«Sul filo della lama» tra i consigli di lettura di «Robinson» di luglio ’25


di Clara Mazzoleni
Nel 2018, in occasione di un’importante mostra al Whitney Museum a lui dedicata, avevo scritto un articolo sulla riscoperta di David Wojnarowicz, avvenuta forse anche per merito di Olivia Laing, che nel suo bellissimo libro Città sola, uscito nel 2017, dedicava alla difficile vita dell’artista e alle sue opere alcune delle pagine più belle.

Oltre che per i suoi film (uno appena proiettato al MoMA nella sua rassegna di cinema queer) e per le sue opere tra fotografia e perfomance (ad esempio la bellissima serie degli anni Settanta “Arthur Rimbaud in New York”, che ritrae i suoi amici mentre girano per la città indossando una maschera che riproduce il famoso ritratto del poeta, caricando così di eternità, mistero e poesia quelle che erano le loro attività quotidiane), Wojnarowicz è l’autore di un piccolo e potente libro, Close to the Knives: A Memoir of Disintegration, un “memoir” pubblicato nel 1991, un anno prima della sua morte per Aids, che in realtà è una raccolta di testi molto diversi tra loro scritti con un tono mutevolissimo – delirante, erotico, umoristico, ingenuo, feroce, malinconico – in cui l’artista prova a catturare i momenti più intensi della sua vita e della New York sporca e oscura in cui trascorreva le sue giornate e, soprattutto, nottate. Oggi finalmente questo libro arriva in Italia grazie a Miraggi edizioni, con un’introduzione di Chiara Correndo, che l’ha tradotto, e una postfazione di Jonathan Bazzi. Parlando degli anni in cui Wojnarowicz scrisse Sul filo della lama, Correndo scrive: «Dietro gli schermi che i media e le istituzioni ogni volta srotolano e su cui proiettano il film di un’America bianca, ricca, imperialista, cristiana ed eterosessuale, ci sono i cadaveri impilati dei morti per Aids, le popolazioni ridotte alla fame dalla politica imperialista statunitense, i suicidi dei giovani e delle giovani omosessuali che si vedono negato ogni spazio di esistenza, la violenza della polizia». Per fortuna oggi alcune cose sono cambiate, ma l’atmosfera non sembra poi così diversa. E infatti Wojnarowicz continua a parlare agli artisti di oggi: la locandina del nuovo film di Ari Aster, Eddington, è una sua opera, la stessa usata dagli U2 nel 1991 per il loro singolo “One”.
QUI l’articolo originale: https://www.rivistastudio.com/libri-luglio-2025/

Pubblicata da Miraggi Edizioni è arrivata per la prima volta in Italia Close to the Knives: A Memoir of Disintegration (Sul filo della lama: Memorie della disintegrazione), l’incendiaria raccolta di scritti autobiografici dell’artista e attivista statunitense David Wojnarowicz (1954-1992) tradotta da Chiara Correndo e con una postfazione di Jonathan Bazzi.

David Wojnarowicz si dedicò alla lotta per i diritti delle persone malate di Aids spaziando tra più mezzi di espressione, dalla prosa sperimentale alla pittura, dal video alla fotografia. Morì trentasettenne a causa del virus, dopo aver perso negli anni molti dei propri amici per lo stesso motivo. Sopravvissuto a un padre violento e alla vita di strada come sex worker, divenne conosciuto nella scena artistica newyorkese downtown.
Ho voluto incontrare Chiara Correndo, traduttrice del libro, ricercatrice e portavoce dell’opera di David Wojnarowicz in Italia, per farle alcune domande su David e il suo modo di rapportarsi all’immagine, tema su cui torna a più riprese lungo tutto il corso della sua scrittura.
Come ti sei imbattuta in David Wojnarowicz, innanzitutto?
Per caso. Cinque anni fa, al Torino Film Festival, ero andata a vedere la proiezione di un regista argentino. A un certo punto, nel film, il protagonista prende un libro da uno scaffale e ne legge una citazione così bella che ho voluto subito cercare di chi fosse. Era David Wojnarowicz. Avevo visto che non esisteva una traduzione in italiano di questo libro e così mi sono attivata.
QUI l’intervista integrale: https://www.snaporaz.online/corpo-a-corpo-con-david-wojnarowicz-intervista-a-chiara-correndo/
(contenuto in abbonamento)

Risolza è il nome di un coltello. Un coltello a serramanico, sardo.
Sardo come l’autore – Sergio Garau – di questo eccezionale libro di poesia, risolza, appunto (miraggi ed.).
Perché sia eccezionale è presto spiegato. Intanto perché è un’eccezione nel percorso poetico, ormai quasi trentennale, che lo ha fatto conoscere in tutto il mondo, ma non attraverso la carta di una qualsiasi pubblicazione, bensì in carne ed ossa (e voce, e gesti).
Questo, infatti, è il primo libro di Garau, anche se da decenni Garau viaggia nel mondo, per fare Poetry slam, o per improvvisare letture nei luoghi più impensabili, per partecipare a festival, rassegne, o a qualsiasi azzardo poetico riesca a tentarlo: dall’Isola di Pasqua a Berlino, Parigi, Madrid, da Stoccolma a tutto il Sud America, all’Africa, all’Asia.

Garau spunta ovunque. Sorride sotto il cappello ed inizia una delle sue indimenticabili, travolgenti performance.
È una poesia atletica e prossemica, la sua, che abita alla perfezione lo spirito slam, ma che ancor prima incarna, fino in fondo, rinnovandola, la tradizione della Poèsie Action. Garau corre, gesticola, salta, senza trasformarsi mai in un clown, anzi facendo del suo corpo un arco teso che scaglia parole a volte strabilianti, che abbraccia storie inquietanti e iperboliche, che calcia e pugna ingiustizie e orrori, che carezza dolori.
Questo è Sergio Garau: la poesia come corpo e come suono. Come azione, per l’appunto.
Chi avesse dei dubbi potrebbe sfatarli leggendo la poesia che apre risolza, una dichiarazione di poetica che non ammette replica: Accendere la pagina. Avviare il testo. / Sfilare le trame e affilare le lame/ (…) / percorrere il confine tra le lingue – l’unico che si può attraversare / senza correre il rischio di farsi sparare – . / Entrare da soli in una guerra cibernetica. / Prendere un virus e determinare la diagnosi / esaminando la radiologia fonetica.
Già, perché ogni viaggio di Garau è un viaggio linguistico: come altri visitano musei e cercano panorami, boschi, laghi, mari, montagne, lui esplora le lingue, alla ricerca della loro radice sonora comune, le divora e le risputa fuori in forma di poesia. Dal vivo ed ora anche sulle pagine di un libro sbalorditivo, in cui tutte queste lingue convergono, confliggono, si amano e si detestano, si cacciano e si seducono: italiano, sardo, inglese, svedese, tedesco, bulgaro, russo, greco, arabo, spagnolo, francese, oltre a quelle che inventa lui, mettendo tutto a frullare insieme.
Garau non traduce i suoi testi per l’audience straniera, tra-duce (trasporta e tradisce) se stesso in ogni nuova lingua e la sua poesia è dunque eminentemente intraducibile. Non ha bisogno di alcuna traduzione, solo di un ascolto schietto e di attenzione. Poi a tutti sarà evidente come quella lingua – pur non essendo la sua – è certamente anche la sua.
Forse perciò a me un libro tanto cosmopolita ha dato da subito l’impressione di essere assolutamente sardo. Intimamente sardo.
Ma nonostante tutto questo, pur nel centro della Babele, le poesie di Garau sono chiarissime, evidenti, esplicite, quando riflettono sulle perversioni della cibernetica, o denunciano lo scandalo del poligono militare di Quirra, quando parlano d’amore, o riflettono sulla natura e sul cosmo, o invece ironizzano, taglienti, sui cliché e sui luoghi comuni della nostra quotidianità.
Perciò questo libro è un coltello. È un libro aggressivo, politico, scandaloso. Fatto apposta per spaventare il suo lettore. Sia nelle sue forme che nei suoi contenuti. Ma è anche, prima di tutto, un fossile. Come e più di qualunque altro libro di poesia.
Le pagine di risolza conservano il calco di qualcosa che è stata voce viva, respiro, gesto. Ne recano traccia, ci offrono la forma alfabeticamente immobile e cava di una dinamica sonora ormai già svanita. Ma di questo fluire il testo porta traccia evidente, non solo in forma di insetto catturato nella giada, ma come testimonianza geologica del passaggio della lava vulcanica.
I testi si susseguono a strati, ininterrotti: a volte si fronteggiano, ma quella che all’apparenza sembrava una traduzione a fronte di un testo in una o più lingue straniere, si rivela, un attimo dopo, una digressione che tesse una nuova tela di parole, o invece un’impronta imperfetta in cui sopravvivono solo gli intraducibili nomi propri, persi in una costellazione di segni d’interpunzione, di tracce del silenzio tra le parole. E ai testi si affiancano le icone, le translitterazioni, i segni diacritici, i simboli digitali. E tutto sta insieme perfettamente. Lo spazio non è mai soltanto quello della frase, ma sempre quello della pagina.
In questo libro si fa poesia persino con la lista dei ringraziamenti, con la nota dei ‘debiti’ letterari, o con le strane stringhe alfanumeriche che a volte fanno capolino a piè pagina, enigmatiche e inquietanti.
risolza insomma è anche un libro-oggetto, un’opera di poesia concreta. Definirla una raccolta di poesie sarebbe imperdonabilmente superficiale e ingiusto.
E questo libro, che in effetti non è un libro, ma qualcosa di radicalmente diverso da ciò che si intende con la parola libro, qualcosa che andrebbe eseguito, o guardato, prima che letto, è il libro di poesia più importante, bello, convincente e necessario pubblicato quest’anno in Italia. Vi conviene procurarvelo, perché scommetterei che difficilmente l’autore ne pubblicherà altri nel prossimo ventennio.
QUI l’articolo originale: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/30/sergio-garau-la-poesia-e-un-coltello/8104009/
Tra bravura, bellezza e avanguardia, le dive della belle époque come modelli di lotta ed emancipazione.
Per l’immaginario maschile, tra Otto e Novecento, attrici e danzatrici erano oggetto di attrazione e repulsione, di fascino e di orrore. Per le donne invece erano un modello di forza, di grazia, di bellezza, di successo e libertà. Durante la Belle Époque il teatro era il media più influente e di maggior diffusione e nella figura e nel corpo della diva si andava definendo la nuova immagine della donna ben lontana dal sofferente e languido angelo del focolare caro alla società patriarcale.
Le vite e le opere di Sada Yacco, Cléo de Mérode, Edith Craig, Valentine de Saint-Point e Emmy Hennings non ci raccontano solo dell’effervescenza avanguardista del modernismo, ma anche delle lotte delle donne per affermarsi con un ruolo attivo nella società. Averle marginalizzate o persino rimosse dalla storia ufficiale ha significato dimenticare quelle battaglie da cui è sorta la donna moderna. Riportarle alla memoria non ci ricorda solamente che il teatro non è stato riformato solo dai “padri della regia”, ma anche quanto delle donne di oggi è debitore delle lotte delle dive di quel tempo lontano.
Enrico Pastore (Stresa 1974), ha svolto periodi di formazione con registi come Pippo Delbono, François Tanguy (FR), Jakob Shokking (DK), Fernando Dacosta (SP). Regista e direttore della Compagnia DAF fondata nel 1998. Dal 2006 al 2011 è stato direttore operativo degli Incontri Cinematografici di Stresa. Dal 2012 al 2018 ha scritto sulle pagine di «Passparnous», «web revue of art», come critico di spettacoli di teatro e danza. Nel 2017 è stato co-curatore con Ambra Bergamasco e Edegar Sterke del MovingBodies Festival di Torino. Oggi scrive su «Rumor(s)cena».
QUI l’articolo originale: https://ilpostodelleparole.it/libri/enrico-pastore-che-peccato-essere-una-curiosita/

In “Torino Filmopolis. Dentro i film la Città”, il volume scritto da Giorgio Scianca con Alessandra Comazzi per Miraggi Edizioni, il capoluogo piemontese torna ad essere patria della settima arte.
Ispirato da Italo Calvino, l’architetto appassionato di cinema mescola in questo libro il suo lavoro e la sua passione: ne viene fuori un’originale guida della città, suddivisa in quattro stagioni, a cui corrispondono 458 film, che riscrive la storia del cinema torinese attraverso strade, piazze, ponti, giardini e parchi sempre più spesso utilizzati come set. Ogni angolo è un fotogramma e la sensazione è quella di passeggiare in luoghi familiari anche per chi non conosce la città.
Una ricerca approfondita – attraverso siti italiani, stranieri e locali, gli archivi in rete dei giornali, i titoli di coda, i trailer e le foto di scena e i social – che si completa con un QR code tramite cui si approda all’elenco completo dei film esaminati, con trailer e clip, in un continuum tra parole scritte e immagini.

Ad ogni stagione i suoi luoghi…e i suoi film: Scianca parte con l’estate, la stagione più cinematografica dell’anno, grazie alla sua luce, ai colori, ai contrasti.
Torino viene definita città trasformista, che interpreta se stessa ma può facilmente trasformarsi in altro: è stata Milano, Roma, Parigi, Sarajevo, Zurigo, Monaco di Baviera e addirittura New York. Lo stesso avviene per i suoi luoghi nevralgici. il Po, protagonista di una cinquantina di pellicole, è stato, tra gli altri, la Senna o il Tevere (Fast x) o la Miljacka di Sarajevo (The King’s Man – Le origini), ma anche il Tamigi, il Neman, la Limmat etc.
L’estate è l’occasione per parlare, attraverso il cinema, di architettura radicale, degli elementi che compongono i palazzi più rappresentativi della città: dai mattoni dello scenografico palazzo Carignano, al ferro usato originariamente a copertura di diversi punti e poi riutilizzato a servizio dell’industria bellica, fino al vetro della “Bolla” comparsa del 1994 nello skyline della città, sopra la storica fabbrica Fiat del Lingotto. E poi ci sono i tetti, che, a partire dalla Mole Antonelliana, forniscono, a varie altezze, tanti punti di osservazione per ammirare Torino dall’alto.
Il cinema permette anche di “fotografare” luoghi che non esistono più o mostrarne la trasformazione nel tempo, come il parco Dora, un tempo sede degli stabilimenti della Fiat, oggi testimonianza di archeologia industriale. O di testimoniare la trasformazione urbanistica di centro e periferie, come ci mostra la cinematografia recente (Anywhere anytime, La chiocciola, Confidenza).
Nella bella stagione rientrano anche i parchi, come il Valentino, capace di un viaggio nel tempo unico nel suo genere e ispiratore di tanto cinema, e la musica, colonna sonora imprescindibile delle immagini in movimento.
L’autunno segue l’estate con i suoi colori, i mercati e la sosta nelle piazze. Qui è la stagione del cinema, quello girato e quello proiettato. La storia del cinema passa anche per la storia delle sale cinematografiche, delle loro trasformazioni, cambio di destinazione e denominazione per rispondere alle esigenze delle epoche storiche che oltrepassano, immortalate più volte dalla macchina da presa.
Tra i luoghi più rappresentativi della cinematografia, le piazze hanno un punto di vista privilegiato. Sono più riconoscibili di altre location e a Torino coincidono spesso con i mercati. Il più noto, ma non l’unico, quello di Porta Palazzo, immortalato più volte e in vari momenti, con la nebbia mattutina (in Mimì metallurgico ferito nell’onore), o a fine giornata, quando si consuma il rito della raccolta degli scarti. Scianca dedica un capitolo a ciascuna delle piazze più significative, più o meno riprese dal grande cinema: piazza Carlo Alberto, piazza Carignano, piazza Carlina, piazza Solferino, piazza Bodoni, ciascuna con la sua fisionomia, i palazzi che vi affacciano, una o più storie da raccontare.
L’inverno, la stagione fredda, dal tempo incerto, in cui si transita sotto i portici, o in galleria, nel tram – di cui il cinema ci restituisce i percorsi storici e la storia dei percorsi – al Museo del Cinema, allo stadio, ad ammirare luci e luminarie. All’inverno Scianca associa gli spazi militari, come la Caserma Pietro Micca, recentemente vista nella fiction Il nostro Generale, dedicata a Carlo Alberto Dalla Chiesa o in L’eroe della strada, con Erminio Macario. Esistono alcuni luoghi nevralgici, come le gallerie, che il cinema, specie quello d’azione, ha amato molto. Come non ricordare galleria San Federico, “profanata” per la prima volta sul grande schermo nel 1969 dalle tre famose Mini Minor di Un colpo all’italiana, o quel labirinto stratificato di galleria Umberto I, immortalata negli anni da Antonioni, Argento, Scola e più di 20 registi.
All’inverno appartengono anche, nell’immaginario del regista, piazza CLN, indissolubilmente legata a Dario Argento, e la Mole, che compare in tutte le pellicole che vogliono localizzarsi a Torino, ripresa più volte da Davide Ferrario, che addirittura ambienta nel museo del cinema al suo interno Dopo mezzanotte.
La primavera è la stagione della rinascita, dei parchi, dei giardini, dei fiumi, delle passeggiate, delle letture alla luce naturale. Torino è la città italiana più ricca di verde pubblico e il cinema non poteva non notarlo. È anche l’occasione per ricordare quanto Torino sia legata ai libri e alla letteratura (ne è testimonianza il Salone del Libro), così come ai film tratti da libri o fatti di cronaca e tutte le volte che librerie storiche (a volte scomparse) sono rivivono tra i fotogrammi.
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Nel 2020, in occasione del ventennale della Film Commission, Italy for Movies e Film Commission Torino Piemonte hanno dedicato ai principali set della città un suggestivo itinerario, Girando per Torino.

Nell’episodio del 21 luglio 2025, la redazione di Fahrenheit ha invitato la traduttrice Chiara Correndo a parlare di sul filo della lama di David Wojnarowicz.
[dal min. 58’30”]

La fame degli affamati
Alle 15.00 Università telematica: cosa c’è oltre le schermo. Ne parliamo con Paolo Maria Ferri, insegna Tecnologie della Formazione all’università Bicocca di Milano | Alle 15.30 La fame degli affamati. Con Youssef Hassan Holgado, giornalista di Il Domani, si occupa di Medio Oriente e questioni sociali, e con Andrea Segrè, insegna Politica agraria internazionale all’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, fondatore di Last Minute Market | Alle 16.00 in studio a Torino: David Wojnarowicz, Sul filo della lama. Memorie della disintegrazione, Miraggi Edizioni; con Chiara Correndo, traduttrice del libro, e con lo scrittore Jonathan Bazzi |Alle 16.30 Fahre Pace: All’università La Sapienza di Roma il Dottorato di interesse nazionale in “Peace Studies”, coordinato da Alessandro Saggioro, insegna Storia delle religioni alla Sapienza. Album del pomeriggio: Daughter “Music from Before the Storm”, 2017

di F. Div.
Scenografia e location, ma anche contesto e funzione allegorica. La città nel cinema ha aspetti nascosti e mai scontati che Sere d’Estate di Ivrea analizza con un evento promosso dall’Archivio Nazionale Cinema Impresa, dall’Associazione Rosse Torri e dalla Libreria Mondadori. L’appuntamento è fissato mercoledì, dalle 18.30 nella sede dell’Archivio in viale della Liberazione 4 a Ivrea, in compagnia di Giorgio Scianca e Alessandra Comazzi, autori di Torino – Fil-mopolis, e da Anna Rowinski, autrice di Torino adagio (Enrico Damiani Editore). Se in Filmopolis (Miraggi Edizioni) Comazzi si concentra sul fenomeno (in crescita) delle serie televisive girate in città, Scianca ripercorre e riflette su oltre un secolo di «apparizioni» cinematografiche del capoluogo sabaudo.

Tratto dagli articoli pubblicati dal 2023 sulle pagine del Corriere Torino, il volume non si limita a una cronologia di titoli e set ma esamina, piuttosto, l’evoluzione architettonica e sociale della città attraverso una galleria di siti, situazioni e spazi (fisici e mentali) in continua evoluzione. Diviso in 4 stagioni me-taforiche, Filmopolis permette così di monitorare spazi architettonici pubblici e istituzionali (gallerie, scorci e piazze, ma anche tram, locali di ritrovo e di divertimento) che, filmati nel corso del tempo — e talvolta scomparsi –, consentono un’inconsueta visione prismatica sulla città, preziosa per storici e cinefili, del presente e del futuro.
La serata prosegue con Italo Calvino nelle città realizzato da Davide Ferrario in occasione del centenario della nascita dello scrittore. Nel documentario che raccoglie rari documenti filmati e letterari di Calvino, si ripercorre la vita dell’autore de Le città invisibili attraverso il suo rapporto con i luoghi in cui ha vissuto e lavorato e che lo hanno ispirato nella creazione dei suoi immaginifici universi. A introdurre il film sarà Steve Della Casa, oggi conservatore capo della Cineteca Nazionale; insieme al presidente anche Arrigo Tomelleri, ripercorrerà la tradizione cinematografica di Ivrea, che in Adriano Olivetti e i suoi cineforum ha un’origine storica ben precisa, e della ristrutturata sala cinematografica che – finalmente – sta per risorgere in città.
Infine, a proposito di visioni sospese tra cinema e arte pura, andrà in scena Film/a/ To di Ugo Nespolo, opera sperimentale che, con la partecipazione «in corpo e voce» del poeta Edoardo Sanguineti, offre un approccio originale alla grande storia cinematografica torinese.

Il bigliettino compare all’improvviso: “Provi a farsi vedere, è gratis!” con tanto di indicazioni del dottor Guido Klammermann, specialista, internista, immunologo, medico a tutto tondo. In effetti da un po’ di tempo Ulisse Orsini soffre di disturbi vari, soprattutto incubi molesti che gli impediscono di riposare come si dovrebbe. Sono tante e forse sono ovvie le ragioni del suo malessere: vive in un quartiere periferico di Milano, in via Giambellino, ed è disoccupato, diciamo che la vita non gli sorride e che questa sua precarietà gli porta ansia. Necessario dunque un urgente consulto medico. Lo studio del dottor Klammermann si trova in uno dei tanti palazzi in ristrutturazione di un’altra periferia degradata: un palazzone anonimo, senza tanti fronzoli, che non richiama nessuno stile architettonico specifico. Ulisse si incammina nell’androne e comincia a salire le scale, ma può solo ipotizzare che lì ci sia uno studio medico, visto che non ci sono targhette, indicazioni, regna piuttosto la polvere tipica di un edificio in stato di abbandono. Dalle scale fioccano piume: lo scenario è quasi inquietante, ma Ulisse non si lascia andare e prosegue finché non incontra su un pianerottolo una serie di malati che si accalcano fra materassi, sedie a rotelle. I pazienti sono caoticamente in fila, qualcuno seduto, qualcuno in piedi, tutti che si raccontano di un dolorino, un’artrite, una pressione strana sullo sterno. Finalmente appare una segretaria del dottor Klammermann che soccorre lo smarrito Ulisse chiedendogli però di prendere il numerino: anche in quel caos ci vuole un numero, c’è una progressione. Ulisse procede fra i malati finché non incappa in un paziente che ha una crisi: si sbraccia, chiede aiuto, ma viene bloccato dagli altri pazienti che gli urlano contro perché li sta disturbando. E poi Klammermann non è in studio, è un incompetente e non si presenta mai allo studio. Ulisse è in preda al panico, non gli resta che scendere velocemente in strada e dileguarsi nelle rovine della sua città…

Dopo una felice esplorazione del rapporto con il padre (I pellicani. Cronaca di un’emancipazione, Miraggi 2019) e di quello con la madre (Madre nel cassetto, Industria & Letteratura, 2023), Sergio La Chiusa si dedica alla ricognizione della figura del figlio, ovvero del giovane. Il cimitero delle macchine è infatti la storia di un’odissea urbana, quella di Ulisse Orsini, appunto, nome che richiama tanto il protagonista del testo omerico, che Leopold Bloom di James Joyce. In effetti è la storia della peregrinazione di un giovane fra le macerie di una Milano periferica e precaria, ovvero fra le proprie ansie, le paure, ma anche le aspirazioni e le illusioni ormai sfumate. Ulisse è un disoccupato, è un emarginato di una società decaduta afflitta dal male di vivere, occupata a trovare Sergio La Chiusa lavora sul confine fra letterario e metaletterario: il suo testo è infarcito di citazioni implicite ed esplicite di modelli dialogici e visivi, come la plastica ripresa del Cristo che entra a Milano ricalcato su quello di James Ensor che entra a Bruxelles. La Chiusa vuole proprio che il suo romanzo sia un macrotesto che richiama altri autori, altre immagini, altri romanzi. Il tutto strizzando l’occhio al lettore, che viene spesso richiamato e rimesso in situazione: la narrazione per questo oscilla dalla terza persona alla prima persona, dal narratore onnisciente al punto di vista di Ulisse. Romanzo visionario e post-moderno, rompe diversi schemi anche se diventa quasi vittima, per converso, di una sorta di manierismo da canone inverso. Il plot narrativo decadente è una evidente metafora di una società a brandelli che si concretizza, in perfetto richiamo simbiotico, a metà via fra lo sguardo di Ulisse e il susseguirsi di situazioni post-apocalittiche.
QUI l’articolo originale: https://www.mangialibri.com/il-cimitero-delle-macchine

di Maria Dolores Pesce
In Europa tra fine ‘800 e inizio ‘900, per poi oltre proseguire, esplode, dentro una concezione borghese del patriarcato che riproponeva i consueti schemi di subordinazione e sudditanza ma insieme paradossamente li smentiva nel trionfo della libertà personale e individuale, la contraddizione del femminile proprio per la sua (del femminile) nascente indisponibilità a farsi imprigionare in quegli schemi.

È innanzitutto la drammaturgia nordica ma non solo, tra l’altro quasi esclusivamente maschile, a farsi portatrice dei quella contraddizione e di quella indisponibilità che lo sguardo appunto maschile ‘pativa’ anche angosciosamente mentre, secondo l’insegnamento szondiano, contribuiva non poco alla crisi, speculare a quella sociale, del dramma moderno. Questo bel libro di Enrico Pastore affronta però il tema da un punto di vista diverso, quello delle artiste cioè, oggi diremmo performer, che non furono solo oggetto di quella mutazione ma se ne fecero concretamente carico subendone anche gli effetti. Non solo personaggi, da Salomè all’Olympya di Hofmannsthal, ma veri e propri corpi alieni che ribaltavano la percezione del femminile, incidendo sulla struttura stessa della rappresentazione. Nomi di artiste, da Sada Yacco a Cléode Mérode, da Edith Craig a Valentine de Saint-Point e Emmy Hennings, non a caso, come spesso capitava e ancora capita a molte artiste, praticamente dimenticate nonostante l’impulso essenziale che hanno saputo dare al rinnovamento del teatro. Ma non è un bagno di memoria, è soprattutto un riconoscimento di valore, dovuto e comunque tardivo. Forse altrettanto importante di quello che in precedenza segnò l’esordio sulla scena della donna, non solo come personaggio ma in carne ed ossa, e così capace di modificare anche il senso stesso del personaggio teatrale. Un lavoro importante e approfondito, come testimoniato dalla corposa bibliografia, quello di Enrico Pastore, definito da Renzo Francabandera nella sua prefazione non solo un’operazione di rottura, ma soprattutto di condivisione capace di dare l’avvio a forme sempre più complesse, nel Teatro e nella Società. Una dimostrazione ulteriore di come l’attività di quelle artiste ‘eversive’ non fosse rivolta esclusivamente alle donne nel teatro ma anche, modalità questa tipica del femminile, all’intero teatro e inevitabilmente alla intera Società. Un volume ricco e articolato da consigliare perché parlando del passato parla soprattutto al nostro presente.
QUI l’articolo originale: https://www.dramma.it/index.php?option=com_content&view=article&id=39243:che-peccato-essere-una-curiosita-di-enrico-pastore&catid=53&Itemid=45
Passato e presente, realtà e fantasia, compongono un mosaico di continui chiaroscuri, e lo stile è un’architettura perfetta: tenero, poetico, ironico, di straordinaria purezza.
Ascolta l’intervista alla tradutrice:
QUI l’articolo originale: https://ilpostodelleparole.it/libri/laura-angeloni-io-sono-labisso/
QUI il canale YouTube di «Il Posto delle Parole»: https://www.youtube.com/@ipdp

di Martina Cimino
Il catalogo di Miraggi Edizioni nel 2024 si arricchisce con la pubblicazione, all’interno della collana NováVlna, di Smrtholka (“Io sono l’abisso”, 2020) di Lucie Faulerová. Il romanzo, nominato per il premio Magnesia Litera nel 2021, nello stesso anno ha vinto il prestigioso Premio dell’Unione Europea. La traduzione è di Laura Angeloni.

“Forse nella realtà non esisto. Forse nella realtà sono soltanto un’imitazione.”
(Max Richter, Infra 5)
Tutum… sh – sh-sh.
Il ritmo di Infra 5 di Max Richter, l’oscillare del vagone di un treno: questa la cornice del romanzo di Faulerová. Un romanzo che si muove nell’interstizio di un dialogo tra la narratrice e protagonista Marie e il suo riflesso mentre siede sul sedile di un treno che percorre la Repubblica Ceca in direzione sconosciuta.
Una trama apparentemente semplice – un viaggio nella memoria – che si instaura nella tradizione del romanzo ferroviario ma che pagina dopo pagina svela la propria complessità e inabissa, o illumina, il lettore in una realtà frammentaria, le cui uniche coordinate sono proprio le deviazioni del treno. È in queste deviazioni che Marie vive da sempre la propria vita: sentendosi altro dalla famiglia, dalla lingua e nel corpo; e così le ripercorre in una serie di fantasie divertenti e analessi che in comune hanno questa costante del suo essere e sentirsi altro.
“Probabilmente non sono mai stata me stessa. Mi sono sempre intrufolata di soppiatto nei mondi degli altri. Trasferendomi in essi come in case estranee. In casa di Madla, in casa del mio primo e poi del mio secondo ragazzo, nella casa di Rochester. Forse nella realtà non esisto. Forse nella realtà sono solo un’imitazione… Non sono me stessa. Devo attaccarmi. Essere parassita. Sono dipendente. Incompleta. Una cornice senza quadro. Una scopa senza paletta. Una semiretta. […] una frase incompiu–ta-tum.” (p. 129)
Marie, appassionata di magia fin da piccola, non fa che cercare attraverso i trucchi che impara il modo di scomparire. Infatti, “è chiaro, no? Se il tuo sogno è diventare un mago che magia vorresti saper fare prima di tutto? Io quella di scomparire” (p. 13). Così, tutta la sua vita scorre alla ricerca di metodi per sparire, alternati a episodi divertenti vissuti con la sorella, e il lungo e doloroso viaggio in treno non è che la metafora stessa della scomparsa, dando alla narrazione una cadenza da trance rituale.
“Il treno è trasparente e nel treno sono trasparente anch’io, rimbomba in un’eco, esistiamo solo a metà, l’altra metà non esiste, siamo solo un’immagine che si è impressa sul lato inferiore del foglio, un negativo sbiadito.” (p. 162)
Un viaggio molto diverso dai tragitti notturni che spingono la protagonista nella Praga sotterranea delle stazioni della metropolitana, nelle piazze colme di gente e nei supermercati; quei non-luoghi di precarietà assoluta in cui alla ricerca di contatto umano trova forse la sua visibilità. Un viaggio che la rende narratrice a volte inattendibile perché “ognuno si ricorda le cose a modo suo” (p. 172) e lei ricorda di sé solo in funzione degli altri, che siano essi la sorella Madla, la madre, il padre o il fratello Adam.
“Ma io chi sono da sola? Chi sono da sola, senza gli altri? Non c’è niente che mi definisca, niente che definisca me in quanto me. Ogni volta che comincio ad avere troppa consapevolezza di me, mi sgretolo come pietra arenaria, ho bisogno degli altri per rimanere integra, devo pensare a quelli che ci sono, a quelli che non ci sono. Devo. Devo attaccarmi. Devo essere parassita. Perché altrimenti non esisto.” (p. 161)
Tutto procede sempre a tentoni nel suo attaccarsi agli altri: dall’abbandono materno, ai momenti passati con Madla e il suo suicidio, ai ritrovi di spiritualità new age nel Sokol di Carogna – il paese in cui vive –, ai percorsi universitari intrapresi e abbandonati e agli atti di autolesionismo. Cosa fare quando gli altri non sembrano o non sono più presenti? Allora non le resta che una risposta: fingere di credere che ci sia ancora qualcosa in cui credere. Infatti, Marie sceglie di esistere nell’assenza, in quel vuoto solcato dalle perdite e nella prospettiva di un perenne inverno. Ed è proprio nell’assenza di un gesto, il suo non aderire al rituale di passaggio dall’inverno alla primavera in cui il fantoccio della dea della morte Morana viene fatto affondare lanciandogli contro dei sassi che anche il titolo del romanzo Smrtholka, letteralmente “Ragazzamorte”, trova spiegazione.
“E il sindaco è in testa al corteo che porta Morana, la tiene alta sopra la testa, un fantoccio coperto di paglia, due assicelle a croce avvolte con dei cenci. […] E poi il sindaco la getta nel fiume, Morana affonda sotto una scarica di sassi. Io, il mio continuo a strofinarmelo tra le dita. Mi guardo intorno e mi sento come se m’ avessero catapultata all’improvviso in un gioco di cui non conosco le regole: gioca con noi, dài gioca! È la prima volta che mi sembra di non riuscire a capire quel rituale, non capisco la loro gioia. […] Vorrei allungare la mano verso quella vecchina di cenci e tirarla a riva.” (pp. 29-30)
Un gesto mancato che rivela la dissonanza di Marie da se stessa e dal mondo e che sancisce il momento in cui sente di essere condannata. “Io sogno Morana. Da anni e anni. / A furia di sognare la tua dea, è lei che comincia a sognare te” (p. 95); perseguitata a tal punto da Morana, Marie si convince della propria colpevolezza e tutta la sua vita – almeno per com’è raccontata – assume le tinte del lutto e della perdita di sé, il non vedersi, da ciò derivante che la porta a compiere atti di automutilazione come accecarsi con una matita.
“… quando qualcuno intende morire di propria mano, il volto si cerca allo specchio… […] … se si dice: dunque questo sono io. Perché sono io? […]Quando mi infilo la matita nell’occhio, il dolore è tanto forte che tutto diventa buio. Riesco a intravedere solo il caos inondato per metà dal colore, non verde, ma rosso, qualcuno grida, qualcuno corre via. Ma forse sorrido persino, mentre cado nell’incoscienza con la matita che sporge dall’occhio[,] forse sorrido persino, perché Morana – Morana non c’è più”. (p. 113)
Una libertà acquisita, la scomparsa di Morana, che esige però un alto prezzo: la privazione, in questo caso parziale, della vista materiale. Una scena di chiara matrice edipica tanto necessaria perché racchiude in sé uno dei motivi strutturali del romanzo, il vedere e il non-vedersi, il dialogo tra la Marie-passeggera del treno e la Marie-visione che sfugge. L’auto-accecamento, dunque, non è soltanto segno dell’impossibilità di Marie di reggere il peso del proprio sopravvivere a Madla ma anche la controparte dialettica della vista sensibile, rappresentata dal fratello Adam: “Adam è l’occhio sano. […] Adam è la parte integra del mio viso che è lì solo e solo e soltanto a rammentare che l’altra metà un tempo era esattamente così” (p. 120), e dai corsi di spiritualità frequentati dalle due sorelle perché “alla fine la questione è sempre la stessa: purificarsi, concentrarsi, armonizzarsi” (p. 27). E se in fondo è la narrazione che si fa a decidere chi si è, non sorprende che il mantra di luce di uno di questi corsi venga rovesciato in “L’abisso è lì. / Vedo l’abisso. / L’abisso vede me. / L’abisso è in me. / Io sono l’abisso” (p. 28), a confermare la percezione che Marie ha di sé.
Tuttavia, sarebbe sbagliato credere che Marie si lasci soltanto andare all’abisso della memoria perché, anche quando non ne ha la forza, non fugge, forse intuendo che il buio del tunnel va attraversato. Così, in questa tragedia bagliori e sprazzi di luce si alternano al dolore, accecando violentemente lei e il suo riflesso e tracciando una scia di chiaroscuri che segue il percorso del treno, deviazioni e soste incluse, perché alla fine “la meta è il viaggio in sé” (p. 43) e quindi non importa se lei stia partendo o tornando ma la sua decisione di sopravvivere e finalmente guardarsi per com’è. Perché in fondo che lei sia senza tre quarti di lingua e con un solo occhio non ha importanza quando “chi ci sta attorno si accorgerà che siamo avvolte dalla luce e per questo verranno a cercarci” (p. 53).
La possibilità di tornare è lì: in quel lungo in cui anche chi cerca di scomparire desidera solo tornare.
“Mari marilù bidibibodibibù” (p. 15)
QUI l’articolo originale: https://www.andergraundrivista.com/2025/04/16/manuale-della-scomparsa-io-sono-labisso-di-lucie-faulerova/
