«Io e loro» di Elena Pugliese: la memoria custodita dagli oggetti

«Io e loro» di Elena Pugliese: la memoria custodita dagli oggetti

di Loredana La Fortuna

“Abitare è un modo speciale dell’avere. A furia di avere qualcosa, l’abitiamo, diventiamo suoi”. Inizia con una citazione di Giorgio Agamben il libro Io e loro di Elena Pugliese, una raccolta di testi brevi nata dalla trascrizione di audio-racconti in cui mensole, cartoline, ricordi e oggetti vari si trasformano in dispositivi narrativi potenti, capaci di svelare il lato imprevisto del reale. Tornano in questo volumetto alcuni temi che da tempo attraversano la ricerca artistica e letteraria dell’autrice, concetti come il lascito, la memoria materiale, il rapporto tra persone e oggetti. In Io e loro, infatti, gli oggetti sono raccontati come mentori, testimoni, giudici, compagni di viaggio, figure silenziose che accompagnano la vita umana fino a quando il loro significato non si consuma e si trasforma. Custodiscono storie, eredità, abitudini, piccole ossessioni che si insidiano negli spazi apparentemente innocui del quotidiano. Non è tanto, dunque, la loro materialità ad interessare, quanto le memorie che trattengono, le vite che li hanno attraversati, le identità che continuano a costruire.

“Ci sono stati anni in cui avevo la netta sensazione che i miei oggetti mi aspettassero a casa. Quando tornavo, tornavo da loro. […] Per anni hanno dettato la legge, i ritmi, le consuetudini, mi hanno addomesticato, hanno fatto di me ciò che volevano”. Ma questo accade fino a quando un indeterminato protagonista sceglie di ricollocarli, di dare loro nuove funzioni, di stravolgere le loro nature. E così il domestico diventa inquietante, il familiare si scopre estraneo e le pagine scorrono attraverso piccole epifanie che ricordano come l’ordinario sia spesso il luogo più fertile per l’imprevedibile. Attraverso una scrittura che si muove continuamente tra reale e immaginario, succede allora che una raccolta di racconti, oggetto dopo oggetto, si trasforma in una riflessione poetica sul modo in cui abitiamo il mondo materiale.

“E con premeditazione avrei preso quella FORCHETTA impugnandola come un coltello”.

“Lo vedevo di schiena soffiare sulla TAZZA fumante”.

“Ho tante PRESINE, le ho messe tutte in un cassetto. Non le uso mai, per me la presina è un oggetto troppo triste”.

“Ma io non sorrido, perché sono troppo occupato a trovare una posizione su questo DIVANO”.

“Sono stato fortunato ad avere un ORSETTO che di notte non mi ha mai lasciato solo”.

“Era il VASO di cristallo, quello pesante, preziosissimo, che non ho mai potuto tenere in mano”.

“Passa tutto. Tutto passa. Passa tutto. Basta che mi metto comodo su quella SEGGIOLA, chiudo un po’ gli occhi e uno via l’altro, passa tutto”.

“Il bello di questa FOTOGRAFIA è che non si sbiadisce mai”.

“Se non faccio attenzione questo SAPONE mi porta via”.

“Quando vado che torno, mentre pedalo, fa un po’ più freddo, è un po’ più giorno”.

Attraverso racconti più lunghi o brevissimi gli oggetti quotidiani si comportano come lenti d’ingrandimento cui osservare tutto ciò che normalmente resta invisibile: il peso delle eredità, la fragilità dei legami, il bisogno di attribuire significato alla materia che ci circonda.

L’originalità di questo libro sta proprio in questo: gli oggetti si comportano come testi da leggere, interpretare, tradurre. E, come tutti i testi, possono essere fraintesi, riscritti, persino traditi. Cambiano significato a seconda di chi li guarda, del tempo che li attraversa, delle storie che vi si depositano sopra. Una forchetta, una fotografia, una tazza o una seggiola non custodiscono un senso definitivo ma lo generano continuamente nell’incontro con chi li usa, li ricorda, li immagina.

E allora forse Elena Pugliese parla di oggetti solo in apparenza. In realtà racconta quel territorio instabile e fertile in cui materia e memoria si incontrano, dove le cose diventano narrazione e le persone si scoprono, a loro volta, raccontate dalle cose.

Perché il senso ultimo non abita né nei soggetti né negli oggetti, ma nello spazio di relazione che li unisce, quel luogo invisibile in cui, ogni giorno, impariamo ad abitare il mondo e a essere abitati da esso.

QUI l’articolo originale: https://www.exlibris20.it/io-e-loro-elena-pugliese/?sfnsn=scwspmo&fbclid=IwdGRjcAThhU9jbGNrBOGEJnBkb2YFZXh0bgNhZW0CMTEAc3J0YwZhcHBfaWQMMzUwNjg1NTMxNzI4AAEe3qaudaN8MNmiCWkTm-QLq2jzxNe2KkdrfhbAQuafyvvwwDSoPKjFmWhFclc_aem_EaxDJOXC-r2OlTIhYz3PLw

Saggi su Milan Kundera, con documenti inediti dell’autore dello «Scherzo» – Recensione a Kundera without Kundera su «ilManifesto»

Saggi su Milan Kundera, con documenti inediti dell’autore dello «Scherzo» – Recensione a Kundera without Kundera su «ilManifesto»

di Marcello Barison

Per scelta dello stesso Milan Kundera, l’edizione-incoronazione quasi definitiva che la Pléiade gli ha dedicato «non prende in considerazione la parte giovanile della produzione (…), sorvola sulle varianti testuali e ignora affatto la corrispondenza»: lo segnalano, nella loro Premessa a Kundera without Kundera (Miraggi, pp. 400, € 36,00) i curatori Alessandro Metlica e Alessandro Catalano, scegliendo per il loro volume un titolo che sta a dire come, per ritrovarsi adeguatamente collocato nel canone tardonovecentesco, il Kundera autore debba essere studiato affrancandolo dalle limitazioni imposte dalla sua stessa «strategia autoriale».

Sostenuto dal presupposto critico secondo cui una restituzione il più possibile esaustiva dell’opera (vale per chiunque, del resto) deve fare i conti con l’insieme dei depistaggi e delle correzioni apportate dall’autore alla sua fama, il volume dedicato a Kundera – che ha stabilito con certosina ossessione quale immagine di sé intendeva lasciare ai posteri – si vuole «il primo studio a seguire senza pregiudizi e omissioni l’intera carriera dello scrittore» ceco naturalizzato francese.

Non c’è apologia, in Kundera, semmai incriminazione della storia, in linea con quanto dichiara in Un Occidente prigioniero, quando dice che vorrebbe incidere «sulla porta d’ingresso dell’Europa centrale» la frase di Gombrowicz: «Non scordiamo che solo opponendoci alla Storia in quanto tale possiamo opporci a quella dell’oggi». Ciò che spiega forse il suo desiderio di disincarnare l’opera dalla propria vicenda personale, per testimoniare di una «sfida» che – come sottolinea in autocommento allo Lo scherzo – «non era politica, ma estetica».

La moglie Véra lo punzecchiava ripetendo che «era arrivato a Parigi come un vincitore sui carri armati russi»; di certo, Kundera – com’è ovvio per ogni scrittore – teneva a che l’insieme di quelle drammatiche contingenze non facesse passare in secondo piano il valore letterario dei suoi libri.

Benché i suoi romanzi fossero stati vietati in patria, non smise mai di opporsi a quella  «soluzione di comodo» –  così scrisse  a Michel Foucault nel 1980 – che consisteva nel «ridurre il mondo al suo significato politico».

Il volume è incorniciato tra due informate sezioni a cura di Alessandro Catalano (Praga, romanzo, Europa e Cronologia) che ripercorrono integralmente l’opera e la vita di Kundera, con cospicuo corredo d’immagini, documenti inediti e giudizi critici accuratamente selezionati. Nel mezzo, una mappatura esaustiva di materiali da scoprire: Giorgio Pinotti scrive sull’arte del romanzo; Jakub Česka indaga sul déjà vu come metafora dell’esperienza onirica, aprendo lo sfondo psicoanalitico di questo atelier narrativo; e sul sogno torna anche Noemi Quarenghi, svelando la «fitta rete di riferimenti intertestuali» che legano L’identità alla famosa novella per cinefili di Schnitzler; Adélie Huguenin ci accompagna invece nella biblioteca personale dell’autore, dove si serve di alcune annotazioni (su Gombrowicz, sul nostro Malaparte) per  mettere a fuoco il tema della relazione tra l’uomo e la propria animalità.

Inoltre, al rapporto tra Kundera e Philip Roth è dedicato il saggio di Alessandro Metlica, che descrive le corrispondenze tra gli alti e bassi nell’amicizia dei due scrittori con la rielaborazione dell’articolo di Kundera – «L’ironie de Philip Roth» – più volte riscritto dal ’79 al 2011. Ad ogni revisione, stralcio o integrazione corrisponde un mutamento essenziale: a smentita di quella dichiarazione di poetica per la quale «Non c’è niente fuori dal testo».

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QUI l’articolo originale: https://ilmanifesto.it/saggi-su-milan-kundera-con-documenti-inediti-dellautore-dello-scherzo

Se l’uomo è il centro del mondo come mai lo sta distruggendo? Intervista a Luca Quarin su «èNordEst»

Se l’uomo è il centro del mondo come mai lo sta distruggendo? Intervista a Luca Quarin su «èNordEst»

di Annalisa Bruni

Qual è il modo migliore per raccontare la realtà? Questa è una delle tante domande che si pone continuamente il protagonista del terzo romanzo di Luca Quarin, pubblicato quest’anno da Miraggi edizioni, dal titolo “Il futuro della specie” e che propone spesso ai suoi interlocutori.

Il dibattito nel libro

«Alla fine ci siamo imbarcati in una lunga discussione [..] Marco sosteneva il romanzo, anche se stava scrivendo un saggio, io sostenevo il saggio, anche se volevo scrivere un romanzo. Il saggio serve a divulgare qualcosa che sappiamo delle cose […] quello che abbiamo capito della natura umana, ma anche quello che abbiamo capito del cosmo, della materia organica, degli esseri viventi. […] La civiltà occidentale si fonda sulle narrazioni non sulla divulgazione del sapere. Oppure su una divulgazione del sapere attraverso un processo esegetico di narrazione, o anche ermeneutico, come preferisci tu. In ogni caso la cultura che ci lega tutti quanti insieme è un’esperienza narrativa condivisa, non un’esperienza cognitiva. Noi non sappiamo niente della realtà. Alla fine ha detto che se il saggio divulga il sapere allora il romanzo lo produce. Se il saggio interpreta la realtà allora il romanzo la produce.» (pp. 197-198).

Il protagonista

Il protagonista del romanzo, un giovane giornalista che scrive per “Il Piccolo”, nell’aprile del 2019, mentre a Parigi infuria l’incendio che devasterà la cattedrale di Notre Dame, si appassiona a un evento di cronaca locale, la sparizione a Trieste di Fulvio Mancini – responsabile di ricerca e sviluppo per On-Ai, una startup specializzata in creazione di dati sintetici nell’ambito dell’intelligenza artificiale – assieme alla moglie e al figlioletto di tre anni.

Data la densità di temi affrontati nel romanzo, tutti di estrema attualità, molte sono state le curiosità che sono emerse durante la lettura, per cui abbiamo voluto incontrare l’autore, al fine di parlarne con lui.

Se il personaggio principale si chiama Luca Quarin, come l’autore

La prima domanda ruota attorno alla scelta di chiamare il personaggio principale e voce narrante in prima persona Luca Quarin, utilizzando un’omonimia che era già presente nel romanzo precedente, attribuita però all’antagonista di Andrea Ferro, protagonista, appunto di Di sangue e di ferro, uscito nel 2020 sempre per Miraggi Edizioni. Una scelta che si inserisce in un preciso filone narrativo, quello dell’autofiction, inaugurato e inventato nel 1977 da  Serge Doubrowsky con il suo romanzo Fils e poi praticato da diversi autori, tra cui Philip Roth, Henry Miller, e, in Italia, da Walter Siti, Giulio Mozzi, Paolo Giordano, Tiziano Scarpa e Giuseppe Genna.

Che cosa ha motivato questa scelta?

“Penso che il romanzo sia il laboratorio ideale dove analizzare il rapporto tra realtà e finzione e che chi scrive abbia qualche strumento più degli altri per condurre questo esperimento. D’altronde anche Plutarco diceva che “colui che inganna è più onesto di colui che non inganna”. Già il mio primo romanzo, Il battito oscuro del mondo, era popolato da omonimi, che si riverberavano uno nell’altro interrogando il lettore su quale fosse reale e quale fosse fittizio. In Di sangue e di ferro, il mio secondo romanzo, ho voluto spingere questo interrogativo ancora più avanti, affrontando il tema della narratività dell’identità individuale e della narratività dell’identità storica e sostenendo l’ipotesi che la finzione prevalga sulla realtà e che quindi la narrazione produca il reale più di quanto il reale produce la narrazione. 

Di conseguenza ho deciso che d’ora in avanti Luca Quarin sarà il protagonista dei miei romanzi, anche se avrà poco o nulla a che fare con me e con la mia storia, proprio per sottolineare questa idea. E’ un’idea di autofiction diversa da quella di Siti, di Scarpa o della Ciabatti, dove la biografia dell’autore è anche la biografia del protagonista, e invece più vicina a quella di Houellebecq, di Auster o di Roth, che hanno scardinato il patto autobiografico teorizzato da Philippe Lejeune, secondo cui l’uguaglianza del nome garantisce che la storia è vera, dimostrando che lo stesso nome attesta che la storia è falsa”.

Un mondo ai più sconosciuto

Il protagonista del romanzo per chiarire il mistero che si nasconde dietro alla sparizione del giovane informatico e della sua famiglia lo porta, attraverso ricerche sempre più approfondite, ad addentrarsi nel mondo legato ai processi di machine learnig, che tra l’altro in questi giorni si sta originando un forte dibattito. Nel romanzo diverse pagine sono dedicate a questo argomento, sviluppato con un linguaggio adeguato ai non esperti.

Quarin, immagino sia stata una ben precisa intenzione, la sua, di avvicinare più persone possibile a questo tema «della tecnologia che sta travolgendo la specie umana e della specie umana che ha travolto il pianeta in cui vive» in estrema sintesi l’antropocene?

“La domanda che ha messo in moto la storia in effetti è proprio questa: come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto? Se l’uomo è il centro del mondo come mai lo sta distruggendo? Mi sembra una domanda latente che non ha ancora trovato la forza di emergere con chiarezza, e di mettere in discussione i paradigmi della nostra cultura, ma che ha già cominciato a erodere i nostri riferimento i più profondi. Il sapere, la democrazia, la ragione. E’ un po’ la pulsione di morte di cui parla Zizek. 

Ecco, ho sentito il bisogno di indagare narrativamente questo tema, il conflitto tra la specie umana e il luogo in cui vive, a partire da una delle nostre peculiarità più tipiche, la mobilità. Una mobilità desiderante che ha trasformato il pianeta in un enorme centro commerciale, divorando rapidamente risorse che la natura aveva accumulato con grande lentezza. Decine di anni contro milioni di anni”.

Riflessioni sul riscaldamento globale

In parallelo, se non in contrasto, un altro personaggio, Maria, una giovane donna conosciuta per caso ma figura che diventa sempre più importante, inserisce la questione ambientale attraverso un punto di vista molto originale, vale a dire il rapporto tra il movimento della vita animale e l’immobilità del mondo vegetale (p. 153) e questo permette alcune riflessioni su quali sono le caratteristiche dell’intelligenza utilizzate da queste due specie (p. 179), che portano a delle considerazioni relative al riscaldamento globale che ci affligge e per il quale non sembra si vogliano trovare soluzioni. La «capacità [delle piante] di adattarsi all’ambiente di prevedere una situazione mi sembrano estranee alla nostra esperienza. Il riscaldamento globale lo dimostra.

Dovremmo quindi imparare dalle piante, per salvarci?

“Ovviamente non ho nessuna ricetta né la più vaga idea di quale possa essere la soluzione del problema. La paleontologia ci dice che la vita media di una specie animale è di circa sei milioni di anni, e che dunque alla nostra specie ne mancano cinque milioni e ottocentomila prima che si possa estinguere con dignità. Ho l’impressione che dobbiamo farci venire un’idea se vogliamo arrivare a quel punto. Farci venire una buona idea potrebbe essere un segnale di vera intelligenza, visto che quello che abbiamo fatto fino a oggi mi sembra non la dimostri. 

Al di là di questo, ho trovato stimolanti le considerazioni di autori come Telmo Pievani, Stefano Mancuso o Emanuele Coccia sulla vita vegetale e sul suo modo di interagire con il pianeta, un modo completamente diverso dal nostro. Ho voluto quindi raccontare una storia che mettesse a confronto questi schemi evolutivi attraverso il personaggio di Maria, una biologa che Luca incontra nella parte centrale del romanzo e che lo spinge a fare delle considerazioni che altrimenti non avrebbe fatto”. 

Il parallelo con i Ragazzi di Via Panisperna

Parallelamente alle vicende legate all’indagine giornalistica sulla scomparsa di  Fulvio Mancini –  che viene accostata a quella di Ettore Majorana e Bruno Pontecorvo, membri entrambi del gruppo dei cosiddetti “Ragazzi di Via Panisperna” – si dipanano anche le vicende di Luca Quarin personaggio: la sofferta separazione dalla moglie Martina; il difficile e frustrante rapporto con il padre Pietro, famoso giornalista d’inchiesta; il ricordo della madre afflitta da una grave malattia psichiatrica e morta in modo tragico a causa di un incidente d’auto; il conflitto con il caporedattore che gli rifiuta gli articoli. A questo proposito è molto interessante anche la riflessione su cosa sia il giornalismo e su quanto la narrazione dei fatti può venire contaminata dalle personali convinzioni del giornalista.

Alla fine di una lunga discussione con il suo capo, Luca Quarin personaggio non sembra molto convinto che chi racconta una notizia debba rimanere sempre asettico, e lei?

L’inchiesta giornalistica sulla scomparsa dei Mancini in realtà è la metafora dell’indagine dell’uomo sulla natura delle cose. Il metodo giornalistico e il metodo scientifico si pongono entrambi l’obiettivo di conoscere la verità e procedono secondo schemi analoghi. Misura e verifica sperimentale per l’uno, acquisizione di informazioni e verifica delle fonti per l’altro. Il romanzo racconta il fallimento dell’inchiesta portata avanti da Luca Quarin che invece di seguire le regole del giornalismo trasmesse dal padre collega tra loro argomenti in apparenza lontani ma che ha la sensazione possano aiutarlo a trovare la soluzione. E in effetti la strada sbagliata lo conduce alla meta”.

Il suo romanzo è talmente denso che tra le pagine si insinua anche il curling, di cui il lettore scopre le origini piuttosto antiche, risalenti addirittura al XVI secolo; si parla delle migrazioni in atto e delle scellerate politiche messe in atto dai governi per contrastarle; di malattia mentale; della distanza tra  godimento e desiderio; dell’aumento esponenziale di consumo dell’energia.

Quarin, un vortice di pensieri e di riflessioni che accompagnano la vita quotidiana del protagonista, pensieri e riflessioni che sono di tutti, in questo periodo storico. Si ha l’impressione che per liberarsene, in qualche modo, lei abbia dovuto attribuirli a un altro da sé, in un gioco di specchi. Sbaglio?

“Lacan sostiene che il desiderio non si soddisfa mai, ma si sposta continuamente da un oggetto all’altro (come una figura metonimica), mantenendo in vita il soggetto. D’altro canto il godimento è una pulsione che spinge il soggetto verso l’eccesso, anche a costo di distruggerlo, e che non coincide mai con l’oggetto del desiderio. Lo spazio tra desiderio e godimento mi sembra il luogo dove si svolge la vita della nostra specie. Mobilità, linguaggio, velocità e consumo di energia sono gli strumenti che usiamo per oscillare tra queste due polarità. Oscillazione che il digitale ha reso ancora più frenetica, spingendoci sempre di più verso la pulsionalità del godimento. Per questo ad un certo punto ho tirato in ballo il curling, perché è lo sport della lentezza e della propriocezione, quella consapevolezza corporea che ci aiuta a sentire quello che c’è attorno a noi”. 

Nonostante la ricchezza e la complessità, il romanzo si legge velocemente, non solo per la curiosità di sapere che fine abbia fatto la famiglia Mancini, mistero che verrà naturalmente svelato, ma anche per la bella scrittura, elegante pur con concessioni alla contemporaneità, per l’ambientazione che restituisce una Trieste vera di cui si respirano i profumi e si riverberano i colori, le atmosfere, i personaggi che la popolano, per l’umanità dei personaggi, disegnati con le loro debolezze e con la loro, inesorabile, volontà di cercare ciascuno la propria strada.

QUI l’articolo originale: https://www.enordest.it/2026/08/02/se-luomo-e-il-centro-del-mondo-come-mai-lo-sta-distruggendo-la-risposta-di-luca-quarin/?fbclid=IwdGRjcATgUthjbGNrBOBS0XBkb2YFZXh0bgNhZW0CMTEAc3J0YwZhcHBfaWQMMzUwNjg1NTMxNzI4AAEehXnmBjdf3VvOcdHNO5IfVQ-tiddYoXe9puxmOzGugru1Ju4xBnRW16a8p9o_aem_E3kbeW37VfDbpVk8xfYGAA

I dieci passi dietro Nick Drake – recensione su «Frammenti Rivista»

I dieci passi dietro Nick Drake – recensione su «Frammenti Rivista»

di Margherita Coletta

Non una biografia tradizionale né un tentativo di risolvere un enigma. Luca Ragagnin sceglie di abitare il silenzio di Nick Drake, trasformando l’assenza in una voce che continua a interrogare chi ascolta.

Come si scrive una biografia? Dalle nostre più o meno variegate esperienze di lettori, un libro sulla vita di un personaggio è quasi sempre un percorso fatto di eventi ed epoche che hanno portato quel personaggio a diventare chi è diventato e ad occupare un ruolo pressoché significativo nella storia umana.

Anche I dieci passi di Nick Drake, pubblicato da Miraggi Editore, può sembrare una biografia. Parla della vita di un musicista: l’infanzia, la crescita, la morte. Ma il suo autore, Luca Ragagnin, gioca con gli stili e le possibilità offerte dalla scrittura e alla fine lui stesso diventa Nick Drake, restituendo al lettore la possibilità di trovarsi di fronte ai pensieri del musicista inglese morto a 26 anni per overdose di farmaci.

Ragagnin parla in prima persona e si impersonifica in Drake, un cantautore sempre descritto come ermetico, avvolto da un mistero insondabile o appartenente a «un altro mondo», ma che era più umano e terreno di quanto sia stato detto negli anni.

Il libro non cerca di ordinare gli eventi, di spiegare trionfalmente e definitivamente l’enigma di Drake, di trasformarlo nell’ennesima icona tragica della musica contemporanea. Ragagnin accetta il carattere incompiuto del personaggio e ne fa il motore stesso della narrazione. Più che raccontarlo, ne ipotizza i pensieri. Segue delle tracce, ma è consapevole che ognuna di queste possa condurre a nuove strade e nuove domande, spesso orfane di risposta.

L’impossibilità di spiegare Nick Drake

Di fronte a un personaggio come Nick Drake, la scelta di Ragagnin risulta comprensibile e onesta. Questo perché il rischio che accompagna qualsiasi libro o storia dedicata al cantautore degli anni Settanta (e, diciamocelo, a tutti gli artisti morti giovani o che hanno detto «poco» di loro) è quasi sempre lo stesso: ridurre una figura umanamente complessa a una formula.

Il genio incompreso, il poeta malinconico, il musicista maledetto o il giovane fragile divorato dalla depressione.

Ragagnin si serve della fantasia per evitare questa trappola e produce qualcosa di totalmente nuovo. Il suo Nick Drake si muove tra i suoi stessi silenzi e le sue assenze e, forse, proprio per questo il libro deve il suo titolo a un filmato di appena dodici secondi, in cui un presunto Drake si muove tra la folla.

Le immagini mostrano diverse persone in quello che sembra essere un festival musicale. Tra queste, una figura di spalle, alta, allungata, quasi fuori misura rispetto agli altri passanti, si allontana ed esce di scena, mentre la folla viene verso lo spettatore. Non esiste una certezza assoluta che sia davvero Nick Drake, ma molti lo credono.

Poco importa stabilire se quell’uomo sia davvero lui. In quei dodici secondi sembra condensarsi l’intera mitologia drakeiana. Mentre tutti avanzano verso il centro della scena, lui se ne va. Mentre il mondo cerca visibilità, lui sceglie la sottrazione. Mentre la cultura contemporanea costruisce personaggi, Drakesembra dissolversi dentro il paesaggio.

È difficile immaginare una metafora migliore per descrivere il rapporto che il musicista inglese ha avuto con il successo. Durante la sua vita pubblicò tre album straordinari senza riuscire a ottenere il riconoscimento che oggi appare quasi inevitabile. Non amava esibirsi dal vivo, faticava a promuovere il proprio lavoro e sembrava percepire il sistema musicale come un ambiente estraneo.

Eppure, proprio questa distanza ha contribuito a trasformarlo, a distanza di anni, in una figura quasi leggendaria.

Una biografia che diventa voce interiore

Ragagnin attraversa la sua leggenda, ma non ne diviene prigioniero. Ciò che rende interessante il suo libro è anche la struttura con cui l’autore ha deciso di presentare la storia del personaggio Drake.

Visivamente, il volume si articola in paragrafi scritti in stampatello minuscolo e altri in maiuscolo. I primi vedono Nick Drake parlare in prima persona degli eventi della sua vita: una sorta di ordine cronologico che culla il lettore nell’illusione di trovarsi di fronte a una classica biografia del cantautore.

Finché i secondi non destrutturano l’impalcatura della narrazione consequenziale e irrompono come solo i pensieri sanno fare. Ragagnin utilizza il maiuscolo per dare forma a quel che si muoveva dentro Drake, come una voce potente che è lì, presente, e non molla.

Come la proverbiale rana nel brodo, Ragagnin cuoce pian piano il suo lettore: pagina dopo pagina entra nel gioco e sente davvero di leggere le riflessioni, le idee e le angosce del musicista, e sente davvero che a raccontarle sia lui.

Come nel testo di Which Will, scritta da Nick Drake nel 1972 e confluita nel suo ultimo album Pink Moon, il libro di Ragagnin apre spazi di riflessione, ricordandoci che esistono artisti la cui grandezza non nasce dalla quantità di risposte che offrono, ma dalla qualità delle domande che continuano a lasciare aperte dietro di sé.

QUI l’articolo originale: https://www.frammentirivista.it/dieci-passi-nick-drake-ragagnin/

Kundera senza Kundera. Un libro per riscoprire il mistificatore europeo – Recensione su «Repubblica-Torino»

Kundera senza Kundera. Un libro per riscoprire il mistificatore europeo – Recensione su «Repubblica-Torino»

di Gian Luca Favetto

Nel volume di 400 pagine pubblicato da Miraggi Edizioni tra saggi, documenti e fotografie, si ricostruisce il percorso intellettuale, le contraddizioni e l’attualità dell’autore al di là della sua immagine.

La faccia in copertina viene fuori come un pugno, una faccia pugnace, la fronte aggrottata, lo sguardo severo, intenso, capelli bianchi, maglione nero, mani in primo piano che si intrecciano. Dietro, una ringhiera. Dietro ancora, quello che sembra un tetto. È una foto scattata a Roma quarant’anni or sono. In alto, il titolo: Kundera without Kundera, “Kundera senza Kundera”. Ma eccome se qui dentro c’è Milan Kundera (Brno 1929 — Parigi 2023), il grande mistificatore, colui che attraverso la letteratura si è reinventato la vita. 

C’è con i fatti, le parole, le interviste, c’è con i suoi disegni e le fotografie, c’è con la sua vita, le sue opere e le sue omissioni. Un volume di 400 pagine, con più di 500 immagini fra disegni, fotografie, documenti, pubblicato da Miraggi Edizioni, a cura di Alessandro Catalano, docente di Letteratura ceca all’Università di Padova, e Alessandro Metlica, che sempre a Padova insegna Letterature comparate e Letteratura e cultura visuale.

«È il coronamento di ciò che Miraggi fa da una decina d’anni con l’unica collana italiana dedicata alla letteratura ceca — spiega Alessandro De Vito, una delle anime della casa editrice torinese — Oltre all’interesse personale, poiché mia madre è ceca, mi interessa creare un ponte europeo fra le due culture che mi hanno formato, quella italiana e quella ceca. Per questo mi sento profondamente europeo. E quando è arrivata la proposta dell’Università di Padova di pubblicare il libro, mi sono detto: chi meglio di Kundera è un autore veramente europeo? Mette insieme spirito e cultura ceca con spirito e cultura francese, avendo vissuto la sua vita fra questi due paesi». 

Il volume è diviso in tre parti. La prima illustra la figura dell’autore dell’“Insostenibile leggerezza dell’essere”, il suo pensiero, la sua idea di letteratura, la ricerca sul e del romanzo durata sessant’anni, nonché il suo essere praghese ed europeo. Nella seconda sono raccolti diciotto saggi di altrettanti studiosi che spaziano dall’idea di romanzo universale ai film cechi tratti dalle sue opere, dai lavori teatrali alle analisi cromatiche dei suoi libri, dal rapporto con lo scrittore statunitense Philip Roth ai personaggi femminili nei suoi primi testi in prosa. La terza raccoglie una esauriente cronologia. 

«È un tentativo di ripensare e inquadrare il percorso di Milan Kundera attraverso ciò che ha scritto — spiega Alessandro Catalano — a partire dal periodo ceco, quello che va dal 1953 al 1973, di cui ben poco si sa. È un autore che si interfaccia benissimo con le nuove generazioni, conserva una enorme capacità di parlare al nostro presente. Riesce a dare ai personaggi e alle storie un carattere universale. Peraltro, si è sempre saputo che aveva una passione per le mistificazioni, ma avere scoperto, studiando i documenti, l’estensione del suo mistificare è stata una vera sorpresa».

Figlio di un progetto dell’Università di Padova realizzato lo scorso anno (una mostra, una rassegna cinematografica, un allestimento teatrale e un convegno), Kundera without Kundera è un libro unico, una sorta di catalogo, di enciclopedia attorno a un’opera e al suo autore. «C’è una strana frizione — nota Alessandro Metlica — tra la fama di Kundera come uno dei più importanti autori del Novecento europeo e gli scarsi studi a lui dedicati. Questo è il primo libro che prova a riconsiderare tutta la sua carriera di scrittore senza l’influenza e il rigido controllo che lui stesso ha esercitato sulla diffusione e lo studio della sua opera». Un lavoro approfondito che in quarta di copertina riporta un pensiero di Kundera. Suona come monito e incoraggiamento ai naviganti del tempo presente: «Lo spirito del romanzo è lo spirito della complessità. Ogni romanzo dice al lettore: “Le cose sono più complicate di quanto tu pensi”. È questa l’eterna verità del romanzo, sempre meno udibile nel frastuono delle risposte semplici e rapide che precedono la domanda o la escludono».

Come viatico, infine, per affrontare questa lettura, tre titoli imperdibili consigliati dall’editore e dai due curatori. Nell’ordine: “La vita è altrove”, il romanzo che descrive lo slancio rivoluzionario, ma avverte il rischio che poi si finisca nel totalitarismo; “Lo scherzo”, il libro che racconta lo stalinismo con le arti della letteratura, riuscendo a illuminare la Storia pubblica attraverso una privata vicenda d’amore; e i racconti di “Amori ridicoli”, dove, secondo l’amico americano Philip Roth, c’è il vero Kundera, ironico e autoironico.

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3 panini a «il buon auspicio» dal Mangialibri

3 panini a «il buon auspicio» dal Mangialibri

di Damiano de Tullio

Tre

Da tre anni scrive della propria vita in forma di diario/romanzo. Gli eventi vissuti divengono scene, le persone incontrate personaggi: un “lungo romanzo in tempo reale, una specie di calco dell’esistenza”. Della faccenda informa chiunque lei incontri. Di solito la cosa suscita curiosità, interesse. Poi però, davanti alla rivelazione che l’incontro verrà narrato e che l’interlocutore sarà trasformato in personaggio, in molti restano turbati. Del resto, a lei non interessa scrivere una storia che non contenga, davvero, il qui e ora. Se guardata nel modo giusto, riflette, ogni inezia diventa piena di significato. Forse, pensa, sarà il caso di iniziare un percorso psicoanalitico: ha già individuato la persona giusta, una professionista di eccezionale caratura a cui verserà un sostanzioso anticipo, 5000 euro, per sentirsi vincolata a non abbandonare la terapia. Ogni seduta le verrebbe a costare 70 euro. È anche vero che con 70 euro può permettersi pedicure, nuovo smalto, depilazione completa dalla cinese che per quella cifra saprà benissimo ascoltarla e annuire persino con la giusta cadenza. Avanzano anche i soldi per le M&M’s, e potrà sempre registrare i monologhi e riascoltarli. O riversarli su carta, sbobinando le registrazioni. Proprio in una di queste trascrizioni ha iniziato a raccontare di Lorenzo, un amico che “c’è e non c’è”. Uno la cui presenza è “intermittente”. Uno che scompare di punto in bianco e giustifica poi le sparizioni con motivazioni assurde, palesemente false, tipo essere stato via per partecipare a una campagna archeologica in Perù. Col tempo qualunque attrazione, non solo fisica, per quell’uomo è venuta a mancare, scrive. Ma sarà vero? In fondo lui è convinto che non esista la persona amata, e che sia l’amante a crearla, con la forza del suo desiderio. Forse le è in realtà difficile comprendere il confine tra i pensieri di Lorenzo e i suoi, la verità delle sue parole. “Per questo Lorenzo le sembra così necessario, e così affascinante, perché è il residuo di se stessa”. Lo definisce “un gemello, ma anche un avversario. Una nemesi”. Come se fosse scaturito da lei stessa. Lei legge il Journal dei fratelli Goncourt e forse ne trae ispirazione, affascinata dalla loro peculiare modalità di scrittura – uno dettava, l’altro scriveva: lavoravano la sera prima di andare a dormire -, e il diario di Sof’ja Tolstaja, la moglie di Tolstoj, per la quale prova pena. Si commuove guardando il video di una donna quasi deforme a cui un noto chirurgo estetico è riuscito a tirar fuori la vera bellezza. Ora, pensa, lei non avrà più scuse, e la sua disperazione sarà pura. Anche questo, riflette, è letteratura…

Il buon auspicio. Ovvero vita reale e onirica/immaginaria di Lorenza Ronzano, scrittrice – il suo romanzo d’esordio, Zolfo (Italic, 2013), è stato selezionato al premio Campiello opera prima e al premio Alvaro. Classe 1977, già consulente filosofica presso il reparto di Psichiatria dell’Ospedale di Alessandria, esperienza di cui ha scritto anche nel saggio La variabile umana (Eleuthera, 2019), e consulente psicologa presso la Procura di Milano, ha firmato testi su riviste come “Meer”, “Minima & moralia”; passi da Zolfo sono stati riportati sulla rivista internazionale “World Literature Today”. Un flusso di coscienza, un diario, un racconto autobiografico senza filtri, quasi in presa diretta: Antonio Moresco (La lucinaCanti del caosLa cipollaIl gridoL’addio), amico della scrittrice, lo ha definito “un libro inclassificabile, debordante, scorretto, impudico, lacerante, temerario, traumatico”. Il buon auspicio è la restituzione in forma letteraria di una parte del percorso esistenziale labirintico e dei pensieri di una personalità complessa le cui origini affondano probabilmente nei traumi dell’infanzia, raccontati con lucidità dolorosa, tra la “sadica indifferenza” della madre e una figura paterna assente (“mio padre non c’era, quando c’era non parlava”), ritratta nel testo negli ultimi anni di malattia e ricovero in una casa di cura, culminati con un suicidio che costituisce uno dei centri di gravità del romanzo, il quale prende così le forme anche del tentativo di elaborazione del trauma subito. A diciannove anni, a Lorenza Ronzano viene diagnosticata una schizofrenia paranoide, malattia da cui era affetto anche il padre. È lei stessa a raccontare l’episodio, con una certa autoironia: non appena uscita dallo studio medico – riporta – venne assalita da “una schiera di voci beffarde e autorevoli che irridevano il parere medico”. Obbedendo a quelle voci gettò via la ricetta medica che le era stata rilasciata, e fece a sé stessa la promessa di rimettere piede in un reparto psichiatrico soltanto dall’altra “parte della sponda”, ovvero “come spia/professionista/infiltrata e non come paziente”. E tuttavia il testo, pur presentando passaggi decisamente estremi, non può essere targato come un delirio organizzato in forma letteraria. Il romanzo testimonia invece una rappresentazione vivace e – a tratti – brutalmente onesta, senza traccia di autoindulgenza, della tensione costante di una vita vissuta non nella declinazione del “giusto mezzo”, ma in quella di un’accettazione totale del mondo, del tutto, estremi compresi, “merda e stella”, bellezza e aberrazione, tra loro legate in modo indissolubile. “Il bello e il sublime passano anche attraverso il loro opposto, ovvero la degradazione, la contaminazione con ciò che è basso, lercio, sozzo e impresentabile”, scrive l’autrice nelle ultime pagine di un romanzo che non esita a definire “brutto”. In questo aggettivo, nella declinazione già esplicitata, che non riguarda certo la qualità della scrittura, è da ritrovare la chiave di volta su cui si regge l’opera: Ronzano svela, in modo brutale, la tragicità della commedia umana, la tela fragile della società e delle sue convenzioni, le sue ipocrisie, le sue liturgie, i suoi tentativi di segnare linee di demarcazione nette tra quel che è considerato sano, morale, regolare e quel che è definito insano, immorale, patologico, come appare ancor più evidente nelle pagine in cui la scrittura viene usata per dar voce ai frequentatori del day hospital psichiatrico, quelli targati come matti, quelli che la diagnosi l’hanno accettata, subita, di cui Ronzano restituisce storie e prospettive. Nella sua narrazione feroce, senza filtri, senza reticenze, Ronzano supera senza troppe remore – e con una certa trasparente soddisfazione – i limiti dell’autofiction: “È inutile che apponga quella vomitevole scritta all’inizio di ogni romanzo, Ogni personaggio e fatto è puramente casuale. Puramente una minchia. No, ogni personaggio, ogni fatto non è per nulla casuale, ed è per questo che scrivo, per questo reputo che vi interessi qualcosa”. Da questo punto di vista appare più chiara la presenza di Lorenzo, quasi un co-protagonista dell’opera, ambiguamente dipinto come alter ego e controparte dell’autrice, figura a contorni sfumati, resa con consapevole indeterminatezza, il “senza volto”, “il doppio”, enigmatica miscellanea di tratti reali e proiettati (“credevo che Lorenzo fosse una mia creazione. Che non esistesse […] Lorenzo in carne e ossa, naturalmente, esisteva, e di lui potevano testimoniare gli altri che come me lo incontravano e lo frequentavano, ma Lorenzo, quel particolare Lorenzo che era per me, e per me soltanto, ecco quel Lorenzo non esisteva, l’avevo creato io con la mia esaltazione […] una declinazione dello spirito quale io lo intendevo, che prendeva in prestito il corpo di Lorenzo per mostrarsi a me”). Nella lettera all’editore allegata al manoscritto Ronzano precisa: “… Ho scritto questo romanzo per emulare una delle primissime impressioni che il mondo lasciò nella mia mente bambina, sfregiandola indelebilmente. Avevo sei anni, giocavo con una mia coetanea in un ampio giardino colmo di fiori e di piante rigogliose. La mia coetanea, per divertimento, aveva riempito il suo secchiello con una gran quantità di petali, ramoscelli, fiori recisi, bacche e insetti che popolavano il giardino. Ricordo nettamente l’impressione che ebbi alla vista di quel secchiello stracolmo di vegetazione recisa e di piccoli animali già morti o agonizzanti (la bambina aveva aggiunto anche una farfalla cui aveva appositamente spezzato le ali): lo trovai ricco e desiderabile, e allo stesso tempo ripugnante. Più tardi capii che quel secchiello colmo e così impudicamente offerto era l’emblema del mondo, il simbolo della nostra esperienza terrena, un misto di crudeltà, lusso, spreco e marcescenza. Con questo romanzo volevo imitare quel secchiello raccapricciante, volevo anch’io il mio secchiello mostruoso, simbolo di questa esistenza mondana. Ce l’ho fatta, ho il mio secchiello, sono stata la bambina crudele che ha raccolto, che ha divelto e reciso, e profanato con la promiscuità, e ora – al completo – sono anche la farfalla dalle ali spezzate”. L’ultima frase è forse legata alla malattia che l’avrebbe segnata negli ultimi anni della sua vita. Lorenza Ronzano non ha avuto la possibilità, infatti, di vedere pubblicato Il buon auspicio. È venuta a mancare prematuramente nell’ottobre 2021. Con la sua scomparsa, il panorama letterario, non solo italiano, ha perduto troppo presto una voce originalissima, difficilmente catalogabile.

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QUI l’articolo originale: https://www.mangialibri.com/il-buon-auspicio

Balcan Beauty – recensione a «In tarda estate» sull’«Indice dei libri del mese»

Balcan Beauty – recensione a «In tarda estate» sull’«Indice dei libri del mese»

di Ernesto Ciccotti

Immaginate l’incipit di un film in cui invece dell’autopresentazione di un cadavere galleggiante sulla superficie di una piscina, “hanno trovato un giovanotto con due pallottole nella schiena […] sono io”, ascoltiate la voce narrante dire: “Guardate. Queste siamo io e la mia bambola Julja. Siamo sdraiate sul divano letto in soggiorno perché non ho ancora una stanza tutta mia […]. Mi chiamo Ivana. Ho vissuto quattordici estati e questa storia racconta l’ultima”.

In tarda estate, esordio di Magdalena Blažević (premio nazionale per il miglior romanzo croato 2023), non cattura solo per la tecnica del narratore post mortem, chiamata a rinnovare un modus fabulandi, da Memorie postume di Bras Cubas (1881) di Machado de Assis sino ad Amabili resti (The Lovely Bones, 2002) di Alice Sebold (nell’omonimo film del 2009 di Peter Jackson l’adolescente protagonista, Saoirse Ronan, struggente, così si presenta: “Avevo quattordici anni quando mi hanno assassinata”), ma anche per altri tre inconsueti aspetti “formali”: lo stile, la scrittura, l’orizzonte storico-culturale. 

Roland Barthes ritiene che lo stile . una sorta di impulso quasi biologico, diverso dalla scrittura, ossia dal punto di vista, o “presa di posizione” (secondo Daniele Giglioli). Entrambi qui scorrono parallelamente, spesso intrecciandosi, come sentieri nei boschi della Bosnia centrale, dalle parti di Kiseljak, tra prosa, poesia e implicite sequenze filmiche. Tutto delicatamente, drammaticamente, incorniciato dal silenzioso e spietato irrompere della guerra. 

Stile. Blažević segue l’impulso dell’ispirazione paratattica, con frasi scomponibili nel comun denominatore di una metrica variabile. “I miei occhi sono due biglie azzurre. / Il cielo è l’ultima cosa che vedo”. La scelta lessicale rispetta i diversi materiali (una strada di campagna di terra battuta e fondo di pietra, dissestata, è “carrareccia”; un muro di cemento mostra “la tempera appena pressata”); ogni specie botanica (stiancia, astro amello, occhi di gatto, menta poleggio, tagete), gli alberi (salici, castagni, abeti argentati, conifere nere). Ed eccoci catturati da una struttura eminentemente visiva (nella limpida traduzione di Anita Vuco), grondante di figure retoriche – la sinestesia è torrenziale – “Le finestre imperlate di rugiada sbattono le palpebre lentamente, come occhi;” / […] “La terra tace nera e bagnata […] / Il morbido piumaggio del gufo reale ne attutisce il frullo. Avanzando veloce in ampie volute, trasforma l’aria in un vortice”. 

Scrittura. La visione del mondo di Blažević si manifesta tramite l’accelerazione dei sensi: colori, odori, sapori. Inquadrature alla Sergej Paradžanov: “L’aria salata frinisce. La crema protettiva al cocco, il gelato rosa. Il blu non ha confini. / Noi, intanto, fluttuiamo e dimentichiamo”. E poi gli oggetti animati. I cancelli aperti dei cortili abbandonati per via della guerra ci aspettano; gli “occhi delle finestre muti”; i materassi aggrumati: ci parlano come nei versi di Wisława Szymborska. 

L’orizzonte. La vita felice prima della guerra. Poi, l’arrivo della Morte dal “viso dolce, ma con il berretto calato sugli occhi”: ti spara. Eppure la vita amata, sognata e vissuta di In tarda estate, ossia colori e profumi, quando chiudete il libro, hanno vinto anche sulla ovattata e tragica carneficina alla Quentin Tarantino: “Gli occhi inceppati. / I capelli dappertutto. / Il cotone bianco impregnato di sangue. / I polmoni esplosi. / I frammenti di cervello immersi nelle pozze bollenti. / I buchi tra i seni. / […] Ogni cosa si è trasformata in un sanguinoso acquarello!”. 

L’astrattismo della vita secondo Blažević. Cosa unisce stile, scrittura e orizzonte storico-culturale? Una tecnica una e trina: il montaggio in sottrazione. Un flusso joyciano di dissolvenze pressate una sull’altra. Passato e presente; qui e là; cielo e terra: tutto fuso. Una medesima azione “girata” dagli occhi di un personaggio . completata dalla “zoomata” di un altro: devi tornare indietro e rileggere per focalizzare. Un montaggio alla Sergej Loznitsa. L’unico, insieme a Martin Scorsese, che potrebbe portare lo struggente Balcan Beauty di Blažević, a Cannes, Berlino o Venezia. 

E. Ciccotti è esperto di Balcani e insegna storia del cinema all’Università di Foggia.

QUI l’articolo originale: https://www.lindiceonline.com/articles/9fbc85fa-1322-46b9-abe1-fdfcd71812ea

Segnalazione di «Kundera without Kundera» su Le Parole e le Cose #2

Segnalazione di «Kundera without Kundera» su Le Parole e le Cose #2

[Il 18 maggio esce a stampa per le edizioni Miraggi il volume Kundera without Kundera, a cura di Alessandro Catalano e Alessandro Metlica. Si tratta del primo studio monografico che, a tre anni dalla scomparsa del romanziere ceco (2023), prova a tirare le somme sul suo ruolo decisivo nella letteratura di secondo Novecento, anche grazie a un ricco apparato di oltre cinquecento immagini in gran parte inedite (fotografie, appunti di lavoro, schizzi e caricature autografe). Le pagine che seguono sono tratte dalla breve Premessa firmata dai due curatori.]

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Luca Ragagnin con il musicista Orlando Manfredi a «Volume» su Radio Popolare

Luca Ragagnin con il musicista Orlando Manfredi a «Volume» su Radio Popolare

di Elisa Graci e Dario Grande

Non una biografia ma un romanzo vero e proprio, quello firmato dallo scrittore torinese Luca Ragagnin e intitolato ‘I dieci passi di Nick Drake’. Un titolo che si riferisce all’unico video oggi disponibile di Drake adulto, dove di spalle esce di scena, in una manciata di secondi. Il romanzo porta il lettore nella vita del musicista inglese attraverso una prospettiva inedita: la prima persona, con lo stesso Nick Drake che racconta la sua storia in post-mortem. “Era un artista che parlava pochissimo – spiega Ragagnin – per questo ho voluto dargli una voce. Ho cercato di estrarre dai tanti testi e biografie su di lui quella che era la sua voce, una voce non disperata ma delicata, determinata ma in sottovoce, mai urlata”. Ascolta l’intervista a Luca Ragagnin e Orlando Manfredi.

Ascolta qui la clip del passaggio radio: https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-clip/clip_05_05_2026_16_58

Nick Drake e il silenzio della musica – recensione su ExLibris 2.0

Nick Drake e il silenzio della musica – recensione su ExLibris 2.0

di Fabio Sarno

Voglio essere ricordato, voglio essere dimenticato

Non era un cantante maledetto, osannato dalle folle, eppure la sua fine fu analoga a quella di Jim Morrison, Jimi Hendrix o Janis Joplin, senza neanche dover aspettare i fatidici ventisette anni.

I dieci passi di Nick Drake è uno sorta di autobiografia apocrifa, e leggerlo con i dischi di Drake in sottofondo crea un turbinio di emozioni: è come entrare nelle stanze e nell’anima di un artista che in vita si è concesso agli altri sempre mal volentieri, talmente evanescente da poter anche essere solo una leggenda.

Il titolo si riferisce a una rarissima sequenza video di soli 12 secondi, probabilmente l’unica ripresa esistente di Drake, in cui si vede il cantautore che si allontana di spalle, quasi a simboleggiare la sua natura schiva e misteriosa.

È proprio il tempo dilatato di questo video a scandire il ritmo della narrazione, affidata alla voce stessa di Nick Drake, una voce postuma eppure reale, proveniente da un futuro a cui egli non ha potuto appartenere e nel quale è, tuttavia, presente. Una seconda voce fa da contrappunto, una voce onirica, che trascina la realtà nel sogno, o nell’incubo, la ribalta, la sviscera, la fa a pezzi e la ricostruisce, scava in profondità nel Drake uomo e artista, più di quanto egli stesso riesca a fare.

Le parole si sovrappongono, la finta confessione di un’anima tormentata si alterna alla già citata voce dall’al di là, ma assorbe anche i giudizi degli altri, di amici, critica, pubblico, addetti ai lavori, giudizi espressi o sottaciuti, li valuta, li pondera, li accetta o li confuta, confonde (e ci confonde) quello che è realmente accaduto, quello che è stato immaginato, quello che sarebbe potuto o dovuto accadere; il vero e il verisimile hanno la stessa valenza, costruiscono pezzo per pezzo il puzzle di un artista straordinario, di un uomo fragile, ma non debole (Ero debole? No, non lo ero. Magari. La debolezza è la forza migliore), di un animo tormentato, di un uomo incapace di stare al mondo come gli altri avrebbero voluto, di occupare il posto che gli sarebbe spettato.

Gli intermezzi sono sogni e i sogni sono un rifugio, ma anche una condanna, luoghi in cui le immagini sono estremamente nitide e non si possono confondere con i contorni sfumati della realtà, quella realtà ritratta in quei pochi fotogrammi in cui la qualità delle immagini è appena sufficiente, niente a che fare con la nitidezza dei miei sogni.

La lettura prosegue e allo stesso tempo la musica scorre, lenta e inesorabile come il tempo, ti accompagnano la sua voce delicata e i suoi arpeggi ammalianti, passano Pink MoonPlace to beParasiteRiver manCello song e ti perdi anche se cerchi di non farlo e come Drake senti altre voci che si sovrappongono, parole distorte e melodie dissonanti e sai anche tu che prima o poi arriva il silenzio e ti fa paura il silenzio, ma non sai con cosa riempirlo… eppure che cosa c’è di preoccupante nel silenzio? Dal mio punto di vista niente. C’è la musica e quando la musica finisce c’è il silenzio.

Le parole prendono vita, si accompagnano alle note, si trasformano in musica, che scorre nella testa e nelle membra, e ripercorrendo la vita di Nick come se fosse egli stesso a raccontarla lo accompagniamo nella sua crescita, vediamo dissolversi rapidamente quella fama di atleta promettente, di studente brillante, cancellate da una riservatezza che da vezzo del carattere diverrà patologia.

E lo accompagniamo anche nei suoi viaggi, fuori e dentro i confini, dell’Inghilterra e di sé stesso, nei momenti in cui sente l’urgenza del cambiamento con salti di sede, salti di città, salti di vita (ma, come scriveva Seneca, coelum non animum mutat). Così scivoliamo, soffriamo, scopriamo mondi sommersi e accumuliamo ansia e angoscia, che solo fino a un certo punto la musica può alleggerire, fino a quando anche la chitarra non diventa un nemico, uno strumento in mano alle forze che ci stanno annientando.

Ma quello che davvero ti annienta, Nick, è il confronto tra il poco che hai costruito (ma avresti dovuto vivere abbastanza da scoprire che non era affatto poco, da ammirare tu stesso la celebrazione del tuo mito) e la vastità delle opportunità mancate, dei talenti sprecati.

Con l’andatura caracollante di Drake attraversiamo la scena musicale probabilmente più ricca e innovativa della storia: scopriamo talenti in erba, assistiamo alla nascita di capolavori, scriviamo, proviamo, registriamo, riarrangiamo.

Dall’alto del suo metro e novantadue osserviamo tutto con uno sguardo che arriva all’orizzonte, ma sfumiamo i contorni, spaziamo sulla superficie di un mondo in grande fermento, bruciamo con una gioventù ricca di talento, che nel tentativo di uccidere i padri finisce spesso per soffocare sé stessa.

Luca Ragagnin ci fa vivere in prima persona il processo creativo: l’amore per la musica e per Drake è tale da permettergli di penetrare non solo nell’opera finita, di fruirne da appassionato e raffinato ascoltatore, ma nell’animo stesso dell’artista, fino a divenire egli stesso Nick Drake, e Nick siamo anche noi che ci addentriamo nella genesi di Way to blue e sentiamo scorrere questa pioggia fine e leggera e non vediamo più l’artista, ma ne riscopriamo la grandezza, in ogni verso (come in ogni pagina di questo libro), perché in qualche modo è riuscito a raggiungere quello che era forse il suo obiettivo principale (e il suo più grande cruccio): sparire dietro l’opera.

Se Five leaves left è un disco di scomparse, di eccedenze e di lontananze a mano a mano che procede la sua maturazione Drake spinge sempre più all’estremo quella esigenza di ripulire e lasciare al centro solo la musica nella sua essenza. Pura. Scarnificata. Più avanza nel processo creativo, più si avvicina a questa verità, tanto da registrare l’ultimo disco completamente da solo. Solo lui e il tecnico del suono, in assoluto silenzio. Solo voce e chitarra.

I dieci passi di Nick Drake induce a una lettura lenta, fatta di lunghe pause, necessarie per assorbire, ascoltare, rielaborare, ricercare nel presente i semi piantati in quel passato, che seppure solo indirettamente, attraverso l’immortalità, l’universalità della musica, in qualche modo ci appartiene.

Drake naviga in un limbo fatto di vuoto e silenzio, creando frammenti di una musica che è di là da venire. La sua è una silenziosa ribellione a un futuro che non vedrà mai, ma che intuisce e che gli è estraneo ancor più di questo presente in cui già si isola.

Non vuole convincere, non vuole creare proseliti, non è capace di parlare a una generazione che come mai prima (e forse neanche dopo) ha bisogno di credere e di identificarsi in miti viventi. Scrivere e suonare sono il suo mondo. La paura di essere dimenticato si scontra con il terrore di essere riconosciuto, ma se il tuo lavoro, il tuo sacrificio non portano risultati, se con i suoi frutti non sei in grado di sostenerti, finisci col perdere la tua dignità.

Hai fallito e ti è piaciuto, ma poi sei entrato in un loop, ti senti bloccato, sempre più chiuso, isolato, inutile al mondo.

Il silenzio diviene sempre più assoluto, inghiotte tutto e conserva. Diventa totale incapacità di comunicare. Lui c’è ma non c’è. E l’assenza di parole conduce a un’assenza di pensiero. Non sa com’è andata. In fin dei conti non sa nulla e non va nulla, soprattutto le parole, che non ci sono più, sono sparite.

E poi svanisce anche la musica e con lei l’ultimo barlume di lucidità, forse anche di vita.

E non c’è più tempo.

QUI l’articolo originle: https://www.exlibris20.it/nick-drake-e-il-silenzio-della-musica/

Nick Drake secondo Luca Ragagnin a Rai Radio 1

Nick Drake secondo Luca Ragagnin a Rai Radio 1

I dieci passi di Nick Drake è il libro che lo scrittore e poeta Luca Ragagnin dedica al genio e alla vita sfortunata di Nick Drake, uno dei più importanti songwriter di tutti i tempi. Ospitiamo la canzone di Isabella Privitera, Eya, finalista di Musicultura. Con John Vignola. Regia di Roberta Di Casimirro. In redazione Cristiana Affaitati.

La nota del giorno dopo

https://www.raiplaysound.it/audio/2026/05/La-nota-del-giorno-dopo-del-05052026-ba7bf497-84ea-4c5e-a51f-81efd47f22c7.html