo scelto consapevolmente di opporci, considerandolo un nostro dovere, senza avere paura. Eravamo consapevoli anche  delle conseguenze.

– Tempo confinato

Ho scelto di proporvi questa citazione perchĆ© mi sembra esemplificare al meglio il senso della vita di FrantiÅ”ek Wiendl. Dalle sue risposte al figlio non emerge mai una volontĆ  di eroicizzare le sue azioni. Quando piuttosto quella di sottolineare che la gente comune si ĆØ trovata a dover prendere scelte fuori dall’ordinario perchĆ© i tempi lo richiedevano. Di fronte a questa veritĆ  viene quasi spontaneo chiedersi ā€œcosa avrei fatto al suo posto?ā€ Giudicare da una posizione confortevole non ĆØ mai giusto. Forse lo sapremo quando la Storia chiamerĆ  il nostro turno. Ma forse quell’ora ĆØ giĆ  arrivata.

QUI l’articolo originale: https://giochilinguistici.it/tempo-confinato-jan-e-frantisek-wiendl/

Recensione a «I vigliacchi» di Josef Škvorecký su «Alibi Online»

Recensione a «I vigliacchi» di Josef Škvorecký su «Alibi Online»

di Michele Lupo

Quasi in diretta, appena finita la Seconda guerra mondiale, il giovane Josef Å kvorecký, fra i maggiori scrittori cechi del secolo scorso (era nato nel 1924) mette nero su bianco un romanzo-fiume, Zbabělci (I vigliacchi) ora in libreria grazie a Miraggi Edizioni con una nuova traduzione a cura di Alessandro De Vito.

Il libro racconta le vicende di un gruppo di ragazzi sollevati finalmente dall’oppressione dell’occupazione nazista ma per nulla entusiasti del nuovo Leviatano, lo stalinismo, che si affaccia cupo alle porte della loro storia.

Siamo in Cecoslovacchia fra il 4 e l’11 maggio del ’45, il contesto ĆØ ovviamente imparagonabile, ma a prima vista le giornate della voce narrante, Danny Smiřický, e dei suoi amici, sembrano quelle di una qualunque banda di giovani europei, italiani anche, degli anni Settanta, che se la spassano suonando e rincorrendo ragazze. Ovviamente ĆØ un’altra storia, ma indiziaria del tono e del clima che di primo acchito si respira in queste pagine.

Il protagonista tornerĆ  nei romanzi successivi dell’autore, una volta emigrato in Canada, per nulla intenzionato a farsi macerare dal controllo comunista, giĆ  immaginando da ragazzo un’alternativa occidentale com’è testimoniato dalla conoscenza dell’inglese e dai primi esercizi di traduzione.

I vigliacchi del titolo amano il jazz, perplessi rispetto agli avvenimenti della grande Storia che li aspetta fuori dalle stanze in cui fanno le prove, e si lasciano tormentare dalle fanciulle che gli ruotano intorno. Rispetto all’underground nostrano di mezzo secolo fa – freak destinati a soccombere sotto i colpi criminali della strategia della tensione e della cupezza delle Brigate Rosse – questi ragazzi tendono a fuggire da una morsa ancor più stretta e tragica: sono sopravvissuti agli eccidi nazisti, gli ultimi fuochi della guerra ancora esplodono, la liberazione dovrebbe renderli euforici ma temono che un nuovo mostro stia rubando le loro illusioni.

Non casualmente, al suo apparire in patria, il libro incontrò una dura ostilitĆ : ma come, i russi comunisti ci hanno liberato dal nazismo e voi siete innamorati dell’America? Å kvorecký lo fu cosƬ tanto da trasferirvisi, non negli USA ma in Canada, dove contribuƬ a far conoscere al mondo occidentale scrittori altrimenti destinati alla clandestinitĆ . Com’è in un certo senso clandestina la vita di questi ragazzi, estranea ai drammi della storia o forse cosƬ segnati da volersene liberare per ripiegarsi sui fatti propri: più malinconici che gaudenti in veritĆ , nonostante le velleitĆ  contrarie, ma riluttanti ad abbracciare i mitra per fare il loro dovere.

Il protagonista in particolare s’imparenta con la stravagante e numerosa famiglia degli spleenetici della letteratura novecentesca (anche quella del secolo prima) – qui illusioni e fantasticherie erotico-romantiche (l’ossessione per l’imprendibile Irena) si alternano a momenti di aspra cupezza, di quelli
ben noti agli adolescenti (seppure qui al crocevia con l’etĆ  adulta).

Ha dei momenti di soprassalto, Danny, ascolta per radio le notizie di Praga messa a ferro e fuoco, e lƬ per lƬ crede di dover fare il suo, ma sono momenti brevissimi, ci crede poco. Tiene al jazz piuttosto, a una musica attraverso cui incarnare e sublimare insieme gioie e dolori. Il distacco, l’ironia ĆØ forte e il sax (un libro di Å kvorecký tradotto da Adelphi ĆØ intitolato Il Sax basso) sembra fatto apposta per dissacrare gli improbabili entusiasmi comunisti (che a loro paiono tutto sommato non cosƬ diversi dai padri borghesi).

La settimana del maggio 1945 (a ogni giornata corrisponde un capitolo) avrebbe tutto per essere la più eccitante della sua giovane vita – lo ĆØ pure, da una parte, ma il nuovo che avanza in luogo del nazismo per Danny giĆ  puzza di vecchio, di ordinario.

La verve di un sax tuttavia può essere beffarda e malinconica insieme, ossia autoironica, autoriflessa, e irresponsabile, com’è della giovinezza, verso quanto accade intorno, fra soldati tedeschi che scappano e russi che occupano la piccola cittĆ , per cui Danny, fra un Diexieland e un ā€œronzio sincopato del saxā€, sempre torna col pensiero a Irena, certo la sua ossessione, salvo che ā€œpoi mi dispiaceva un po’ per lei per il fatto che non l’amavo piĆ¹ā€.

Come quello di un narratore inattendibile, anche l’io di questo romanzo deve poter disporre di una lingua adeguata, qui uno slang mutuato (e reinventato) da quello giovanile, che dell’irriverenza jazz prova a restituire anche l’umore.

Nella esauriente postfazione Alessandro Catalano ci avverte che non ĆØ facile renderne le peculiaritĆ  in italiano; Alessandro De Vito (che della casa editrice Miraggi ĆØ anche uno dei fondatori nonchĆ© curatore della collana NovĆ”Vln dedicata alla letteratura ceca) vi si cimenta affidandosi a una recente edizione critica che riorganizza i materiali precedentemente soggetti a censure, elusioni e montaggi arbitrari responsabili di una ricezione distorta del romanzo. Che sa dell’America dei giovani salingeriani non meno che delle fumisterie praghesi dell’indimenticato Angelo Maria Ripellino.

QUI l’articolo originale: https://www.alibionline.it/recensione-i-vigliacchi-di-josef-skvorecky/

Recensione dei «Vigliacchi» di Josef Škvorecký su UniversoLetterario.it

Recensione dei «Vigliacchi» di Josef Škvorecký su UniversoLetterario.it

Con I vigliacchi, edito in Italia da Miraggi EdizioniJosef Å kvorecký ci regala un romanzo di formazione anomalo, che si muove tra il ritratto generazionale e la critica sociale, senza mai cedere alla retorica eroica. Pubblicato per la prima volta nel 1958 in Cecoslovacchia, il libro ĆØ ambientato negli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale e segue un gruppo di giovani della provincia ceca, appassionati di jazz e poco inclini ai grandi gesti patriottici.

Lontano dalle narrazioni classiche di resistenza e coraggio, Å kvorecký tratteggia un’umanitĆ  sospesa tra il desiderio di libertĆ  e la paura di esporsi. La sua scrittura, ironica e vivace, racconta le contraddizioni di una gioventù che sogna l’America ma vive sotto l’ombra della guerra, facendo del jazz non solo una passione musicale, ma un simbolo di ribellione e di un altrove sognato ma irraggiungibile.

Trama: un attimo prima della libertĆ 

Il romanzo si svolge in una piccola cittĆ  ceca nel maggio del 1945, proprio mentre le truppe naziste si stanno ritirando e l’arrivo delle forze sovietiche sembra imminente. Il protagonista, Danny Smiřický, ĆØ un giovane sassofonista che trascorre le giornate tra la musica, le fantasie amorose e le discussioni con i suoi amici, senza un vero impegno politico o militare.

Danny e il suo gruppo non sono eroi nĆ© resistenti, ma nemmeno collaborazionisti: sono semplicemente ragazzi che cercano di capire da che parte stare, mossi più dalla paura e dall’incertezza che da una reale convinzione ideologica. Il titolo stesso, I vigliacchi, suggerisce l’ambiguitĆ  di questi giovani che si trovano a vivere un momento storico cruciale senza avere il coraggio o la voglia di essere protagonisti.

Il romanzo si sviluppa come una serie di episodi che oscillano tra il comico e il tragico, mostrando l’assurditĆ  della guerra e la difficoltĆ  di prendere posizione in un mondo in cui le certezze si sgretolano di fronte agli eventi.

Un protagonista antieroico: Danny Smiřický

Danny ĆØ un personaggio che si distacca dai classici eroi della letteratura di guerra. Non ha il coraggio di unirsi alla resistenza, ma nemmeno la spietatezza di chi ha abbracciato il nazismo. ƈ un giovane che vorrebbe solo suonare il jazz e conquistare le ragazze, ma che si trova invischiato in una realtĆ  che non può ignorare.

Attraverso il suo sguardo, Å kvorecký mostra l’ipocrisia della societĆ  dell’epoca. Mentre alcuni si affrettano a dichiararsi partigiani solo quando la vittoria ĆØ ormai certa, altri cercano di ripulire la propria immagine per sopravvivere al nuovo regime che sta arrivando.

La grandezza del romanzo sta proprio in questa assenza di giudizio morale. Å kvorecký non condanna Danny e i suoi amici, ma li racconta per quello che sono: giovani confusi, pieni di paure e desideri, costretti a confrontarsi con una storia che non hanno scelto di vivere.

Il jazz come simbolo di libertĆ  e disillusione

Uno degli elementi più affascinanti del romanzo è la centralità del jazz, che non è solo la passione di Danny, ma un vero e proprio simbolo della libertà sognata e mai raggiunta.

In una Cecoslovacchia ancora sotto il giogo nazista e presto destinata a cadere sotto il regime sovietico, il jazz rappresenta un anelito di evasione, un collegamento con l’America e con un mondo che sembra cosƬ lontano dalla realtĆ  quotidiana. Tuttavia, proprio come Danny e i suoi amici, anche il jazz resta sospeso tra il desiderio e l’impossibilitĆ  di realizzarlo pienamente.

Å kvorecký, che nella vita reale era un grande appassionato di musica, utilizza il jazz come filo conduttore per esprimere la frustrazione di una generazione privata della possibilitĆ  di sognare davvero. La musica diventa un linguaggio alternativo alla guerra e alla politica, un rifugio in cui cercare un’identitĆ  in un mondo che sembra non offrirne alcuna.

Stile e tono narrativo: ironia e disincanto

Uno degli elementi distintivi de I vigliacchi ĆØ il suo stile narrativo. Å kvorecký adotta un tono ironico e a tratti dissacrante, che smonta la retorica eroica tipica delle narrazioni di guerra. Il suo sguardo ĆØ disincantato, capace di cogliere la comicitĆ  involontaria di certe situazioni senza mai perdere di vista il dramma sottostante.

Il linguaggio ĆØ scorrevole, colloquiale, quasi cinematografico. I dialoghi sono vivaci e realistici, e i pensieri di Danny, spesso contraddittori e confusi, contribuiscono a rendere il protagonista estremamente umano e credibile.

Nonostante l’ironia, però, il romanzo lascia addosso un senso di inquietudine e di malinconia. Il lettore sa che la storia non darĆ  a Danny e ai suoi amici la possibilitĆ  di vivere la vita che desiderano. L’occupazione nazista sta per finire, ma presto arriverĆ  un’altra oppressione, e i sogni di libertĆ  resteranno, ancora una volta, irrealizzati.

Un romanzo scandaloso e attuale

Alla sua pubblicazione, I vigliacchi suscitò enorme scalpore in Cecoslovacchia. La critica ufficiale lo accusò di essere anti-patriottico e offensivo nei confronti della resistenza. In un’epoca in cui si cercava di costruire una memoria collettiva fondata su atti eroici e sacrifici gloriosi, il ritratto di giovani indecisi e spaventati apparve come una provocazione inaccettabile.

Oggi, però, il romanzo si rivela di straordinaria attualitĆ . In un mondo in cui le guerre e le crisi politiche continuano a mettere le persone di fronte a scelte difficili, I vigliacchi ci ricorda che non tutti sono pronti a essere eroi, e che spesso la storia ĆØ fatta anche di esitazioni, paure e compromessi.

U classico del disincanto

In conclusione, con I vigliacchi Josef Škvorecký ci consegna un romanzo che sfida le narrazioni eroiche della storia, offrendo un ritratto sinceroe realistico di una gioventù senza certezze. Grazie a uno stile ironico e coinvolgente, e a un protagonista tanto imperfetto quanto umano, il libro si impone come una lettura fondamentale per chiunque voglia comprendere il lato meno celebrato della guerra: quello di chi ha avuto paura, di chi ha esitato, di chi ha cercato di sopravvivere senza diventare un martire.

QUI l’articolo originale: https://universoletterario.it/i-vigliacchi-di-josef-skvorecky/

Ā«Ogni cosa ha il suo tempoĀ» di Petra SoukupovĆ”: quand’è l’ultima volta che siamo stati felici?

Ā«Ogni cosa ha il suo tempoĀ» di Petra SoukupovĆ”: quand’è l’ultima volta che siamo stati felici?

di Sara Concato

Una domanda che risuona nella testa dopo la lettura di un romanzo che penetra, come una sonda, lo spazio e il tempo di una famiglia come altre.Ā Ogni cosa ha il suo tempo, di Petra SoukupovĆ”.

La prima cosa che salta all’occhio tenendo fra le mani questo libro ĆØ il titolo in lingua originaleche emerge da quello in italiano e il nome della traduttrice, Letizia Kostner, in copertina. ƈ un segno di riconoscimento della casa editrice Miraggi in generale e in particolare della collana NovĆ”Vlna, dedicata alla letteratura ceca.

In quarta di copertina appare un intero brano scritto in entrambe le lingue, riga per riga a ricordarci che l’autore di un libro tradotto non ĆØ mai uno solo. Ma forse ogni libro non ha mai solamente un autore.

La prima cosa che salta all’occhio tenendo fra le mani questo libro ĆØ il titolo in lingua originaleche emerge da quello in italiano e il nome della traduttrice, Letizia Kostner, in copertina. ƈ un segno di riconoscimento della casa editrice Miraggi in generale e in particolare della collana NovĆ”Vlna, dedicata alla letteratura ceca.

In quarta di copertina appare un intero brano scritto in entrambe le lingue, riga per riga a ricordarci che l’autore di un libro tradotto non ĆØ mai uno solo. Ma forse ogni libro non ha mai solamente un autore.

Difficilmente in famiglia si parla con chiarezza e sinceritĆ . C’è una dinamica di aspettative e di sottintesi che spesso corre più veloce di noi. Ma a volte può capitare di essere ascoltati: ā€œTutto qui?ā€ (p. 198) esclama KĆ”ja sorpreso di non ricevere punizioni dai genitori dopo aver detto loro che non vuole più nuotare. Mettersi nei panni dell’altro ĆØ un esercizio poco praticato, ĆØ un esercizio difficile. Più leggiamo e più ce ne accorgiamo. Passando da un punto di vista all’altro, entriamo nella mente dei personaggi e capiamo che non esiste un ā€œcattivoā€ e ā€œun buonoā€. 

Esistono relazioni e cambiamenti. Esistono egoismi, sussulti di un’io che si scontra col noi. Non ĆØ facile costruire una comunitĆ , grande o piccola che sia. ƈ facile che una comunitĆ  si disgreghi per far posto ad altre forme di esistenza. Richard pensa alla sua famiglia che ā€œsi regge solo per inerziaā€, e si chiede: ā€œse invece avessero ancora tutti la possibilitĆ  di avere qualcosa di meglio?ā€ (p. 252). ā€œOrmai ĆØ tutto una noiaā€, gli fa eco Alice, ā€œnon chiacchierano più di nulla, solo di questioni organizzativeā€ (p. 272). Ma la rottura spaventa, la perdita dell’abitudine, la paura del nuovo. Alice ĆØ tormentata tra la noia e la rabbia, fra l’abitudine e il desiderio di vita. ā€œQuasi tutta la giornata trascorre cosƬ, rabbia, tristezza, determinazione, rabbia, tristezza, lavoro, pranzo, nel pomeriggio porta di nuovo il cane a fare una passeggiata, senza nemmeno fingere di voler fare giusto due passi. Nienteā€ (p. 275).

Nel susseguirsi dei capitoli, che aprono ogni volta il punto di vista di un personaggio diverso, entriamo nella quotidianitĆ  asfittica di una famiglia tradizionale, madre, padre, figlio e figlia, con cui intraprendiamo un viaggio lungo più di trecento pagine, percorriamo un pezzo della loro storia, una storia ordinaria, sviscerata nei minimi dettagli. ƈ come una vivisezione, la dissezione di un corpo vivente per guardarne i meccanismi il più vicino possibile, accorgendoci che la chiave di tutto ĆØ sempre il mutamento, l’instabilitĆ  (necessaria) che comporta scomposizioni e ricomposizioni, respiri lunghi o tagli netti che permettono a un organismo di rigenerarsi.

ā€œIn men che non si dica prende il ritmo che le ĆØ più congenialeā€ (p. 141). FraĀ scegliere un compromesso e seguire il proprio tempoĀ ci si smarrisce spesso, e si resta in unoĀ spazio indefinito in cui la coppia mal assorbe l’individuo, ne digerisce un po’ e un po’ lo perde. La tenerezza spontanea svanisce e un gesto o uno sguardo insolito provocano ansia, sospetto, perfino fastidio, più che piacere. L’abitudine viene a coronare il malassorbimento, ma le parti indigerite prima o poi tornano a galla. Conosciamo mai veramente chi abbiamo accanto?
Quand’è l’ultima volta che siamo stati felici?

QUI l’articolo originale: https://www.ghigliottina.info/2025/04/14/ogni-cosa-ha-il-suo-tempo-petra-soukupova/