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Vit[amor]te – Paolo Polvani intervista Valeria Bianchi Mian su A tentoni nel buio (Versante Ripido)

Vit[amor]te – Paolo Polvani intervista Valeria Bianchi Mian su A tentoni nel buio (Versante Ripido)

Una danza interiore tra il carpe diem e il memento mori

Valeria ci spieghi cosa sono gli arcani maggiori?

Gli Arcani Maggiori sono conosciuti dal grande pubblico con il nome di Tarocchi, termine che rimanda al disordine, al caos della carta Matto, alla psiche di ognuno di noi quando ci lasciamo sconvolgere, quando permettiamo all’inconscio di spettinare l’Io (1). Non è la stessa sfumatura del concetto di Arcano e nemmeno parola che richiama gli antichi Trionfi. Con Jodorowsky, i Tarocchi diventano ‘il Tarot’, ovvero un essere vivo, una creatura fatta di immagini che hanno attraversato i secoli senza mai disperdersi, anzi acquistando nel tempo sempre più forza e splendore. Mi trovo bene, io, nella dinamica del mezzo: vedo i ventidue Arcani come un elemento poliedrico che si cristallizza in una forma e lo fa solo transitoriamente. Sono loro, i Tarocchi, il grande Mercurio alchemico, materiale divino multi-verso, corpo anima e spirito raccolti in una sola Pietra Filosofale, figlio/figlia dei filosofi ermetici. I Tarocchi respirano, parlano, raccontano, abitano il mondo, spuntano come fiori in ogni angolo del nostro quotidiano, a partire dal ‘400 fino al 2021. Mi viene in mente una farfalla arcobaleno ferma in posa per un istante, pronta a ripartire di fiore in fiore, di mazzo in mazzo in mazzo di ogni colore e foggia: ecco l’anima arcana. 

Gli storici italiani più noti – Giordano Berti in primis, per citare il critico a me più vicino – non hanno dubbi nel situare l’origine di queste splendide icone nel mondo cortese del Rinascimento. Le nozze di Bianca Maria Visconti, la Milano degli Sforza, gli Estensi a Ferrara e dintorni, velluti e gioielli, banchetti, i fasti e il gioco elegante dei Trionfi come contraltare alla dilagante piaga del gioco d’azzardo; è Berti a scrivere che le prime Lame, icone lavorate a mano e incise in oro a bulino, erano così care, ma così care, che un mazzo costava praticamente come un palazzo.

Ludus triomphorum è il modo in cui le figure operano, prendendo spunto dal petrarchesco poema. Chi vince su chi? La Morte, si sa, batte ogni ruolo e trascina nella danza finale il Folle, così come l’artigiano-prestigiatore Bagatto, la bella Imperatrice con l’Imperatore, il Papa… Non c’è scampo, è vero, ma chissà se l’Innamorato avrà più Forza rispetto alla Senza Nome, scheletro disincarnato che non può mancare dal mazzo. E che dire del Diavolo? Se c’è una carta che ha stimolato la censura della Chiesa, e paura e tremore nel popolo, è di certo il Satanasso androgino che abita il cartoncino numero XV, tanto che l’attribuirgli oggi un ruolo creativo e vitalizzante ha richiesto il superamento di molti pregiudizi. Nel mazzo di Tarocchi, il Diavolo coesiste con l’angelo della Temperanza e con le altre venti Lame, in armonica danza da più di sei secoli. Vincitore assoluto del gioco? Forse il Mondo? Fortunello! 

I giovani cortigiani e le dame si sono sbizzarriti inventando motti e poesie a ogni estrazione di carte. Li troviamo immortalati nell’affresco di Palazzo Borromeo a Milano: che cosa sta sussurrando la dama al centro della rappresentazione? Dedicherà un verso improvvisato ai compagni raccolti intorno al medesimo tavolo? Questo era il modello, il modus operandi dei Tarocchi: un gioco culturale, un gioco per divertimento, un gioco per fare relazione nel gruppo, un gioco di società, un gioco educativo.

Di professione sei psicoterapeuta. Esiste una connessione tra il tuo lavoro e gli arcani? E, se sì, in che si sostanzia?  

Io lavoro con le persone, con i gruppi, con la differenza – le differenze – individuali, con quel teatro che ognuno di noi è dentro l’anima. Potrei spingermi a dire che io, tu, voi, loro… tutti siamo sempre i ventidue Tarocchi. Abbiamo in dotazione le carte del caso, le figure archetipiche più adatte a rappresentare il simbolo del momento, la fase di vita, il periodo che attraversiamo, l’attimo dell’esperienza tra Kronos e Kairos. Alcune immagini le conosciamo bene, e sono i ruoli che indossiamo più spesso, gli abiti mentali che più ci piacciono. Altri li disprezziamo, li evitiamo, proiettandone la potenza sul nemico di turno. Come psicodrammatista, oltretutto, opero attraverso il teatro che cura. Approfondendo lo studio della simbologia arcana, negli anni mi è sembrato il minimo lasciare che questi livelli archetipici si intrecciassero all’esperienza nel quotidiano. Oggi il Tarotdramma è un brand depositato, un metodo che unisce la drammatizzazione alle tecniche di scrittura creativa e al lavoro sulle competenze trasversali. Mi occupo di comunicazione in ambito formativo e mi piace lavorare anche a scuola con le immagini dei Tarocchi… ma non solo. Pensa che negli anni in cui facevo la tutor in Università conducevo laboratori di drammatizzazione sulle opere visive nella Storia dell’Arte. Inoltre, il Tarot si presta a raccontare la strada dell’individuazione: è un ottimo strumento anche per lo storytelling in psicoterapia.

Oggi, grazie ad Alejandro Jodorowsky, la visione evolutiva è diventata la via principale nell’approccio ai Tarocchi, uniti già alla fine del Quattrocento agli Arcani Minori, ovvero alle classiche carte da gioco, quelle con i ‘semi’ tipici del periodo e della regione di appartenenza.

Alejandro Jodorowsky ha acceso una nuova luce sui Tarocchi marsigliesi, i più popolari e anche i più complessi nella loro apparente semplicità. Sono proprio i marsigliesi a mostrare gli archetipi dell’inconscio collettivo più chiaramente, senza troppi fronzoli dati dai vezzi o dalla creatività degli artisti, per arrivare all’anima in modo diretto, profondo, trasformativo. 

Agli artisti e ai poeti resta aperta la possibilità dell’amplificazione. Così come ho fatto io stessa creando il mio mazzo.

I tarocchi per esprimere il disagio di vivere in una società sempre più votata al consumo?  

O per curare questo disagio.

Per andare oltre, offrendo ipotesi di trasmutazione, a patto che si possieda un Io-alambicco, un contenitore psichico per la trasformazione attiva dei contenuti. Per ottenere l’oro dalla feccia ci vuole un contenitore senza buchi, occorre curare lo spazio di accoglienza, la stanza dei simboli, la casa delle cose, altrimenti siamo parte del caos, siamo solo la carta numero zero, siamo il Matto perennemente in partenza ma sempre fermo sulla casella Start… o poco oltre. Perché le immagini sacre e profane che sono i Tarocchi ci possano dire qualcosa che sia utile per la nostra vita, occorre avere occhi e orecchie interiori, i sensi accesi e una porta solida, capace di aprirsi ma anche di chiudersi alle ipotesi di dipendenza.

La funzione delle tue illustrazioni credo che non sia solamente decorativa, giusto?  

Ho un rapporto particolare con il disegno. Nel libro, le immagini che ho disegnato si sposano alle poesie, ma questo è un processo che avviene in quasi tutte le mie produzioni letterarie. “Favolesvelte”, per esempio (Golem Edizioni). Per un anno ho intrecciato parole e tracce. Con il progetto Medicamenta – lingua di donna e altre scritture, insieme a Silvia Rosa, ho lavorato sullo stesso livello per illustrare l’antologia “Maternità marina”, ricamo di figure e versi, sketches e parole. Non concepisco un cervello split-brain: il cervello destro e il sinistro sono il mio stesso cervello. Sono mancina quando scrivo ma uso la mano destra per tutto il resto. Tendo a unire gli opposti in androginia e questo concetto vale un po’ per tutte le possibilità esistenziali, a più livelli. 

Uno stile poetico improntato a un certo rude pragmatismo, è la tua cifra stilistica personale o ti è stata ispirata dai Tarocchi? 

Sei per ora il primo poeta, scrittore e critico letterario a definire rude pragmatismo il mio stile; lo ammetto, questo concetto mi piace moltissimo. È vero, sono dura, e qualcuno potrebbe dire mascolina nel mio sguardo sul mondo, impietosa, ma al contempo non escludo possibilità di coscienza per la collettività, divento materna e accogliente di fronte alle debolezze della nostra specie. Per ora sinceramente curo la mia stessa individuale coscienza e collaboro alla cura di chi si rivolge a me – una visione ippocratica direi – sperando che ognuno nel collettivo possa avere modo di nutrire la propria vita in ottica evolutiva, ecologista, differenziata.

QUI l’articolo originale:

Cara catastrofe – Elisa Audino intervista Felicia Buonomo su L’EstroVerso

Cara catastrofe – Elisa Audino intervista Felicia Buonomo su L’EstroVerso

“Cara catastrofe” di Felicia Buonomo, “diario in progressione di un amore violento”

Cara catastrofe è una raccolta che merita un’attenzione su più livelli. Edita da Miraggi Edizioni, marzo 2020, nella collana Golem, in cui spiccano autori cult come Guido Catalano e Gio Evan, Cara catastrofe è quello che non ti aspetti. L’autrice, intanto, è, una giornalista che si occupa principalmente di diritti umani, con video-reportage esteri trasmessi da Rai 3 e RaiNews24, video giornalista a Mediaset, presente nella redazione di Osservatorio Diritti, già apparsa in riviste e blog letterari, e Cara catastrofe è una sorta di diario in progressione di un amore violento. Un’analisi a posteriori.

Sembra facile, ma non lo è. A una prima lettura Cara catastrofe riporta, per la delicatezza dei suoni, a Chandra Candiani, citata in epigrafe insieme a Vasco Brondi ed Amelia Rosselli, e a Rupi Kaur, ma è un’associazione quasi scontata. Rimbombano le stanze vuote tra le pagine, un tentare di toccare, dove anche i contrasti violenti sono sfumati, quasi si avesse paura a nominarli.

Nell’affrontarla ho voluto mantenere la progressione della raccolta, che è divisa in tre sezioni, Cara catastrofeCorpo e Sinceramente tua, a rappresentare l’evolversi del rapporto disfunzionale, l’inconsapevolezza di ciò che accadrà, la violenza vera e propria e il passaggio di riappropriazione di se stessi, con una sorta di dialogo in divenire con Felicia, perché da subito l’impressione è stata quella di aver percepito ma non del tutto compreso la meccanica di un rapporto violento. Proprio come una vittima, avevo bisogno di una guida che mi aiutasse a superare il livello di comprensione di una scrittura lineare, delicata, che scende come pioggia salvifica a tratti, ma che nasconde in questa sua estrema chiarezza una complessità da non trascurare. Per questo consiglio di leggere Cara catastrofe a più livelli e di rispettare la lentezza con cui la vittima di un rapporto disfunzionale arriva a liberarsi dal senso di colpa e di vergogna e per questo non ho voluto sintetizzare quello che è un percorso che non può essere abbreviato.

EA: Catastrofe-incantesimi, l’associazione presente nella prima poesia: è un ossimoro. L’incantesimo del malessere?

Cara Catastrofe,
m’innamori
come il gelo sul lungolago di Mantova,
le luci dei lampioni di Milano,
le onde sul porto di Genova
e la strada oscura dei vicoli di Napoli.
Trova nuovi colori e tratti
che m’incantino.
Dipingi la geografia del mio sentire.
Io credo solo agli incantesimi.

FB: Sì, risponde in pieno alla dinamica che avvia il ciclo della violenza e che ho tentato di riportare (anche) in poesia. Ogni tipo di rapporto, che poi si rivela disfunzionale, nasce dalla magia di un amore che si presenta diverso dagli altri. La persona maltrattante, solitamente, si presenta come il principe azzurro delle favole, la persona che da tempo si aspettava. E questo schema viene riproposto anche quando le carte sono ormai scoperte sul tavolo. Ciò che avviluppa la persona (la donna, nel caso di specie) nella spirale della violenza, è proprio questa ciclicità: accumulo della tensione – violenza vera e propria – false rappacificazioni. Sono proprio queste ultime a portare la donna maltrattata (e ormai dipendente affettivamente) a ricominciare da capo, perché in quelle false rappacificazioni ricompare l’uomo dell’amore magico degli esordi.

EA: Un ossimoro richiamato dal frequente uso della [n]/[ɲ]/[m] in contrapposizione agli incantesimi delle [p]/[d͡ʒ]. Cara Catastrofe,/non chiedermi cosa penso/se ho un ramo di mano sulla fronte/Reggo le foglie dei miei tormenti/su cui ti adagi leggera.

FB: Ho lavorato sulla scelta delle parole da associare alle immagini metaforiche, con un forte ricorso alla figura divino-religiosa, anche se in termini quasi iconoclasti; mi sembrava riuscisse a restituire il processo di affidamento-delusione-rinata fede, di fronte ai differenti episodi violenti. Volevo che la voce fosse viscerale: quasi urlata in alcuni punti, estremamente delicata in altri (esattamente come accade nella convivenza con una persona maltrattante), in ogni caso sempre abissale.

EA: Ammetto che però, leggendolo, mi sono annotata: diario di un agognato malessere. Soffrire per sentire.

FB: Non è un voler soffrire. Uno degli stereotipi che anima questo macro tema che è la violenza sulle donne, è credere che la donna in qualche modo scelga quel tipo di sofferenza, pensare che se rimane è perché vuole vivere quel tipo di agonia. Ma la realtà è ben più articolata: la donna impara a vedersi con gli occhi del maltrattante e sente su di sé la colpa (ho dedicato al concetto di colpa della vittima numerosi testi all’interno della seconda sezione del libro) di ciò che accade, pensa che rispettando il volere del carnefice, lui possa in qualche modo non farle più del male. Dire a una donna “perché non lo lasci?” significa darle indirettamente la colpa, in gergo si chiama “vittimizzazione secondaria”, frequente – purtroppo – anche nelle aule di tribunale, ogni volta che una donna con figli, ad esempio, che ha deciso di denunciare dopo anni di maltrattamenti, viene considerata una madre alienante e privata dei suoi figli per non aver denunciato prima (figli spesso poi affidati al padre maltrattante). È così frequente questo giudizio che porta a non considerare la denuncia come unica possibilità (altro stereotipo). Un conto è farsi aiutare (quello sempre), un altro è procedere con una denuncia legale (a molte delle quali sono seguiti atti irrimediabili di natura vendicativa e di cui si legge purtroppo su molti giornali); ogni persona ha un suo percorso di uscita, che decide insieme alle esperte dei centri antiviolenza, e in ogni caso non sarà mai forzata a fare nulla che non voglia, nemmeno denunciare in termini legali, se non vuole.
La stessa scelta del titolo (mutuato da un brano di un artista musicale che amo molto, ovvero Vasco Brondi) per quanto fuorviante, in realtà risponde alla dinamica sottesa: la donna comprende solo dopo la propria condizione di sottomissione alla violenza, ma quella catastrofe la rifiuta, cambia continuamente idea, anche quando inizia il percorso di fuoriuscita all’interno dei centri antiviolenza. Al primo approccio viene fatto alla donna un test di valutazione del rischio (che corre); quando si arriva in un centro antiviolenza, significa che la condizione di violenza è già in stato avanzato, solitamente il risultato del test è tra il medio-alto e l’alto, quasi sempre tuttavia la donna tende a giustificare il suo carnefice, da una parte perché sente la colpa (l’ho fatto arrabbiare, non dovevo parlare con quell’uomo, non dovevo vestirmi in quel modo, devo imparare a stare zitta; pensieri instillati dal maltrattante nell’abusata), dall’altra perché prova senso di vergogna. C’è una poesia, in particolare, che racconta questo momento e dinamica: quella del rifiuto della catastrofe, che di conseguenza – e per paradosso – diventa cara:

Ho detto a Jessica che non mi interessa
più il caffè del risveglio,
la certezza dell’amore,
la tortura del suo strangolare
per poi fermarsi a un passo dal saluto finale.
Poi ho cambiato idea.
Ho detto a Jessica che quel test
di valutazione del rischio ha una falla.
E che il modo in cui accarezzo
il mio martirio
è la prova dell’errore.
Non si può portare una donna
fuori dalla sua colpa.

In chiusura ricorre la parola colpa, che ripeto a più riprese nei testi. È un tema centrale. Ogni donna vittima di violenza sente la colpa di ciò che gli accade, nessuna esclusa. Perché il maltrattante, che nella lucidità comprende il proprio stato di maltrattante, rinnega la pesante realtà e la trasla sull’altro. E il maltrattato crede al suo carnefice, perché lo ama. Una donna vittima di violenza non è quasi mai animata da spirito di vendetta, tutt’altro: in realtà ciò che più desidera è continuare ad amare, che quell’uomo torni l’uomo degli esordi.

EA: È complicato arrivarci. Ho lavorato sulle questioni di genere, ma con più attenzione alle macro questioni culturali e sociologiche, questi aspetti, invece, che riguardano i micro meccanismi che si vanno a creare in un rapporto violento mi erano ancora estranei.

FB: Io sono riuscita a comprendere il concetto di colpa della vittima dopo aver parlato con numerose donne, tra le quali c’era Celestine. Una ragazza africana, vittima di un matrimonio forzato, scappata per non soccombere a quella realtà. Ero in Africa per girare un video-reportage. Celestine mi raccontava che con quell’uomo che era stata costretta a sposare (25 anni più grande di lei, quando lei aveva solo 15 anni) aveva concepito tre figli, tutti e tre con la forza fisica, carnale; mentre parlava stringeva tra le mani il crocifisso che aveva al collo. Quando le ho chiesto se si sentisse in colpa, lei non ha esitato un istante a rispondermi di sì.

Jessica dice che mi aiuterà
e che non sono sola.
Quando vado a farle visita
non la guardo mai negli occhi.
Ogni visita la concludo così:
«Jessica, è colpa mia?».

EA: È una Catastrofe, quindi, che non attendo in quanto Catastrofe auspicata, ma che riconosco come tale solo a posteriori. In senso di attesa religiosa si percepisce, quasi un allargare le braccia e poi farsi coprire di bende, salvifiche. Niente a che fare con il linguaggio mistico, però, perché leggo una totalizzazione differente nei tuoi versi, paradossalmente non compare il desiderio, il corpo, anche nella seconda sezione che ne porta il titolo, sostituito dalla parola, dall’afonia, dai polpastrelli, dalle preghiere e dalle catene. È un corpo accennato, quello che ho percepito. Forse un corpo che è sparito, annullato.

FB: È vero, il corpo è onnipresente nella filigrana delle parole, ma scompare perché è il segno del passaggio della violenza, quella fisica, ma anche quella psicologica, i cui effetti si manifestano proprio lì (con vari disturbi psicosomatici, provocati dal cosiddetto disturbo da stress traumatico o post-traumatico).

EA: Uscire da un rapporto di violenza è uscire da una dipendenza (psicologica)? È uno ‘smettere di’? Perché anche in questo caso mi pare ci sia una sorta di individuazione della ‘colpa’, allo stesso tempo il ‘gioco’ perverso che descrivi della tensione, del culmine, della riappacificazione mi pare non così lontano dalle bolle di alcuni rapporti amorosi, in cui, pur in mancanza di violenza sia fisica sia verbale, si finisce spesso per incappare. Finché un giorno ne esci e respiri.

FB: Uscire da un rapporto di violenza è uscire da una dipendenza affettiva, che ha le stesse dinamiche della dipendenza da sostanze stupefacenti. È difficile, un trauma nel trauma. Da sola non riesci. Il gioco perverso che tu credi non molto lontano da alcuni rapporti amorosi in realtà credo sia profondamente diverso. Una cosa che è importante capire e che molti confondono è la differenza tra conflitto e violenza. Ciò che fa di un rapporto un rapporto violento e l’assoluto assoggettamento psicologico della vittima al proprio carnefice. La vittima non reagisce, mai, subisce, e sente persino giusto così. Nel conflitto esiste un rapporto di parità tra le parti, nella violenza è sempre impari.

Mi parli del tempo che distrugge,
della ribellione che non c’è,
della dignità frantumata
sotto il peso di parole rabbiose.
Fai l’elenco delle mie colpe
con la stessa voce di chi urlava “Barabba!”.
Mi ricordi che anche il figlio di Dio
è fatto di carne che sanguina e muore.
E che nessuno aspetterà, per me,
il terzo giorno.

EA: All’inizio della seconda sezione Sono una giornalista è quasi un aprire le finestre sulla strada, un cambio, per poi tornare all’analisi, alle stanze deserte. L’ho trovata una presenza singolare, nel libro. Uno spiraglio di quotidianità, afona anche questa, perché portata avanti quasi per inerzia, riempiendo caselle:

Sono una giornalista
e nel mio nome c’è una promessa,
che mi insemina la colpa.
Ieri gli italiani sono andati a votare.
Ho fatto una diretta televisiva.
Penso al modo in cui rincorro le persone,
come se fossero qualcuno,
e non un ammasso di parole
semanticamente ordinate secondo l’alfabeto
della mia indifferenza emotiva.
Sfrutto le loro storie per guadagnarmi il pane,
e non ho neanche fame di vita.

FB: È quella che io ho voluto definire una sorta di dichiarazione di intenti, dico al lettore: vi racconto ciò che è altro da me, ma c’è anche la mia comprensione ed empatia, quelle che tutti noi possiamo avere, senza nemmeno grandi sforzi.

EA: Com’è andata la scrittura della raccolta? È stata una costruzione a posteriori? Ho immaginato reale l’esperienza dell’io poetico, solo trasposta sul piano lirico.

FB: Sì, volevo che ci fosse l’io poetico, perché tutti potessero calarsi nella parte, provare a comprenderla. Molti poeti/autori hanno un’ossessione tematica, che portano avanti con diverse modalità, ma in senso circolare; un movimento, dunque, con cui si torna sempre al punto di partenza, capace però ad ogni passo di allargare lo sguardo percettivo, tanto dell’autore, quanto del lettore. La mia ossessione è rappresentata dai rapporti umani disfunzionali, fatti di mancanza di cura, malattia, disperazione, solitudine. Nella mia professione di giornalista, anche narrativa, racconto storie, entro nella vita delle persone, servendomi del sentimento dell’empatia. L’Altro è un concetto fondante per me. “Racconto” in versi quello che vedo, oltre a quello che vivo e sento. E la disfunzione relazionale è più frequente di quanto si immagini.

Non ho l’abitudine di praticare la dimenticanza.
Provo a educarmi, tento di farti ricordo.
Indosso la divisa dei sentimenti passati.
Timbro il cartellino dei futuri negati.
Pratico il mestiere della sostituzione.
Avvio la meccanica della negazione.
Ma non riparte il timer
di questa catena di montaggio emozionale.
La classe operaia va in paradiso, dicono.

QUI l’articolo originale:

Poesie con katana – finalista del VI Premio Letterario Internazionale “Franco Fortini”

Poesie con katana – finalista del VI Premio Letterario Internazionale “Franco Fortini”

cinque poeti finalisti sono stati ascoltati lo scorso 24 giugno a Fano durante le giornate di Passaggi Festival (https://www.passaggifestival.it/), mentre la Cerimonia di Premiazione del vincitore si svolgerà a Milano a settembre.

I poeti finalisti del VI Premio Letterario Internazionale “Franco Fortini” divisi per editore

Amos Edizioni
Laura Pugno, Noi

Arcipelago itaca edizioni
Luciano Cecchinel, Da sponda a sponda
Roberto Minardi, Concerto per l’inizio del secolo

Miraggi Edizioni
Alessandra Carnaroli, Poesie con katana

Oèdipus
Lorenzo Mari, Querencia

QUI l’articolo originale:

Cara catastrofe – recensione di Giuseppe Lorin su Periodico italiano magazine

Cara catastrofe – recensione di Giuseppe Lorin su Periodico italiano magazine

n’inchiesta in versi per raccontare l’amore malato, la violenza di genere e l’abbandono: temi che purtroppo accompagnano la quotidianità e le notizie di cronaca

Sono 112 le vittime di femminicidio nel 2020. E nel 2021, in meno di tre mesi, sono già 15 le donne uccise per mano di chi diceva di amarle. Il bilancio sembra un fluire di sangue inarrestabile: un problema sociale e antropologico enorme. Felicia Buonomo, da brava giornalista d’inchiesta,si è sempre occupata di temi delicati legati ai minori e al mondo femminile.Questa volta, però, ha scelto di compiere un lavoro di analisi del drammatico fenomeno, attraverso un genere di scrittura che ama particolarmente: la poesia. E infatti, ‘Cara catastrofe’ edita da Miraggi Edizioni segna il suo esordio nel mondo editoriale della poesia. E’ una raccolta ben strutturata, coraggiosa, senza censure, come riportato da Valerio Di Benedetto nella nota di commento al libro. Il progetto si divide in tre parti: nella prima, c’è una sorta di carteggio e tutte le poesie iniziano con ‘Cara catastrofe’:“Cara Catastrofe, non chiedermi cosa penso/se ho un ramo di mano sulla fronte./Reggo le foglie dei miei tormenti su cui ti adagi leggero”. L’autrice tenta un dialogo con il dolore e rende partecipe il lettore. Inizialmente, l’amore ha tutte le caratteristiche di qualcosa di magico, speciale; poi, quando inizia a prendere un’altra forma, cambiano il lessico, le sonorità, le metafore. Felicia Buonomo sceglie una poesia prevalentemente breve, asciutta, ma diretta e mirata; nella seconda par

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te, si entra nel vivo della violenza attraverso la fisicità. Non a caso, tra i versi troviamo ‘clavicole’, ‘braccia molli’, ‘carne debole’, ‘segni rossi sul collo’. Le immagini, potentissime, riconducono a situazioni di profonda e amara verità, in cui chiunque si trova a dover riflettere e molti sono i simboli che incidono nel ritmo e nel linguaggio; la terza e ultima parte apre a una consapevolezza dell’amore malato, che invade anima e corpo a un dopo possibile: si può uscire dal tunnel della sofferenza. L’autrice attinge a storie vere di donne che ha incontrato. E le traduce in poesia autentica, attraverso una scelta chirurgica delle espressioni comunicative. Le ferite nella pelle e nell’anima restano indelebili, ma è possibile recuperare, lentamente rimarginare pesanti cicatrici. Felicia Buonomo compie un lavoro necessario per tutte le donne, vittime che spesso si sentono colpevoli di ciò che vivono. Una raccolta di valore,che serve a sensibilizzare, a scuotere le coscienze. Ognuno può fare la propria parte. E la poesia è un ottimo strumento per affrontare tematiche così complesse, che toccano l’umanità.

QUI l’articolo originale:

www.periodicoitalianomagazine.it/notizie/Libri/pagine/Cara_catastrofe

Pagina bianca – recensione di Antonio Francesco Perozzi su Rivista Grado Zero

Pagina bianca – recensione di Antonio Francesco Perozzi su Rivista Grado Zero

Campi magneto-semantici. Su “Pagina bianca” di Gianluca Garrapa

Per leggere Pagina bianca di Gianluca Garrapa (Miraggi Edizioni, 2020) è necessario mettere da parte l’intero orizzonte d’attesa codificato per la poesia (per lo meno quella comunemente intesa). Concetti – e pratiche – come quello di versificazione o di struttura strofica vengono meno di fronte a un approccio con la testualità (prima che con la lingua) tutto fondato sul sabotaggio – della struttura linguistica, del significato, dell’ordine tipografico.

Perciò voglio qui proporre un metodo di lettura diverso, rispetto a quello “tradizionale”; più adeguato al testo di Garrapa, che lo affronti trasversalmente invece che linearmente, nello stesso modo in cui l’autore espone la massa semantica a flussi di energia che la orientano, spezzano, organizzano in forme sempre diverse. Individuerò, dunque, le principali caratteristiche di quelli che potremmo chiamare i campi magneto-semantici su cui l’autore fonda di volta in volta un nuovo sistema di senso poetico.

Rifrazione

La prima proprietà dei campi magneto-semantici di Pagina bianca è la rifrazione, ovvero una rottura lieve, una sfasatura che rende non esattamente corrispondenti, fuori fuoco gli elementi che compongono un testo. In forme diverse, questa sfasatura, o glitch, è tipica delle prime quattro sezioni che compongono il libro.

In sabato – che nella forma tipografica anticipa, insieme a paese, anche i “circuiti” di cui parlerò più avanti – la sfasatura rende inutilizzabili le categorie narratologiche di fabula e intreccio: siamo infatti di fronte a un certo scenario e una certa “storia” (le vicende legate a una giornata di sabato, tra cena, dopocena e incontri), ma il flusso narrativo e la stessa possibilità per il lettore di costruire in maniera univoca il soggetto del racconto sono del tutto sabotati da pervasivi scardinamenti del linguaggio, come giustapposizioni nominali, congiunzioni svincolate, distorsioni delle coniugazioni verbali, agglutinazioni di parole e così via fino alla (quasi) totale abolizione della punteggiatura e delle maiuscole. La successiva paese applica le medesime deformazioni alla dimensione nazionale, ripercorrendo – con, sempre, una linearità interrotta dalle sfasature – la storia d’Italia.

Se in sabato e paese assistiamo, però, a quel paroliberismo spazio-grafico che sarà tipico anche delle ultime sezioni, in due e tre la rifrazione si amalgama invece su forme di testo più strutturate. In due potremmo rintracciare una costruzione a episodi, micro-racconti, o perlomeno un ambiente che potremmo definire prosa. La langue sfasata persiste, ma notiamo qui subito una reintroduzione della punteggiatura (prima sporadica e quasi del tutto ridotta al punto interrogativo), che sembra tuttavia aver perso la propria funzione di organizzatore sintattico ed essersi ritirata tutta nel proprio valore ritmico (al punto da comparire dove non dovrebbe, separando ad esempio preposizioni o sintagmi strettamente connessi fra loro). Per contro, in tre il testo sembra assumere una forma simile a quella poetica (controprova una certa, seppur lieve, apertura intimistica, come in alieni), con dei versi riconoscibili e il rientro all’interno di uno schema (sempre libero, comunque) della spazialità sregolata dei testi precedenti.

Permeabilità

La seconda proprietà è invece la permeabilità, ovvero l’attitudine di un dato elemento a magnetizzarsi – dunque, semanticamente, a caricarsi al punto da acquisire una polarità di senso. È questo un impianto interpretativo con cui può leggersi la sezione Egli, sorta di cerniera tra una prima parte (incentrata soprattutto sulla “rifrazione”) e una seconda (composta da testi che chiamerò “circuiti”).

Egli conserva infatti alcune caratteristiche dei testi precedenti, e in particolare della sezione due, di cui riprende la punteggiatura libera e la struttura in prosa, nonché la divisione in “episodi” – segnalati tutti da un titoletto che contiene il pronome “egli”. Già dai titoletti, tuttavia, si nota come proprio la natura di “egli” – la natura di pronome – venga messa a dura prova da uno stress referenziale che lo destabilizza e in fin dei conti priva della sua funzione essenziale. Accanto a titoletti prodotti all’interno dell’orizzonte previsto dalla lingua (ad esempio, Egli pranza), ne compaiono altri paradossali e di assoluta discordanza verbale (Egli pioveegli la ClericiEgli non ha senso scrivere oggi che è domenicaEgli è domenica).

Le prose introdotte dai titoletti, allora, non fanno altro che estendere, situare in uno spazio-tempo e in un flusso (anti-)narrativo i paradossi su cui i titoletti si fondano. In quelli – come nei calembours e nelle freddure molto frequenti in Garrapa – si verifica quella permeabilità di senso, sia anche assurdo, cui l’autore sottopone il linguaggio. Egli si manifesta come contenitore vuoto, pro-reale più che pro-nominale, dunque magneticamente attratto da ogni altra categoria o oggetto linguistico; e proprio questa accessibilità lo eleva a segno universale, comporta una ironica e insieme incontrovertibile pronominalizzazione del cosmo e, infine, il suo svuotamento.

Circuiti

Sulla forza delle proprietà magneto-semantiche individuate, le restanti sezioni (la pagina biancadate), congiuntamente con le prime due, generano una serie di testi che seguono la vena fondamentale del libro; ovvero quella che fa dialogare le parole con lo spazio della pagina e dunque anche col bianco tipografico. Questa spazialità verbo-visiva configura tali testi come dei circuiti, in cui la forza magneto-semantica è organizzata secondo uno schema preciso dettata da polarità e direzioni di senso degli elementi, dagli effetti delle loro attrazioni.

Interpretandole così, queste parole sparse sul foglio appaiono effettivamente uguali ai disegni di campi semantici, appunto, stesi sulla lavagna di una scuola. Anche se nei campi di Garrapa, al contrario di quelli della lavagna, non è possibile rintracciare un effettivo nucleo semantico da cui scaturiscono gli altri termini (ma ci si avvicina a questo, ad esempio, nella pagina in cui al centro compare «ragazzi&ragazze») e le relazioni tra i vocaboli risultano spesso oscure, dettate più da una matrice inconscia o estetica che dalle strutture linguistiche, questi circuiti rompono egualmente l’ordine, la linearità, la logica in favore del caotico, della radialità, dell’aleatorio.

A questa dimensione, Garrapa aggiunge la significazione dello spazio bianco, che determina un certo orientamento del senso e dell’espressione proprio a livello topo-grafico: l’effetto di rapidità, ad esempio, è costruito (come nel testo che comincia con «luce») non dalla sintassi o dal significato, ma dall’avvicinamento tipografico dei termini; la parola si carica di densità semantica, e simbolica, quando è visivamente isolata, e non quando è rafforzata da una sintassi o da una punteggiatura.

Pagina bianca – che significativamente non riporta i numeri delle pagine (allargando così la significazione del bianco anche al paratesto: e infatti l’indice ha la forma di uno dei “circuiti”) – è dunque composto da campioni di magma, da testi fondati su relazioni che non si limitano al sema, ma chiamano in causa anche i legami “magnetici”, post-linguistici e fisici, che li costruiscono. Il bianco che chiude il libro (segnalato a destra così: «: pagina bianca») ne è la saturazione definitiva; il vuoto significato che permea l’intero mondo-libro.

Penultimi – recensione di Jean-Charles Vegliante su L’immaginazione

Penultimi – recensione di Jean-Charles Vegliante su L’immaginazione

Questo è un libro probabilmente concepito in due lingue, anche se il traduttore (Christian Abel) ha dovuto lavorarci un bel po’, c’è da credere, proprio perché Forlani vive e si esprime appunto a cavallo “tra le lingue”. Ancora: l’alternanza di versi e prosa non ne fa un prosimetro, né una raccolta con qualche poetica prosa. Piuttosto, diresti, un taccuino odeporico, per un viaggio circolare e iterativo, quello dei “penultimi”, mattinieri, SDF (senza fissa dimora), lavoratori vari costretti a prendere i primi metrò all’alba, quando appena “Paris s’éveille”, “I pendolari sui binari / I macellari cogli acciari” ecc. Oggetto integrato con foto dell’autore, a seconda delle sue quotidiane peregrinazioni di prof-pendolare domiciliato a Parigi tra due viali filosofici: “Bd Voltaire e Bd Diderot, a fondare la nazione”. Abbonato quindi alla 6 della metropolitana, direzione Montparnasse e quanto segue. I Penultimi / Pénultièmes, dunque, se qua e là usano del linguaggio misto-transnazionale in cui il poeta saltimbanco Forlani dà il meglio di sé, come nel precedente Parigi, senza passare dal via (Laterza 2013), puntano più spesso su una varietà stilistica fatta di lessico tribale (haute couture, courage, trafic ralenti, c’est l’heure c’est l’heure!…) o familiare o allusivo colto (come, a p. 65, i colori delle vocali), e della semplice malia dei nomi: Montparnasse (e il Parnaso), Ville Lumière, Louise Michel, São Tomé, la stazione Verlaine, la Normandia… in lingua originale nel testo ovviamente. Come, mettiamo: “Ora è una busta di plastica nel suo veleggiare / da un lato all’altro del viale Daumesnil, è presto, / sospinta da un attimo di vento, dalla luce sospesa / e rosa, pareva una medusa tra perduta gente, sola”. Un’osservazione di passata: né biciclette, né monopattini in questo canto di solitudine che si rifiuta a essere degli “ultimi”, o Letzten di rilkiana memoria, anzi come avrebbe detto Derrida dei «sopravvissuti» che forse noi siamo già, qui e ora. Lo sguardo è concentrato, attento a ciò che fa sul serio – e durevolmente – la condizione della “vera gente” di cui l’io poetico non si distingue mai. Senza distinzione, egli porge una sua pietas discreta, pudica, partecipe alle parole, ai “cenni”, ai “sorrisi” dei suoi simili ed è quell’attenzione che lo rende, “pezzo di questo mondo”, presente da un capo all’altro, ancorché non appaia sotto forma grammaticale, che più avanti e sempre con grande parsimonia. Una volta superate tutte le sfumature dell’alterità, che torna identica alfine. I gesti medesimi, a volte, “somigliano ad altro”, in un impersonale assoluto che mescola testi (a rose is still a rose), anonimo “penultimo” qualsiasi, tu proiettato altrove dove non c’è “nessuno di fronte”, salvo l’indifferente natura e un io comunque sia: “tranne me che gli passo accanto”. Si potrebbe invocare qui un mix dei generi, oppure la dissimulazione di un lirismo ben attivo sotto un narrare oggettivo che dà la sua unità all’opera. O infine alogica schiarita, sragionevole beltà fino all’haiku della coperta d’emergenza (di oro colato), viaggio verso una storia alquanto più lunga, fino alle vittime anonime del dramma pompeiano – regione d’origine di Francesco – per esempio: “Così mentre scendo le scale / appena illuminate dalla scritta gialla / mi chiedo quando è stato / che il vulcano ha incendiato i corpi / e ricoperto di cenere ogni grazia”. Si sarà capito ormai, le corde dello scrittore sono multiple e a volte stridenti, se non variegate, in ogni caso plurime entro un insieme coerente e regolato purché il lettore accetti di stare al gioco, in fondo dialogico e intriso di dolcezza. Come nel libro successivo Par delà la forêt. E come si vede dal foglio manoscritto riprodotto a p. 107, se lo si legge con buoni occhiali in corrispondenza del primo testo del libro (numero 5 p. 11 come incipit); mentre il testo n. 1, letto a p. 91, finiva l’opera nella prima stesura. È questa una maniera elegante di ripiegare la fine sul cominciamento, per non finire forse, secondo un’ampia figura di epanadiplosi di cui altri scrittori hanno giocato (T. S. Eliot: «La fine è là onde partiamo»), che potrebbe essere una forma di consolamento, se si vorrà fare lo sforzo di una lettura vera anche delle cose tralasciate: “Così appoggiando l’orecchio a quelle dimenticanze, / quasi ne senti le voci ed il mare”.

Penultimi – recensione di Ornella Tajani su Le parole e le cose

Penultimi – recensione di Ornella Tajani su Le parole e le cose

C’è nei foulard delle donne in questa alba buia,
nella cura dei nodi la timida traccia di un presente
senza memoria alcuna della faccia e senza oblio
qualcosa di simile al tenue profumo degli alberi
all’uscita di casa, ai più nitidi canti degli uccelli.

Istantanee come questa compongono la silloge Penultimi/Pénultièmes di Francesco Forlani, pubblicata in edizione bilingue, con traduzione di Christian Abel, per i tipi di Miraggi (2019). Alle fotografie in versi e in prosa si alternano scatti veri e propri, inframezzati ai testi in modo da creare un contrappunto, quasi una breve eco visiva.

Chi sono i penultimi? Sono «donne delle pulizie», «manovali», «professori», ogni sorta di lavoratore costretto per lavoro a un faticoso pendolarismo; sono clochards e senza tetto, sagome che sfilano nei corridoi delle metropolitane appena aperte, silhouettes sedute o in piedi che l’io lirico scorge accanto a sé e osserva attentamente: è il suo sguardo ad animarle agli occhi del lettore, a renderle tridimensionali.

Negli allers/retours descritti, apparentemente sempre così uguali, esiste una dimensione particolare, intensamente poetica, fatta di albe e folle silenziose, di viaggi con i corpi ancora intorpiditi, in cui l’io si ritrova nitidamente, fatalmente solo con se stesso, riflesso nei volti di chi come lui fa i conti con la vita e con il giorno che incomincia.

Tale dimensione si sviluppa su un doppio binario linguistico. L’autore è infatti docente di italiano in scuole fuori Parigi: il percorso che lo conduce al lavoro è la rappresentazione concreta della perenne oscillazione in cui vive ogni expat, diviso fra lingua madre e lingua d’adozione. Diviso, ma anche arricchito: questa edizione bilingue ne è la prova tangibile e una particolare forma di pendolarismo si offre anche al lettore, che può scegliere se procedere in direzione dell’italiano o del francese, o addirittura sperimentare una fruizione sincopata, spostando lo sguardo da destra a sinistra e leggendo un verso in una lingua e uno nell’altra:

Oggi ai penultimi parevano più nitidi i canti degli uccelli
avec ces variations de lumière et le changement des saisons
così ad aspettare il convoglio v’erano più dei tanti
en tête ou en queue selon leur destin.

Possibilità che di certo non saranno sfuggite all’autore, ipercreativo per natura, plurilingue per vocazione: basti guardare l’«entracte» finale, che mescola anche spagnolo e napoletano, o l’ultimo romanzo Par-delà la forêt : Mon éducation nationale, scritto in francese e apparso a giugno scorso per le edizioni Léo Scheer, in cui Forlani racconta la sua esperienza nel sistema educativo francese.

La traduzione è in sé un esercizio prossemico, una misurazione della distanza che intercorre fra sé e l’altro: qui l’alternanza fra le due lingue diventa forma e senso del pendolarismo, di questo spostamento fisico che si trasforma in un espatrio reiterato quotidianamente. Ed è il ritorno verso l’italiano, insegnato in scuole oltre i confini della regione parigina, a farsi per l’autore strumento di conoscenza dell’altrove.

In che modo il binario francese – posto graficamente a sinistra, laddove nelle edizioni bilingui sta normalmente il testo di partenza e non quello d’arrivo – potenzia le possibilità di lettura? Perfezionando occasionali rime più semplici da creare in francese che in italiano, ad esempio; inserendo in un incipit epistolare il segmento «il faut que je vous dise», che a molti richiamerà il testo di Le déserteur di Boris Vian; o trasformando un vento imprecisato in bise, fredda corrente nordorientale dalle sonorità già rimbaldiane e verlainiane:

Mes chers pénultièmes, il faut que je vous dise
comment à certains endroits de la rue
en cette heure il semble que la bise
susurre les secrets qui sortent des portails :
La Ville Lumière expose des tableaux vivants
à la morsure du froid entre les grilles
d’où s’échappent des bouffées de nuages blancs.

Cari penultimi vi devo raccontare
di come per tratti di strada
a quest’ora che perfino il vento pare
sussurrare cose dai portoni delle case
la Ville Lumière espone dei tableaux vivants
nella morsa del freddo e tra le grate
che sbuffano nuvole di fumo bianco.

La sagoma di Rimbaud fa capolino a più riprese in questa raccolta, come l’angelo «in mano a un barbiere» dell’Orazione della sera, certo più provocatoria, ma non lontanissima dall’«orazione/alle stelle ormai scappate via» dei matti raccontati da Forlani; difatti ecco apparire, nel componimento immediatamente successivo, le celebri voyelles, sparpagliate su un muro di Parigi.

I matti vanno a infoltire le schiere dei penultimi, coloro che, come chiarisce Biagio Cepollaro nella nota critica, «possono ancora concepire la speranza del cambiamento». È a loro che il volume è esplicitamente dedicato nell’ultimo “interstizio”, «perché fino a quando ci saranno i penultimi questo vorrà dire che c’è ancora margine per l’umanità, che non siamo giunti alla fine del viaggio, al termine della notte», scrive l’autore. In questa riflessione ampia, stratificata, in cui il discorso di casta più che di classe riveste certo un ruolo fondamentale – sottolinea ancora Cepollaro -, si fanno strada in modo sotterraneo venature squisitamente autobiografiche, considerazioni maturate nel riflesso di un finestrino, come in uno dei più bei frammenti in prosa del volume:

Nelle storie d’amore ho a volte come l’impressione che tutta la propria storia, le proprie storie d’amore, non siano altro che il tentativo di forgiare le armi che in quella prima grande storia avrebbero potuto salvarci dalla disfatta. E accade che anno dopo anno tanto più l’esperienza accresce la consapevolezza della propria invincibilità quanto più si sa con estrema lucidità che non ci sarà mai più nessun nemico ad affrontarci in campo aperto.

Molteplici possibili letture si offrono a chi si accosta ai Penultimi, figure-chiave del contemporaneo, esseri angelicati atti a provocare quel risveglio necessario auspicato dall’autore in chiusura di volume.

Accade talvolta ai penultimi nel dormiveglia
di intravedere cose, smettere di ragionare
e lasciarsi portare dalle cose stesse
per strade impraticate e smesse.
Ora è una busta di plastica nel suo veleggiare
da un lato all’altro del viale Daumesnil, è presto,
sospinta da un attimo di vento, dalla luce sospesa
e rosa, pareva una medusa tra perduta gente, sola,
assistere come me discreto, al florilegio di luci
verdi e rosse, e gialle intermittenti a tratti sull’asfalto
del crocevia e impartivano ordini come marescialli d’antan
a un’armata di disertori, a soldatesche assenti.
Nei comandi di luce dei semafori
piegati ad arco sulle strade vuote
risuonavano i principi e la carta dei diritti
umani urlati a una città deserta.

QUI l’articolo originale:

Cara catastrofe – recensione/intervista di Gabriella Grasso su Bibliovorax

Cara catastrofe – recensione/intervista di Gabriella Grasso su Bibliovorax

Oltre la violenza. La poesia di Felicia Buonomo

Se esiste l’opinione che vede la poesia come espressione immediata e anarchica dell’impulso, del sentimento o, dal lato opposto, come codice avulso dall’esperienza comune, geroglifico di un mondo precluso a molti, un libro come Cara catastrofe le fa incrinare entrambe. Nella sua opera prima (per quanto concerne la poesia, essendo giornalista) Felicia Buonomo affronta un tema di scottante attualità ed un grumo di dolore pulsante, l’esperienza dolorosa del rapporto d’amore disfunzionale, asimmetrico, connotato di violenza. Lo fa con strumenti precisi, mai banali, quasi “chirurgici”, sia nell’aprire e mostrare le ferite che queste relazioni producono, sia, a livello formale, nel ricorrere ad una lingua aderente al suo oggetto, ma al tempo stesso evocativa, non meramente mimetica.

Il fenomeno è presente, in modo sempre più drammatico, nella vita di molti e nella cronaca quotidiana, e a questa urgenza di verità e di denuncia l’autrice non si sottrae.  Potremmo anzi dire che va oltre: nell’opera il tema assurge a paradigma dell’incomunicabilità o della distorta comunicazione di un’umanità fragile, spingendo il livello della riflessione ad un orizzonte più generale: “Aggrappata ai fragili rami delle mie paure, nelle intemperie del tuo vento, ti guardo oltre il fiume. Ci separano secoli di distanze, poggiati su una bilancia traboccante di tristezza”.

Ogni incontro che facciamo nel corso della vita racchiude infinite potenzialità: l’altro, come dice Natalia Ginzburg nel racconto I rapporti umani (da Le piccole virtù), “possiede una infinità facoltà di farci tutto il male e tutto il bene”. Il momento in cui si decide la direzione che quell’incontro intraprenderà non è unico e fulmineo, ma la sommatoria di situazioni che ci rendono quelli che siamo. Ed è cruciale, per ogni relazione umana: “Il mio errore è stato credere a una mano che si congiunge all’altra in preghiera supplicando l’amore, il mio. Il mio errore è stato credere all’uomo”.

La materia della poesia scaturisce dall’acquisizione, da parte dell’autrice, di molte testimonianze, in varie parti del mondo. Vissuti complessi a cui lei dà voce, con un alto grado di empatia, ma anche con la lucidità di chi sa scandagliare, senza sconti e senza perifrasi, le pieghe della psiche e i suoi movimenti talvolta contraddittori, come indica la scelta del titolo e l’appellativo ossimorico di “cara catastrofe”, attribuito a quel rapporto che è gabbia e palliativo insieme, schiavitù e sicurezza.

L’autrice ci conduce così nella sofferta via crucis di un rapporto che si trasforma in violenza, dipingendone i sintomi sul corpo di chi ama: “Ti ho trovato nelle pieghe delle mie clavicole, / parte visibile di un corpo smunto dalla tristezza. / Ero stesa sulle mie paure, /con gli occhi aperti al dolore / e le braccia molli della resa”. Sono segni descritti nella loro evidenza visiva, ma che rimandano ad una dimensione più profonda: “Non è il tocco livido a fare male,/ ma il ricordo del suo alone. / Dormiamo insieme ogni notte, / ma è nella crepa che dovrai recuperarmi. / Fai piano, che anche la luce è dolore, /dopo la culla di un buio così violento”. Le parole si fanno sempre più taglienti e se ne avverte tutto il peso: “Ho un battito di polso fragile / per ogni percossa taciuta”.

La stessa lucidità ispira la descrizione di chi perpetra la violenza: “Anche l’ultima volta che mi hai amata avevi gli occhi rossi della rabbia e le mani forti che premevano sulla carne debole. Ho pronunciato il tuo nome per dirti addio con l’afonia della paura, lo sguardo di un cervo abbagliato dai fari. I segni rossi sul collo sono l’ultimo ricordo che ho di me”.

Ciò che viene subìto diventa marchio che segna a fuoco e attorno a cui si struttura l’identità di chi lo ha vissuto, in un giogo-circolo vizioso difficile da spezzare: “sempre confonderai il sadismo e l’amore / – dico, mentre lucido le catene a cui mi costringo”. E’ scattata la dipendenza, l’impossibilità di pensarsi in una dimensione diversa: ”E ora che nemmeno l’idea di te mi fa compagnia / mi sento orfana di desideri che non ho”. La violenza si consuma nel silenzio di case che non comunicano, di una società sorda, anestetizzata: ”I vicini di casa hanno sentito il mio dolore / e – come tutti – lo hanno ignorato. / Non so nulla delle pareti delle loro case”.

Spezzare le catene, però, non solo è possibile, ma salvifico. La voce che parla in questi versi ci fa intuire un percorso di aiuto, una persona che tende una mano, nonostante la ritrosia della vittima: ”Ho detto a Jessica / che quel test di valutazione del rischio ha una falla. / E che il modo in cui accarezzo / il mio martirio / è la prova dell’errore. / Non si può portare una donna fuori dalla sua colpa”. Il primo passo è prendere coscienza, guardarsi dentro e vedere anche lati di se stessi che il dolore rivela: “Il mio sguardo su di te era un punto di sutura, / su ferite che non sapevo di avere. / Che fanno male, ora”.

Recidere il legame significa dare un nome alle cose e indossare abiti nuovi, sotto una carne che non dimenticherà le sue ferite: “Indosserò / un abito di ferro colorato, / lacrime di ruggine /  e carezze solide, / per svanire nel miraggio / che ci tiene stretti / a una falsa idea di felicità”.

Alcune poesie

Da quando ti ho incontrato

la mia vita

procede per sottrazione.

Mi hai portato via

l’amore per l’amore,

la fiducia verso la parola,

la complicità di un abbraccio.

E anche questi immeritati versi

aggiungono alla tua vita

la bellezza di cui mi privi.

Ora mi vendo a buon mercato

nella piazza della tua rivoluzione.

Mi conto come unica ferita.

*

Oggi ho preso ad amarmi come fai tu:

con la ferocia del disgusto

come un insulto figlio dell’alterazione

un cucciolo rinnegato

il difetto gettato dalla rupe.

Nei secoli dei secoli. Amen.

*

Mi domandi cosa sia la colpa,

se non questo incedere verso l’abisso

delle cose certe e ignorate.

Hai lo sguardo di chi vince la guerra

del dominio interiore,

io di chi partorisce invidia di viscere.

Mi stendo sul letto della sconfitta,

guardo il soffitto delle parole scritte per te.

Mi dici che alzare gli occhi al cielo,

movimento di collo, diventa peso di spalle.

Non è la stessa direzione quella che conta, per te.

*

Mi sei venuto dentro per rendere

gravida la mia dipendenza. Perché la paura

diventi figlia del nostro amore.

La porto in grembo

con la colpa di una madre degenere,

che mantiene in vita la sua creatura

nutrendosi delle tue bastonate,

che mi fanno il male che merito.

*

Ti devo il tormento di una tempesta,

una rosa inchiodata al muro,

il tintinnare di parole taglienti,

la solitudine della mia tristezza mentre ti guardo

e ti domando della bellezza dei fiori.

Vorrei sapere dove cercarti

quando un giorno prenderò quel treno

per non tornare.

Tre domande a Felicia Buonomo

D: L’equilibrio dei toni e delle scelte lessicali, nella tua poesia, quasi contrasta con l’incandescenza dei temi. Quali riflessioni e quali scelte hai fatto, dal punto di vista linguistico, durante la scrittura?

R: Proprio per l’incandescenza dei temi che ho deciso di affrontare in versi in questo mio lavoro poetico, ho voluto ancora più concentrarmi sull’essenza delle cose, come ci ricorda Marina Cvetaeva – che ha contribuito fortemente alla mia formazione letteraria. La poetessa russa sosteneva: «Come posso io poeta, persona dell’essenza delle cose, farmi sedurre dalla forma? Io sono sedotta dall’essenza, la forma arriverà e arriva. Io sono sedotta dall’essenza e poi incarno. Ecco il poeta». E la forma di fatti arriva, ma senza incanalarsi nella dicotomia serrata tra significato e significante. La poesia che amo è la parola che ti aspetti, che evita di girare intorno. Ma – come dicevamo – non si è solo poeti, la poesia la si fa. Come scrive la poetessa Isabella Leardini in “Domare il drago” il lavoro che fanno i poeti è di «scegliere un’immagine e non un’altra, rinunciare a una parola perché un’altra abbia più peso». Il movimento, il ritmo linguistico di questo mio tentativo di poesia segue questa sequenza: essenza-immagine (poetica)-parola-scelta/sostituzione. Scegliere parole, in parte anche abusate, come “tristezza”, “dolore”, “tormento”, “massacro” all’interno dei miei testi rappresenta una scelta di precisione rispetto ai temi affrontati, che ruotano intorno alla semantica dei sentimenti di colpa e punizione, in quel rapporto vittima-carnefice che tento di narrare al lettore. Non potrei mai usare, in poesia, parole che “normalmente” non userei, sarebbe violare la mia scelta di onestà. Il lettore attento lo percepisce quando sei stato disonesto.

D: Quanto della tua esperienza di giornalista è confluito nella stesura di questo lavoro?

R:La mia esperienza di giornalista è stata il punto di partenza. Nella seconda sezione della raccolta, in particolare, vesto i panni della testimone, traslando in versi alcuni universi di violenza e dolore di donne che ho incontrato, in alcuni casi direttamente, altri per interposta persona, nella mia professione di giornalista. Mischiando personalismi rispetto al modo in cui si può entrare, empaticamente, in contatto con alcuni moti interiori. Ho da sempre un’ossessione tematica, ovvero i rapporti umani disfunzionali, fatti di mancanza di cura, malattia, disperazione, solitudine. Nella mia professione di giornalista, anche narrativa, racconto storie, entro nella vita delle persone. L’Altro è un concetto fondante per me. È per questo che lo “racconto”.

D: Perché questo titolo?

R: “Cara catastrofe” è il titolo di una canzone di Vasco Brondi, artista musicale che amo molto (e che cito anche in esergo). Credo che incarni in pieno l’universo emotivo che tento di raccontare con questi versi: una catastrofe che arriva improvvisa, improvvisa perché nasce da un’idea di perfezione a cui il carnefice ci abitua nella fase iniziale del rapporto, e che finisce col diventarci indispensabile, cara, anche quando la perfezione diventa violenza e abuso emotivo e/o fisico. La “contropartita” della violenza è la dipendenza affettiva, in molto casi. Non capire quanto alla persona abusata possa diventare cara questa catastrofe, significa giudicarla. Non a caso ho dedicato molti dei miei versi al concetto della colpa, sentimento provato non dal carnefice ma dalla vittima. Comprendere quanto cara arrivi a diventare la catastrofe di una violenza spero posso aiutare a superare uno dei tanti stereotipi che ruotano attorno a questo macro-tema.

QUI l’articolo originale:

Vit(amor)te – recensione di Maria Cristina Sferra su Cultura al femminile

Vit(amor)te – recensione di Maria Cristina Sferra su Cultura al femminile

“Vit(amor)te” è una raccolta di poesie di Valeria Bianchi Mian, illustrata con le carte degli arcani maggiori (in versione monocromatica) disegnate dall’autrice stessa, edita da Miraggi Edizioni nel 2020. Il mazzo di carte a colori è disponibile a parte.

Psicologa e psicoterapeuta junghiana nonché autrice poliedrica e appassionata, Valeria Bianchi Mian nella sua raccolta “Vit(amor)te” coniuga poesia e illustrazione.

La realtà terrena dell’esistenza nel suo svolgersi si sposa con l’astrazione simbolica degli arcani maggiori dei tarocchi, che regalano sfaccettate possibilità di interpretazione.

“[…] Stiamo qui nel mosaico

stabile instabile

nel puzzle d’erranza

in errore di base

ché prima di conoscerci

abbiamo scoperto l’uno

nell’altra la polpa

sotto gli aculei del riccio

ma non ci siamo divorati.”

(‘Finché morte’ da IL CARRO)

Una poesia alchemica che si trasforma, attraversa tutti i colori, tutti i mondi, tutte le vite possibili, tutti gli incontri passati e quelli futuri, forse soltanto immaginati. Ma non è detto.

Figure del mito intrecciano danze con le multiformi parti del sé, si scambiano i ruoli, si nascondono per riapparire diverse, eppure sono sempre uguali. Ma non è detto.

“[…] Sapevo di andare a morire

dopo il primo fiore.

Un figlio, e via.

Scopro con particolare orrore

e assurdo piacere

che al sale

si accompagna l’acqua

che la maturità

non è un esame.

È senso della terra. […]”

(‘Agave’ da LA FORZA)

Gli arcani si rivelano nel mutamento: il cerchio della vita che nasce e passa attraverso l’amore – l’unica possibilità di dare un senso alla presenza – per tornare alla morte, eterno ciclo continuo, breve attimo privo di consolazione, spazio rubato al Tempo.

Tra i versi sono incastonate ad arte alcune citazioni da poemi classici e letture altre, che scrivono una storia parallela di profonda conoscenza e talvolta strappano un sorriso per la fine arguzia e la blanda irriverenza.

“Mando avanti me

le zone fertili

dell’animo umano

un giardino, la cura

la cultura delle stagioni.

L’attesa, l’intesa

la pretesa (non funziona

mai abbastanza).

La stanza al centro

le vie, i percorsi

i sentieri, i sentimenti.

La lista della spesa

l’essere qui e ora

nell’ora quotidiana:

il mio corpo quaderno

per lo spirito penna.”

(‘Mandala’ da IL MONDO)

Valeria Bianchi Mian pesca a piene mani dall’inconscio, indaga con audacia l’umano sentire, ci sorprende mettendo a nudo e a fuoco gli innumerevoli stati dell’essere.

Abile giocoliera di parole, la poeta ci conduce tra i versi del suo cerchio infinito vita-amore-morte accompagnata da Kitsune, la saggia volpe rossa ritratta nell’arcano della Forza.

Qui niente è impossibile, tutto è memoria e rigenerazione, ma bisogna porre attenzione, come scrive l’autrice nell’introduzione al libro: “Verso Dove, / fino a Quando”.

Sinossi

Quarantaquattro poesie per ventidue originalissimi arcani maggiori: parole e immagini come gemelle in danza. Scrivere e illustrare poesie è per l’autrice un operare quotidiano, attività ormai consolidata di sperimentazione e strumento nel suo lavoro di psicoterapeuta. Dopo le poesie e le filastrocche del libro “Favolesvelte” (Golem Edizioni, 2015), Valeria Bianchi Mian ha pubblicato racconti, ha curato e illustrato un’antologia sul tema della ‘dimora’, ha scritto e fatto nascere il suo primo romanzo (“Non è colpa mia”, Golem Edizioni, 2017), ha partecipato alla stesura di tre saggi di psicologia in collaborazione con altri colleghi. In questa silloge raccoglie le poesie giovanili e quelle scritte tra il 2014 e il 2019; le fa procedere insieme alle figure dei tarocchi.
È una Totentanz che passa dalla nigredo, l’Opera al Nero, e punta alla rinascita, è un cerchio di versi che si fa spirale attraverso i disegni. Il filo conduttore di “Vit(amor)te” è l’idea della natura viva: è una bozza di verde, lo spunto generativo, il germoglio rigoglioso o la foglia secca, il respiro della terra sopra la quale camminiamo, natura che matura nella nostra psiche. La storia del diventar se stessi comincia dal Matto incompiuto, un germe, il seme ritrovato; lo sviluppo per concludere con il ricominciar da capo.

QUI l’articolo originale:

https://www.culturalfemminile.com/2021/01/05/vitamorte-di-valeria-bianchi-mian-2/?fbclid=IwAR2dwNbo8vILgrec5IZJpnBiSNiIiTBR7KXHhGju41x78PYq22bcxGiGcPE

COLLEZIONE AUTUNNO-INVERNO – recensione di Paolo Pera su Letto, riletto, recensito!

COLLEZIONE AUTUNNO-INVERNO – recensione di Paolo Pera su Letto, riletto, recensito!

DIARIO AMOROSO D’UN TRAGICO SENTIMENTALE

Il poeta Romano Vola, ex sindaco di Bergolo (Paese di Pietra, di cui fondò la Renaissance), ci stupisce con la sua terza raccolta poetica – edita per Miraggi Edizioni – Collezione Autunno-Inverno, che pare essere non tanto il suo capolavoro senile quanto il suo Capolavoro. In essa è racchiuso l’intero apparato umano e intellettuale di Vola, che spazia della poesia bruta e “bukowskiana” a veri e propri tentativi esistenzial-filosofici, tutto ciò in un complesso para-diaristico ben esplicitato dalla data (e pure dall’ora di fine composizione) che sormonta ogni singola opera.

«Collezione Autunno-Inverno» è, per Romano, un titolo ironico che allude alla sua età avanzata; come a dire: sono arrivato nella brutta stagione, ma esprimo ancora la parte migliore di me con la poesia. Proprio per l’impianto diaristico, il libro non presenta una logicità tematica diversa dal corso dei giorni; e sono proprio questi a porre una “storia”: durante la lettura ci pare d’abitare, giorno per giorno, il pensiero del poeta; ciò rende possibile percepire il nostro pensiero con una maggiore affinità. Per spiegarmi meglio: essere di fronte al linguaggio mentale d’un estraneo (che si esprime cristallinamente, cadendo pure in anatemi lanciati contro le proprie turbe) ci ricorda come pensare, come interloquire col nostro pensiero, come trattarlo qualora ci spinga nell’oscurità. In questa quotidianità il poeta ci porta nelle reminiscenze che lo addolorano, come il ricordo della moglie scomparsa (nella poesia «Che ti avrei scritto?», che è forse la più commuovente) o il cancro vittoriosamente superato, cui accenna attraverso un immaginario dialogo con Bukowski (l’autore che più lo segnò, e che pare il suo maggior confidente).

Nel libro, Vola, enuncia soprattutto la propria perpetua voglia d’amare, riempiendone il libro di manifesti, per esempio la poesia «Piccole eternità» che (poundianamente) ci consegna questi versi: Resta così, invocava il mio cuore, / Non muoverti, che sia per sempre. Dammi il tuo respiro, amore mio: / piccole eternità sgranano / il loro infinito nella mia mano / e una volta tanto / non parlano del tempo che passa / ma di quello che si è fermato / alla felicità. La donna angelo, cui Vola si rivolge, è forse la giovinezza che sente ancora in sé quale compagna eterna. La sua mancanza, nei momenti peggiori, conduce il poeta nell’insoddisfazione, nella ricerca dell’Altrove: quel mondo possibile che chiama «Ipazia»,Luogo che non appare / ma ti comprende e ti comprime.

Vola non manca poi d’ironizzare sulla sua brama di fisicità (soprattutto amorosa) attraverso alcune poesie, ben esplicite, che paiono avere un’aura di dissacrazione del sesso stesso. Infatti, Romano vive l’amore come un novello Dante; mentre la passione (tradotta dalla sua mente) è mera crudezza bukowskiana. Ciò ci stranisce un po’, non immagineremmo mai Dante a letto con Beatrice… E in che contorsioni, poi!

La lingua di Vola è semplice e istintiva, la genuinità con cui parla d’infinito è la stessa con cui esprime l’amore viscerale. 

Ecco, di visceralità si tratta: il nostro poeta, prendendo bassa ogni vita, proietta sé stesso in una realtà in cui manca la magia – giacché essa s’è spogliata della sua veste astratta per divenire perfetta concretezza, che Romano coglie dappertutto grazie a un occhio fanciullesco, come lui stesso confessa nella sinossi. In conclusione potremmo dire questo: la poesia di Romano Vola si fonde con l’oggetto che assume, Romano stesso si fonde nell’impegno poetico e umano. Pare quasi un aspetto kenotico: dove l’uomo si spoglia di sé stesso per diventare l’altro, il mondo da tradurre attraverso la propria sensibilità. La poesia che conclude la raccolta, «L’urlo e la preghiera», ci mostra bene tutto ciò: C’è una grande differenza / nel sentire / tra chi ama / a chi vuol bene. / La stessa che c’è / tra l’urlo e la preghiera. Se l’amore è fusione, Romano non ha “voluto bene”: Romano ha amato, in ogni visione ed espressione!

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PENULTIMI – recensione di Giuseppe Iannozzi

PENULTIMI – recensione di Giuseppe Iannozzi

I penultimi non sono gli ultimi. I penultimi possono ancora trovare ciò che resta della civiltà occidentale, delle sue idealità: la comunanza, la commozione, la morbidezza di ciò che è sensuale, corporeo, vitale. Possono ancora concepire la speranza del cambiamento. Il mondo che emerge non è più quello dell’alienazione operaia ma quello dell’apartheid prodotta dalle nuove oligarchie finanziarie. La società tende a dividersi in caste non più in classi come nel ‘900, le persone, sempre in movimento pendolare, restano immobili, l’Occidente sembra tutto retrodato a vecchio regime, a prima della rivoluzione borghese, è un mondo neofeudale, appunto. Di questo mondo Forlani dice con tenerezza e crudeltà. Con un contributo di Biagio Cepollaro.

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PENULTIMI – recensione di Martino Ciano su Gli amanti dei libri

PENULTIMI – recensione di Martino Ciano su Gli amanti dei libri

Come un viaggio che ricorda Canto alla durata di Peter Handke, così Francesco Forlani ci porta tra i penultimi, ossia, coloro che ancora conservano qualcosa del nostro vecchio Occidente.

Le sue parole vanno al di là della tradizione, della nostalgia; non c’è aria di polemica nei suoi versi, ma riecheggia la domanda delle domande: qual è il senso di ogni cosa? Ma come sappiamo la risposta da dare sarebbe tanto ovvia quanto impossibile.

Non è un caso che questi versi siano stati composti in Francia, nella patria di Camus, di Sartre, di Céline, che per primi hanno dato vita alla critica della modernità che non è solo dissenso o negazione ma, soprattutto, riflessione e interpretazione del capitalismo, della scienza, del progresso.

Pertanto, i penultimi di Forlani non sono altro che uomini e donne che lavorano per sopravvivere, che vivono per rincorrere qualcosa, che non si interrogano perché forse già hanno la risposta, che si inseguono a vicenda lungo le strade del mondo perché così fan tutti, eppure, davanti a un momento di silenzio, di noia, di smarrimento, di discernimento, loro si riappropriano di una coscienza antica e si affidano a quella poetica della resistenza che smuove l’anima.

Forlani è testimone di queste masse che invadono ogni mattina il metrò, le strade, i negozi, e avverte lo smarrimento di ogni individuo, la voglia di non farsi risucchiare, la necessità di esserci. Anche lui fa parte di questa folla, dei penultimi che ancora non vogliono abbandonare la lotta, ed è proprio per questo motivo che il verso diventa più di un rigo d’inchiostro, ma qualcosa che va inciso perché deve durare, altrimenti non sarebbe testimonianza.

L’autore parte da ciò che è negativo, brutto e sgraziato. Non si può fare altro. Eppure, il gioco dell’arte sta proprio in questo, rendere fruibile e positivo tutto ciò che andrebbe disintegrato, proprio perché ciò che resta possa essere da monito per il futuro; affinché nulla sia più la penultima scelta prima del giudizio finale.

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