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Penultimi – recensione di Jean-Charles Vegliante su L’immaginazione

Penultimi – recensione di Jean-Charles Vegliante su L’immaginazione

Questo è un libro probabilmente concepito in due lingue, anche se il traduttore (Christian Abel) ha dovuto lavorarci un bel po’, c’è da credere, proprio perché Forlani vive e si esprime appunto a cavallo “tra le lingue”. Ancora: l’alternanza di versi e prosa non ne fa un prosimetro, né una raccolta con qualche poetica prosa. Piuttosto, diresti, un taccuino odeporico, per un viaggio circolare e iterativo, quello dei “penultimi”, mattinieri, SDF (senza fissa dimora), lavoratori vari costretti a prendere i primi metrò all’alba, quando appena “Paris s’éveille”, “I pendolari sui binari / I macellari cogli acciari” ecc. Oggetto integrato con foto dell’autore, a seconda delle sue quotidiane peregrinazioni di prof-pendolare domiciliato a Parigi tra due viali filosofici: “Bd Voltaire e Bd Diderot, a fondare la nazione”. Abbonato quindi alla 6 della metropolitana, direzione Montparnasse e quanto segue. I Penultimi / Pénultièmes, dunque, se qua e là usano del linguaggio misto-transnazionale in cui il poeta saltimbanco Forlani dà il meglio di sé, come nel precedente Parigi, senza passare dal via (Laterza 2013), puntano più spesso su una varietà stilistica fatta di lessico tribale (haute couture, courage, trafic ralenti, c’est l’heure c’est l’heure!…) o familiare o allusivo colto (come, a p. 65, i colori delle vocali), e della semplice malia dei nomi: Montparnasse (e il Parnaso), Ville Lumière, Louise Michel, São Tomé, la stazione Verlaine, la Normandia… in lingua originale nel testo ovviamente. Come, mettiamo: “Ora è una busta di plastica nel suo veleggiare / da un lato all’altro del viale Daumesnil, è presto, / sospinta da un attimo di vento, dalla luce sospesa / e rosa, pareva una medusa tra perduta gente, sola”. Un’osservazione di passata: né biciclette, né monopattini in questo canto di solitudine che si rifiuta a essere degli “ultimi”, o Letzten di rilkiana memoria, anzi come avrebbe detto Derrida dei «sopravvissuti» che forse noi siamo già, qui e ora. Lo sguardo è concentrato, attento a ciò che fa sul serio – e durevolmente – la condizione della “vera gente” di cui l’io poetico non si distingue mai. Senza distinzione, egli porge una sua pietas discreta, pudica, partecipe alle parole, ai “cenni”, ai “sorrisi” dei suoi simili ed è quell’attenzione che lo rende, “pezzo di questo mondo”, presente da un capo all’altro, ancorché non appaia sotto forma grammaticale, che più avanti e sempre con grande parsimonia. Una volta superate tutte le sfumature dell’alterità, che torna identica alfine. I gesti medesimi, a volte, “somigliano ad altro”, in un impersonale assoluto che mescola testi (a rose is still a rose), anonimo “penultimo” qualsiasi, tu proiettato altrove dove non c’è “nessuno di fronte”, salvo l’indifferente natura e un io comunque sia: “tranne me che gli passo accanto”. Si potrebbe invocare qui un mix dei generi, oppure la dissimulazione di un lirismo ben attivo sotto un narrare oggettivo che dà la sua unità all’opera. O infine alogica schiarita, sragionevole beltà fino all’haiku della coperta d’emergenza (di oro colato), viaggio verso una storia alquanto più lunga, fino alle vittime anonime del dramma pompeiano – regione d’origine di Francesco – per esempio: “Così mentre scendo le scale / appena illuminate dalla scritta gialla / mi chiedo quando è stato / che il vulcano ha incendiato i corpi / e ricoperto di cenere ogni grazia”. Si sarà capito ormai, le corde dello scrittore sono multiple e a volte stridenti, se non variegate, in ogni caso plurime entro un insieme coerente e regolato purché il lettore accetti di stare al gioco, in fondo dialogico e intriso di dolcezza. Come nel libro successivo Par delà la forêt. E come si vede dal foglio manoscritto riprodotto a p. 107, se lo si legge con buoni occhiali in corrispondenza del primo testo del libro (numero 5 p. 11 come incipit); mentre il testo n. 1, letto a p. 91, finiva l’opera nella prima stesura. È questa una maniera elegante di ripiegare la fine sul cominciamento, per non finire forse, secondo un’ampia figura di epanadiplosi di cui altri scrittori hanno giocato (T. S. Eliot: «La fine è là onde partiamo»), che potrebbe essere una forma di consolamento, se si vorrà fare lo sforzo di una lettura vera anche delle cose tralasciate: “Così appoggiando l’orecchio a quelle dimenticanze, / quasi ne senti le voci ed il mare”.

Penultimi – recensione di Ornella Tajani su Le parole e le cose

Penultimi – recensione di Ornella Tajani su Le parole e le cose

C’è nei foulard delle donne in questa alba buia,
nella cura dei nodi la timida traccia di un presente
senza memoria alcuna della faccia e senza oblio
qualcosa di simile al tenue profumo degli alberi
all’uscita di casa, ai più nitidi canti degli uccelli.

Istantanee come questa compongono la silloge Penultimi/Pénultièmes di Francesco Forlani, pubblicata in edizione bilingue, con traduzione di Christian Abel, per i tipi di Miraggi (2019). Alle fotografie in versi e in prosa si alternano scatti veri e propri, inframezzati ai testi in modo da creare un contrappunto, quasi una breve eco visiva.

Chi sono i penultimi? Sono «donne delle pulizie», «manovali», «professori», ogni sorta di lavoratore costretto per lavoro a un faticoso pendolarismo; sono clochards e senza tetto, sagome che sfilano nei corridoi delle metropolitane appena aperte, silhouettes sedute o in piedi che l’io lirico scorge accanto a sé e osserva attentamente: è il suo sguardo ad animarle agli occhi del lettore, a renderle tridimensionali.

Negli allers/retours descritti, apparentemente sempre così uguali, esiste una dimensione particolare, intensamente poetica, fatta di albe e folle silenziose, di viaggi con i corpi ancora intorpiditi, in cui l’io si ritrova nitidamente, fatalmente solo con se stesso, riflesso nei volti di chi come lui fa i conti con la vita e con il giorno che incomincia.

Tale dimensione si sviluppa su un doppio binario linguistico. L’autore è infatti docente di italiano in scuole fuori Parigi: il percorso che lo conduce al lavoro è la rappresentazione concreta della perenne oscillazione in cui vive ogni expat, diviso fra lingua madre e lingua d’adozione. Diviso, ma anche arricchito: questa edizione bilingue ne è la prova tangibile e una particolare forma di pendolarismo si offre anche al lettore, che può scegliere se procedere in direzione dell’italiano o del francese, o addirittura sperimentare una fruizione sincopata, spostando lo sguardo da destra a sinistra e leggendo un verso in una lingua e uno nell’altra:

Oggi ai penultimi parevano più nitidi i canti degli uccelli
avec ces variations de lumière et le changement des saisons
così ad aspettare il convoglio v’erano più dei tanti
en tête ou en queue selon leur destin.

Possibilità che di certo non saranno sfuggite all’autore, ipercreativo per natura, plurilingue per vocazione: basti guardare l’«entracte» finale, che mescola anche spagnolo e napoletano, o l’ultimo romanzo Par-delà la forêt : Mon éducation nationale, scritto in francese e apparso a giugno scorso per le edizioni Léo Scheer, in cui Forlani racconta la sua esperienza nel sistema educativo francese.

La traduzione è in sé un esercizio prossemico, una misurazione della distanza che intercorre fra sé e l’altro: qui l’alternanza fra le due lingue diventa forma e senso del pendolarismo, di questo spostamento fisico che si trasforma in un espatrio reiterato quotidianamente. Ed è il ritorno verso l’italiano, insegnato in scuole oltre i confini della regione parigina, a farsi per l’autore strumento di conoscenza dell’altrove.

In che modo il binario francese – posto graficamente a sinistra, laddove nelle edizioni bilingui sta normalmente il testo di partenza e non quello d’arrivo – potenzia le possibilità di lettura? Perfezionando occasionali rime più semplici da creare in francese che in italiano, ad esempio; inserendo in un incipit epistolare il segmento «il faut que je vous dise», che a molti richiamerà il testo di Le déserteur di Boris Vian; o trasformando un vento imprecisato in bise, fredda corrente nordorientale dalle sonorità già rimbaldiane e verlainiane:

Mes chers pénultièmes, il faut que je vous dise
comment à certains endroits de la rue
en cette heure il semble que la bise
susurre les secrets qui sortent des portails :
La Ville Lumière expose des tableaux vivants
à la morsure du froid entre les grilles
d’où s’échappent des bouffées de nuages blancs.

Cari penultimi vi devo raccontare
di come per tratti di strada
a quest’ora che perfino il vento pare
sussurrare cose dai portoni delle case
la Ville Lumière espone dei tableaux vivants
nella morsa del freddo e tra le grate
che sbuffano nuvole di fumo bianco.

La sagoma di Rimbaud fa capolino a più riprese in questa raccolta, come l’angelo «in mano a un barbiere» dell’Orazione della sera, certo più provocatoria, ma non lontanissima dall’«orazione/alle stelle ormai scappate via» dei matti raccontati da Forlani; difatti ecco apparire, nel componimento immediatamente successivo, le celebri voyelles, sparpagliate su un muro di Parigi.

I matti vanno a infoltire le schiere dei penultimi, coloro che, come chiarisce Biagio Cepollaro nella nota critica, «possono ancora concepire la speranza del cambiamento». È a loro che il volume è esplicitamente dedicato nell’ultimo “interstizio”, «perché fino a quando ci saranno i penultimi questo vorrà dire che c’è ancora margine per l’umanità, che non siamo giunti alla fine del viaggio, al termine della notte», scrive l’autore. In questa riflessione ampia, stratificata, in cui il discorso di casta più che di classe riveste certo un ruolo fondamentale – sottolinea ancora Cepollaro -, si fanno strada in modo sotterraneo venature squisitamente autobiografiche, considerazioni maturate nel riflesso di un finestrino, come in uno dei più bei frammenti in prosa del volume:

Nelle storie d’amore ho a volte come l’impressione che tutta la propria storia, le proprie storie d’amore, non siano altro che il tentativo di forgiare le armi che in quella prima grande storia avrebbero potuto salvarci dalla disfatta. E accade che anno dopo anno tanto più l’esperienza accresce la consapevolezza della propria invincibilità quanto più si sa con estrema lucidità che non ci sarà mai più nessun nemico ad affrontarci in campo aperto.

Molteplici possibili letture si offrono a chi si accosta ai Penultimi, figure-chiave del contemporaneo, esseri angelicati atti a provocare quel risveglio necessario auspicato dall’autore in chiusura di volume.

Accade talvolta ai penultimi nel dormiveglia
di intravedere cose, smettere di ragionare
e lasciarsi portare dalle cose stesse
per strade impraticate e smesse.
Ora è una busta di plastica nel suo veleggiare
da un lato all’altro del viale Daumesnil, è presto,
sospinta da un attimo di vento, dalla luce sospesa
e rosa, pareva una medusa tra perduta gente, sola,
assistere come me discreto, al florilegio di luci
verdi e rosse, e gialle intermittenti a tratti sull’asfalto
del crocevia e impartivano ordini come marescialli d’antan
a un’armata di disertori, a soldatesche assenti.
Nei comandi di luce dei semafori
piegati ad arco sulle strade vuote
risuonavano i principi e la carta dei diritti
umani urlati a una città deserta.

QUI l’articolo originale:

Cara catastrofe – recensione/intervista di Gabriella Grasso su Bibliovorax

Cara catastrofe – recensione/intervista di Gabriella Grasso su Bibliovorax

Oltre la violenza. La poesia di Felicia Buonomo

Se esiste l’opinione che vede la poesia come espressione immediata e anarchica dell’impulso, del sentimento o, dal lato opposto, come codice avulso dall’esperienza comune, geroglifico di un mondo precluso a molti, un libro come Cara catastrofe le fa incrinare entrambe. Nella sua opera prima (per quanto concerne la poesia, essendo giornalista) Felicia Buonomo affronta un tema di scottante attualità ed un grumo di dolore pulsante, l’esperienza dolorosa del rapporto d’amore disfunzionale, asimmetrico, connotato di violenza. Lo fa con strumenti precisi, mai banali, quasi “chirurgici”, sia nell’aprire e mostrare le ferite che queste relazioni producono, sia, a livello formale, nel ricorrere ad una lingua aderente al suo oggetto, ma al tempo stesso evocativa, non meramente mimetica.

Il fenomeno è presente, in modo sempre più drammatico, nella vita di molti e nella cronaca quotidiana, e a questa urgenza di verità e di denuncia l’autrice non si sottrae.  Potremmo anzi dire che va oltre: nell’opera il tema assurge a paradigma dell’incomunicabilità o della distorta comunicazione di un’umanità fragile, spingendo il livello della riflessione ad un orizzonte più generale: “Aggrappata ai fragili rami delle mie paure, nelle intemperie del tuo vento, ti guardo oltre il fiume. Ci separano secoli di distanze, poggiati su una bilancia traboccante di tristezza”.

Ogni incontro che facciamo nel corso della vita racchiude infinite potenzialità: l’altro, come dice Natalia Ginzburg nel racconto I rapporti umani (da Le piccole virtù), “possiede una infinità facoltà di farci tutto il male e tutto il bene”. Il momento in cui si decide la direzione che quell’incontro intraprenderà non è unico e fulmineo, ma la sommatoria di situazioni che ci rendono quelli che siamo. Ed è cruciale, per ogni relazione umana: “Il mio errore è stato credere a una mano che si congiunge all’altra in preghiera supplicando l’amore, il mio. Il mio errore è stato credere all’uomo”.

La materia della poesia scaturisce dall’acquisizione, da parte dell’autrice, di molte testimonianze, in varie parti del mondo. Vissuti complessi a cui lei dà voce, con un alto grado di empatia, ma anche con la lucidità di chi sa scandagliare, senza sconti e senza perifrasi, le pieghe della psiche e i suoi movimenti talvolta contraddittori, come indica la scelta del titolo e l’appellativo ossimorico di “cara catastrofe”, attribuito a quel rapporto che è gabbia e palliativo insieme, schiavitù e sicurezza.

L’autrice ci conduce così nella sofferta via crucis di un rapporto che si trasforma in violenza, dipingendone i sintomi sul corpo di chi ama: “Ti ho trovato nelle pieghe delle mie clavicole, / parte visibile di un corpo smunto dalla tristezza. / Ero stesa sulle mie paure, /con gli occhi aperti al dolore / e le braccia molli della resa”. Sono segni descritti nella loro evidenza visiva, ma che rimandano ad una dimensione più profonda: “Non è il tocco livido a fare male,/ ma il ricordo del suo alone. / Dormiamo insieme ogni notte, / ma è nella crepa che dovrai recuperarmi. / Fai piano, che anche la luce è dolore, /dopo la culla di un buio così violento”. Le parole si fanno sempre più taglienti e se ne avverte tutto il peso: “Ho un battito di polso fragile / per ogni percossa taciuta”.

La stessa lucidità ispira la descrizione di chi perpetra la violenza: “Anche l’ultima volta che mi hai amata avevi gli occhi rossi della rabbia e le mani forti che premevano sulla carne debole. Ho pronunciato il tuo nome per dirti addio con l’afonia della paura, lo sguardo di un cervo abbagliato dai fari. I segni rossi sul collo sono l’ultimo ricordo che ho di me”.

Ciò che viene subìto diventa marchio che segna a fuoco e attorno a cui si struttura l’identità di chi lo ha vissuto, in un giogo-circolo vizioso difficile da spezzare: “sempre confonderai il sadismo e l’amore / – dico, mentre lucido le catene a cui mi costringo”. E’ scattata la dipendenza, l’impossibilità di pensarsi in una dimensione diversa: ”E ora che nemmeno l’idea di te mi fa compagnia / mi sento orfana di desideri che non ho”. La violenza si consuma nel silenzio di case che non comunicano, di una società sorda, anestetizzata: ”I vicini di casa hanno sentito il mio dolore / e – come tutti – lo hanno ignorato. / Non so nulla delle pareti delle loro case”.

Spezzare le catene, però, non solo è possibile, ma salvifico. La voce che parla in questi versi ci fa intuire un percorso di aiuto, una persona che tende una mano, nonostante la ritrosia della vittima: ”Ho detto a Jessica / che quel test di valutazione del rischio ha una falla. / E che il modo in cui accarezzo / il mio martirio / è la prova dell’errore. / Non si può portare una donna fuori dalla sua colpa”. Il primo passo è prendere coscienza, guardarsi dentro e vedere anche lati di se stessi che il dolore rivela: “Il mio sguardo su di te era un punto di sutura, / su ferite che non sapevo di avere. / Che fanno male, ora”.

Recidere il legame significa dare un nome alle cose e indossare abiti nuovi, sotto una carne che non dimenticherà le sue ferite: “Indosserò / un abito di ferro colorato, / lacrime di ruggine /  e carezze solide, / per svanire nel miraggio / che ci tiene stretti / a una falsa idea di felicità”.

Alcune poesie

Da quando ti ho incontrato

la mia vita

procede per sottrazione.

Mi hai portato via

l’amore per l’amore,

la fiducia verso la parola,

la complicità di un abbraccio.

E anche questi immeritati versi

aggiungono alla tua vita

la bellezza di cui mi privi.

Ora mi vendo a buon mercato

nella piazza della tua rivoluzione.

Mi conto come unica ferita.

*

Oggi ho preso ad amarmi come fai tu:

con la ferocia del disgusto

come un insulto figlio dell’alterazione

un cucciolo rinnegato

il difetto gettato dalla rupe.

Nei secoli dei secoli. Amen.

*

Mi domandi cosa sia la colpa,

se non questo incedere verso l’abisso

delle cose certe e ignorate.

Hai lo sguardo di chi vince la guerra

del dominio interiore,

io di chi partorisce invidia di viscere.

Mi stendo sul letto della sconfitta,

guardo il soffitto delle parole scritte per te.

Mi dici che alzare gli occhi al cielo,

movimento di collo, diventa peso di spalle.

Non è la stessa direzione quella che conta, per te.

*

Mi sei venuto dentro per rendere

gravida la mia dipendenza. Perché la paura

diventi figlia del nostro amore.

La porto in grembo

con la colpa di una madre degenere,

che mantiene in vita la sua creatura

nutrendosi delle tue bastonate,

che mi fanno il male che merito.

*

Ti devo il tormento di una tempesta,

una rosa inchiodata al muro,

il tintinnare di parole taglienti,

la solitudine della mia tristezza mentre ti guardo

e ti domando della bellezza dei fiori.

Vorrei sapere dove cercarti

quando un giorno prenderò quel treno

per non tornare.

Tre domande a Felicia Buonomo

D: L’equilibrio dei toni e delle scelte lessicali, nella tua poesia, quasi contrasta con l’incandescenza dei temi. Quali riflessioni e quali scelte hai fatto, dal punto di vista linguistico, durante la scrittura?

R: Proprio per l’incandescenza dei temi che ho deciso di affrontare in versi in questo mio lavoro poetico, ho voluto ancora più concentrarmi sull’essenza delle cose, come ci ricorda Marina Cvetaeva – che ha contribuito fortemente alla mia formazione letteraria. La poetessa russa sosteneva: «Come posso io poeta, persona dell’essenza delle cose, farmi sedurre dalla forma? Io sono sedotta dall’essenza, la forma arriverà e arriva. Io sono sedotta dall’essenza e poi incarno. Ecco il poeta». E la forma di fatti arriva, ma senza incanalarsi nella dicotomia serrata tra significato e significante. La poesia che amo è la parola che ti aspetti, che evita di girare intorno. Ma – come dicevamo – non si è solo poeti, la poesia la si fa. Come scrive la poetessa Isabella Leardini in “Domare il drago” il lavoro che fanno i poeti è di «scegliere un’immagine e non un’altra, rinunciare a una parola perché un’altra abbia più peso». Il movimento, il ritmo linguistico di questo mio tentativo di poesia segue questa sequenza: essenza-immagine (poetica)-parola-scelta/sostituzione. Scegliere parole, in parte anche abusate, come “tristezza”, “dolore”, “tormento”, “massacro” all’interno dei miei testi rappresenta una scelta di precisione rispetto ai temi affrontati, che ruotano intorno alla semantica dei sentimenti di colpa e punizione, in quel rapporto vittima-carnefice che tento di narrare al lettore. Non potrei mai usare, in poesia, parole che “normalmente” non userei, sarebbe violare la mia scelta di onestà. Il lettore attento lo percepisce quando sei stato disonesto.

D: Quanto della tua esperienza di giornalista è confluito nella stesura di questo lavoro?

R:La mia esperienza di giornalista è stata il punto di partenza. Nella seconda sezione della raccolta, in particolare, vesto i panni della testimone, traslando in versi alcuni universi di violenza e dolore di donne che ho incontrato, in alcuni casi direttamente, altri per interposta persona, nella mia professione di giornalista. Mischiando personalismi rispetto al modo in cui si può entrare, empaticamente, in contatto con alcuni moti interiori. Ho da sempre un’ossessione tematica, ovvero i rapporti umani disfunzionali, fatti di mancanza di cura, malattia, disperazione, solitudine. Nella mia professione di giornalista, anche narrativa, racconto storie, entro nella vita delle persone. L’Altro è un concetto fondante per me. È per questo che lo “racconto”.

D: Perché questo titolo?

R: “Cara catastrofe” è il titolo di una canzone di Vasco Brondi, artista musicale che amo molto (e che cito anche in esergo). Credo che incarni in pieno l’universo emotivo che tento di raccontare con questi versi: una catastrofe che arriva improvvisa, improvvisa perché nasce da un’idea di perfezione a cui il carnefice ci abitua nella fase iniziale del rapporto, e che finisce col diventarci indispensabile, cara, anche quando la perfezione diventa violenza e abuso emotivo e/o fisico. La “contropartita” della violenza è la dipendenza affettiva, in molto casi. Non capire quanto alla persona abusata possa diventare cara questa catastrofe, significa giudicarla. Non a caso ho dedicato molti dei miei versi al concetto della colpa, sentimento provato non dal carnefice ma dalla vittima. Comprendere quanto cara arrivi a diventare la catastrofe di una violenza spero posso aiutare a superare uno dei tanti stereotipi che ruotano attorno a questo macro-tema.

QUI l’articolo originale:

Vit(amor)te – recensione di Maria Cristina Sferra su Cultura al femminile

Vit(amor)te – recensione di Maria Cristina Sferra su Cultura al femminile

“Vit(amor)te” è una raccolta di poesie di Valeria Bianchi Mian, illustrata con le carte degli arcani maggiori (in versione monocromatica) disegnate dall’autrice stessa, edita da Miraggi Edizioni nel 2020. Il mazzo di carte a colori è disponibile a parte.

Psicologa e psicoterapeuta junghiana nonché autrice poliedrica e appassionata, Valeria Bianchi Mian nella sua raccolta “Vit(amor)te” coniuga poesia e illustrazione.

La realtà terrena dell’esistenza nel suo svolgersi si sposa con l’astrazione simbolica degli arcani maggiori dei tarocchi, che regalano sfaccettate possibilità di interpretazione.

“[…] Stiamo qui nel mosaico

stabile instabile

nel puzzle d’erranza

in errore di base

ché prima di conoscerci

abbiamo scoperto l’uno

nell’altra la polpa

sotto gli aculei del riccio

ma non ci siamo divorati.”

(‘Finché morte’ da IL CARRO)

Una poesia alchemica che si trasforma, attraversa tutti i colori, tutti i mondi, tutte le vite possibili, tutti gli incontri passati e quelli futuri, forse soltanto immaginati. Ma non è detto.

Figure del mito intrecciano danze con le multiformi parti del sé, si scambiano i ruoli, si nascondono per riapparire diverse, eppure sono sempre uguali. Ma non è detto.

“[…] Sapevo di andare a morire

dopo il primo fiore.

Un figlio, e via.

Scopro con particolare orrore

e assurdo piacere

che al sale

si accompagna l’acqua

che la maturità

non è un esame.

È senso della terra. […]”

(‘Agave’ da LA FORZA)

Gli arcani si rivelano nel mutamento: il cerchio della vita che nasce e passa attraverso l’amore – l’unica possibilità di dare un senso alla presenza – per tornare alla morte, eterno ciclo continuo, breve attimo privo di consolazione, spazio rubato al Tempo.

Tra i versi sono incastonate ad arte alcune citazioni da poemi classici e letture altre, che scrivono una storia parallela di profonda conoscenza e talvolta strappano un sorriso per la fine arguzia e la blanda irriverenza.

“Mando avanti me

le zone fertili

dell’animo umano

un giardino, la cura

la cultura delle stagioni.

L’attesa, l’intesa

la pretesa (non funziona

mai abbastanza).

La stanza al centro

le vie, i percorsi

i sentieri, i sentimenti.

La lista della spesa

l’essere qui e ora

nell’ora quotidiana:

il mio corpo quaderno

per lo spirito penna.”

(‘Mandala’ da IL MONDO)

Valeria Bianchi Mian pesca a piene mani dall’inconscio, indaga con audacia l’umano sentire, ci sorprende mettendo a nudo e a fuoco gli innumerevoli stati dell’essere.

Abile giocoliera di parole, la poeta ci conduce tra i versi del suo cerchio infinito vita-amore-morte accompagnata da Kitsune, la saggia volpe rossa ritratta nell’arcano della Forza.

Qui niente è impossibile, tutto è memoria e rigenerazione, ma bisogna porre attenzione, come scrive l’autrice nell’introduzione al libro: “Verso Dove, / fino a Quando”.

Sinossi

Quarantaquattro poesie per ventidue originalissimi arcani maggiori: parole e immagini come gemelle in danza. Scrivere e illustrare poesie è per l’autrice un operare quotidiano, attività ormai consolidata di sperimentazione e strumento nel suo lavoro di psicoterapeuta. Dopo le poesie e le filastrocche del libro “Favolesvelte” (Golem Edizioni, 2015), Valeria Bianchi Mian ha pubblicato racconti, ha curato e illustrato un’antologia sul tema della ‘dimora’, ha scritto e fatto nascere il suo primo romanzo (“Non è colpa mia”, Golem Edizioni, 2017), ha partecipato alla stesura di tre saggi di psicologia in collaborazione con altri colleghi. In questa silloge raccoglie le poesie giovanili e quelle scritte tra il 2014 e il 2019; le fa procedere insieme alle figure dei tarocchi.
È una Totentanz che passa dalla nigredo, l’Opera al Nero, e punta alla rinascita, è un cerchio di versi che si fa spirale attraverso i disegni. Il filo conduttore di “Vit(amor)te” è l’idea della natura viva: è una bozza di verde, lo spunto generativo, il germoglio rigoglioso o la foglia secca, il respiro della terra sopra la quale camminiamo, natura che matura nella nostra psiche. La storia del diventar se stessi comincia dal Matto incompiuto, un germe, il seme ritrovato; lo sviluppo per concludere con il ricominciar da capo.

QUI l’articolo originale:

https://www.culturalfemminile.com/2021/01/05/vitamorte-di-valeria-bianchi-mian-2/?fbclid=IwAR2dwNbo8vILgrec5IZJpnBiSNiIiTBR7KXHhGju41x78PYq22bcxGiGcPE

COLLEZIONE AUTUNNO-INVERNO – recensione di Paolo Pera su Letto, riletto, recensito!

COLLEZIONE AUTUNNO-INVERNO – recensione di Paolo Pera su Letto, riletto, recensito!

DIARIO AMOROSO D’UN TRAGICO SENTIMENTALE

Il poeta Romano Vola, ex sindaco di Bergolo (Paese di Pietra, di cui fondò la Renaissance), ci stupisce con la sua terza raccolta poetica – edita per Miraggi Edizioni – Collezione Autunno-Inverno, che pare essere non tanto il suo capolavoro senile quanto il suo Capolavoro. In essa è racchiuso l’intero apparato umano e intellettuale di Vola, che spazia della poesia bruta e “bukowskiana” a veri e propri tentativi esistenzial-filosofici, tutto ciò in un complesso para-diaristico ben esplicitato dalla data (e pure dall’ora di fine composizione) che sormonta ogni singola opera.

«Collezione Autunno-Inverno» è, per Romano, un titolo ironico che allude alla sua età avanzata; come a dire: sono arrivato nella brutta stagione, ma esprimo ancora la parte migliore di me con la poesia. Proprio per l’impianto diaristico, il libro non presenta una logicità tematica diversa dal corso dei giorni; e sono proprio questi a porre una “storia”: durante la lettura ci pare d’abitare, giorno per giorno, il pensiero del poeta; ciò rende possibile percepire il nostro pensiero con una maggiore affinità. Per spiegarmi meglio: essere di fronte al linguaggio mentale d’un estraneo (che si esprime cristallinamente, cadendo pure in anatemi lanciati contro le proprie turbe) ci ricorda come pensare, come interloquire col nostro pensiero, come trattarlo qualora ci spinga nell’oscurità. In questa quotidianità il poeta ci porta nelle reminiscenze che lo addolorano, come il ricordo della moglie scomparsa (nella poesia «Che ti avrei scritto?», che è forse la più commuovente) o il cancro vittoriosamente superato, cui accenna attraverso un immaginario dialogo con Bukowski (l’autore che più lo segnò, e che pare il suo maggior confidente).

Nel libro, Vola, enuncia soprattutto la propria perpetua voglia d’amare, riempiendone il libro di manifesti, per esempio la poesia «Piccole eternità» che (poundianamente) ci consegna questi versi: Resta così, invocava il mio cuore, / Non muoverti, che sia per sempre. Dammi il tuo respiro, amore mio: / piccole eternità sgranano / il loro infinito nella mia mano / e una volta tanto / non parlano del tempo che passa / ma di quello che si è fermato / alla felicità. La donna angelo, cui Vola si rivolge, è forse la giovinezza che sente ancora in sé quale compagna eterna. La sua mancanza, nei momenti peggiori, conduce il poeta nell’insoddisfazione, nella ricerca dell’Altrove: quel mondo possibile che chiama «Ipazia»,Luogo che non appare / ma ti comprende e ti comprime.

Vola non manca poi d’ironizzare sulla sua brama di fisicità (soprattutto amorosa) attraverso alcune poesie, ben esplicite, che paiono avere un’aura di dissacrazione del sesso stesso. Infatti, Romano vive l’amore come un novello Dante; mentre la passione (tradotta dalla sua mente) è mera crudezza bukowskiana. Ciò ci stranisce un po’, non immagineremmo mai Dante a letto con Beatrice… E in che contorsioni, poi!

La lingua di Vola è semplice e istintiva, la genuinità con cui parla d’infinito è la stessa con cui esprime l’amore viscerale. 

Ecco, di visceralità si tratta: il nostro poeta, prendendo bassa ogni vita, proietta sé stesso in una realtà in cui manca la magia – giacché essa s’è spogliata della sua veste astratta per divenire perfetta concretezza, che Romano coglie dappertutto grazie a un occhio fanciullesco, come lui stesso confessa nella sinossi. In conclusione potremmo dire questo: la poesia di Romano Vola si fonde con l’oggetto che assume, Romano stesso si fonde nell’impegno poetico e umano. Pare quasi un aspetto kenotico: dove l’uomo si spoglia di sé stesso per diventare l’altro, il mondo da tradurre attraverso la propria sensibilità. La poesia che conclude la raccolta, «L’urlo e la preghiera», ci mostra bene tutto ciò: C’è una grande differenza / nel sentire / tra chi ama / a chi vuol bene. / La stessa che c’è / tra l’urlo e la preghiera. Se l’amore è fusione, Romano non ha “voluto bene”: Romano ha amato, in ogni visione ed espressione!

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PENULTIMI – recensione di Giuseppe Iannozzi

PENULTIMI – recensione di Giuseppe Iannozzi

I penultimi non sono gli ultimi. I penultimi possono ancora trovare ciò che resta della civiltà occidentale, delle sue idealità: la comunanza, la commozione, la morbidezza di ciò che è sensuale, corporeo, vitale. Possono ancora concepire la speranza del cambiamento. Il mondo che emerge non è più quello dell’alienazione operaia ma quello dell’apartheid prodotta dalle nuove oligarchie finanziarie. La società tende a dividersi in caste non più in classi come nel ‘900, le persone, sempre in movimento pendolare, restano immobili, l’Occidente sembra tutto retrodato a vecchio regime, a prima della rivoluzione borghese, è un mondo neofeudale, appunto. Di questo mondo Forlani dice con tenerezza e crudeltà. Con un contributo di Biagio Cepollaro.

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PENULTIMI – recensione di Martino Ciano su Gli amanti dei libri

PENULTIMI – recensione di Martino Ciano su Gli amanti dei libri

Come un viaggio che ricorda Canto alla durata di Peter Handke, così Francesco Forlani ci porta tra i penultimi, ossia, coloro che ancora conservano qualcosa del nostro vecchio Occidente.

Le sue parole vanno al di là della tradizione, della nostalgia; non c’è aria di polemica nei suoi versi, ma riecheggia la domanda delle domande: qual è il senso di ogni cosa? Ma come sappiamo la risposta da dare sarebbe tanto ovvia quanto impossibile.

Non è un caso che questi versi siano stati composti in Francia, nella patria di Camus, di Sartre, di Céline, che per primi hanno dato vita alla critica della modernità che non è solo dissenso o negazione ma, soprattutto, riflessione e interpretazione del capitalismo, della scienza, del progresso.

Pertanto, i penultimi di Forlani non sono altro che uomini e donne che lavorano per sopravvivere, che vivono per rincorrere qualcosa, che non si interrogano perché forse già hanno la risposta, che si inseguono a vicenda lungo le strade del mondo perché così fan tutti, eppure, davanti a un momento di silenzio, di noia, di smarrimento, di discernimento, loro si riappropriano di una coscienza antica e si affidano a quella poetica della resistenza che smuove l’anima.

Forlani è testimone di queste masse che invadono ogni mattina il metrò, le strade, i negozi, e avverte lo smarrimento di ogni individuo, la voglia di non farsi risucchiare, la necessità di esserci. Anche lui fa parte di questa folla, dei penultimi che ancora non vogliono abbandonare la lotta, ed è proprio per questo motivo che il verso diventa più di un rigo d’inchiostro, ma qualcosa che va inciso perché deve durare, altrimenti non sarebbe testimonianza.

L’autore parte da ciò che è negativo, brutto e sgraziato. Non si può fare altro. Eppure, il gioco dell’arte sta proprio in questo, rendere fruibile e positivo tutto ciò che andrebbe disintegrato, proprio perché ciò che resta possa essere da monito per il futuro; affinché nulla sia più la penultima scelta prima del giudizio finale.

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https://www.gliamantideilibri.it/penultimi-francesco-forlani/

FRANCESCO FORLANI su Libération (articolo di Claire Devarrieux)

FRANCESCO FORLANI su Libération (articolo di Claire Devarrieux)

FRANCESCO FORLANI, UN POÈTE EN CLASSE TOUS RISQUES

Le «communiste dandy» dévoile son quotidien de prof d’italien dans des collèges d’Eure-et-Loir

Francesco Forlani à Rome, le 11 mars 2012.
Francesco Forlani à Rome, le 11 mars 2012. Photo Marcello Mencarini. Leemage  

Francesco Forlani est un poète italien qui vit en France. Il a fondé une somptueuse revue internationale, SUD, et participe à l’Atelier du roman. Il écrit dans les deux langues. Il est aussi traducteur. Il est vraiment ce qu’on appelle, d’un terme un peu dévalué tant il a été utilisé, un passeur. Entre un passeur, ou un éclaireur, et un pédagogue, il n’y a pas trop de différence, parfois. Par-delà la forêt met en scène Forlani dans le rôle de professeur d’italien qui est le sien depuis trois ans. Le récit, composé de 24 chapitres comme autant de nouvelles, parcourt le petit monde scolaire, de la cour à la classe en passant par la salle des profs, avec un amour du langage qui est poétique, bien sûr, mais, profondément, qui est une forme d’altruisme, d’amour de son prochain. Sans excès, sans démagogie. On ne va pas se plaindre, on va plutôt plaisanter, et jouer le plus sérieusement du monde, pour mieux se faire comprendre.

Après avoir enseigné la philosophie en terminale au lycée français de Turin, Forlani découvre les collèges. «Mon appareillage théorique et didactique avait subi la même révolution qu’un char d’assaut russe transformé en foodtruck après la chute du Mur», écrit-il, sans être pour autant en train de dévaluer la tâche qui se présente. Il s’agit d’un poste réparti sur deux établissements d’Eure-et-Loir, à Dreux et à Anet. Comme il lui manque le permis de conduire qui lui permettrait d’utiliser la voiture qu’il n’a pas, rejoindre les deux endroits où il a été nommé est compliqué. Des collègues secourables – bêtise et inélégance n’ont pas droit de cité dans cette histoire, pas plus que la fatigue ou le découragement – un usage efficace de l’autostop également, pallient l’absence de transports en commun.

Photocopieuse.L’auteur habitant à Paris, les journées de cours commencent avec le premier métro. Les travailleurs de l’aube comme lui, et les exclus qui restent à quai, peuple de la nuit, sont évoqués dans Penultimiles Pénultièmes, un recueil bilingue (1) publié en 2019. «Sur le chemin de la maison j’ai croisé deux pénultièmes. Il y en avait une qui dormait dans la soute, tandis que l’autre scrutait la mer d’asphalte comme un naufragé fouille l’étendue d’eau du regard dans l’attente d’éventuels secours.» Dans Par-delà la forêt, pas le temps de rêver, il faut ruser avec le début et la fin de la sonnerie, parier que la photocopieuse va marcher si on s’en sert au dernier moment. Et, plutôt que s’attarder à contempler ses contemporains, il convient d’abord de maîtriser sa classe, cette forêt de jeunes adolescents.

Forlani a recours à un interlocuteur qu’il tutoie : «Tu sais que je ne te juge pas, et pourtant je sais que tu me juges. Beaucoup de choses ont changé depuis le temps où j’avais ton âge.» Naguère, l’élève craignait de se faire mal voir. Aujourd’hui c’est le contraire. «Car chacun de nous sait très bien que si l’un de vous l’a catalogué comme antipathique, il est fort probable que l’année à venir ne sera pas une promenade de santé, et cela, indépendamment de la matière enseignée.» Autre terrain miné : les parents. «Du jour au lendemain, les parents d’élèves se sont transformés en ennemis du corps enseignant.» Un chapitre attristé est consacré à la tendance à «l’inquisition».

Acronymes irrésistibles. Par-delà la forêt, qui tient son titre des trois mille hectares de bois qui séparent les deux collèges, est sous-titré «Mon éducation nationale». Il peut arriver à Francesco Forlani de philosopher à partir des arbres, mais il ne généralise jamais. A Dreux, il enseigne dans un REP + (Réseau d’éducation prioritaire, les acronymes sont irrésistibles pour le poète), et à Anet dans un collège normal, où les élèves sont majoritairement blancs. Sans se faire d’illusion sur sa mission, il préfère, c’est évident, la mixité du premier.

Un atelier pâte à pizza, un marathon de lecture du Petit Prince dans toutes les langues enseignées dans l’établissement, l’étude comparée de «ta gueule» et «vaffanculo» en passant par «mal di gola», mal à la gorge, qui permet à chacun d’envoyer son voisin se faire foutre en se touchant simplement le cou ou en toussant : le professeur d’italien est apprécié. Il a obtenu de l’inspection le droit de faire cours en chapeau. Il porte un costume clair et une cravate rouge. Il a 50 ans quand le plus vieux des enseignants en a 30. Il se présente volontiers comme un «communiste dandy». Dans la «police familiale» que représente la vie scolaire, il est «l’oncle fantasque venu d’un pays exotique», explique le collègue d’histoire.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://next.liberation.fr/livres/2020/06/19/un-poete-en-classe-tous-risques_1791800

L’AMORE PUZZA D’ODIO – recensione di Valeria Zangaro su Rivista Blam!

L’AMORE PUZZA D’ODIO – recensione di Valeria Zangaro su Rivista Blam!

L’amore puzza d’odio: il tempo di una storia d’amore scandito da stagioni e poesie

In quest’opera Massimiliano Boschini ci racconta, con un linguaggio tagliente e disincantato, una storia d’amore vista con gli occhi di un uomo. Lo fa in una maniera originale, avvalendosi di 52 componimenti poetici suddivisi, a loro volta, nelle quattro stagioni dell’anno, che sono poi anche le stagioni dell’amore.

L’amore puzza d’odio: la trama del libro di Massimiliano Boschini

Una sera lui, con una Ceres in mano, conosce lei:

Ti vidi tirartela solo un pochino
tra amiche con lacca e senz’acca

Sono sguardi ammiccanti, quelli che si scambiano, tipici degli inizi, di quando l’uomo e la donna mettono in scena la classica danza del corteggiamento, di lei che sta sulle sue e aspetta che lui faccia il primo passo. E poi quel momento arriva:

mia Cenerentola,
ti tolsi una scarpa
chiedendoti un numero

È chiaro ormai che i due si piacciono. È arrivata l’ora di scambiarsi il numero di telefono per fissare poi il primo appuntamento cui precede il rito preparatorio di lui:

lavato e stirato
mutande Uomo e Arbre Magique

e pronto per
un incontro galante, meglio se osè
arriva il primo bacio, il primo
parabrezza appannato
sipario del nostro amore

Sopraggiungono le farfalle nello stomaco e le scritte sulla spiaggia. Nasce una relazione, i due si sposano, la loro vita è scandita dalle domeniche passate all’Ikea e dai pomeriggi sul divano. Eppure poco alla volta s’insinua nella coppia l’incomprensione e la stanchezza della routine. Persino dirsi “ti amo” è una frase stanca, che ha la stessa passione di una madre che ti chiede “Tutto bene a scuola oggi?”. L’amore si frantuma, la coppia si separa, subentrano dapprima la rabbia, poi la nostalgia, e infine l’odio, fino alla morte di qualsiasi sentimento.

Lungo tutta l’opera di Boschini, Vincenzo Denti – pittore e artista, nonché docente presso il Liceo Artistico G. Romano di Mantova – ci delizia con le sue divertenti illustrazioni, o suggestioni, come le definisce lui…

PER LEGGERE L’ARTICOLO COMPLETO: https://www.rivistablam.it/libri/recensioni/lamore-puzza-dodio-il-tempo-di-una-storia-damore-scandito-da-stagioni-e-poesie-recensione-libro/

CARA CATASTROFE – recensione di Michela Zanarella su Brainstorming Culturale

CARA CATASTROFE – recensione di Michela Zanarella su Brainstorming Culturale

La forza espressiva della poesia contro la violenza di genere

Un canto di recupero e ricostruzione di sé attraverso la poesia. L’amore malato, il dolore, la violenza e l’abbandono raccontati in versi con un linguaggio originale e potente

Felicia Buonomo nel suo lavoro da giornalista d’inchiesta racconta quotidianamente ciò che accade nel mondo: spesso sono storie dolorose, drammi umani, vere e proprie sciagure. Nella raccolta pubblicata da Miraggi Edizioni‘Cara catastrofe’, sceglie l’arte poetica per affrontare traumi emotivi legati all’Io, a quell’amore che declina in sofferenza, veemenza e distacco. Si entra nella realtà che appartiene a tante donne che vivono relazioni di dipendenza affettiva, amori malati che si concludono, il più delle volte, con un tragico epilogo.

Quando si vive nel tormento, quella situazione diventa familiare a tal punto che ci si culla dentro. Felicia Buonomo con quel dolore, di cui è testimone, dialoga: la “catastrofe” narrata diviene cara e il lettore diventa partecipe. È soltanto affrontandolo, guardandolo in faccia – il dolore –, che si può superare. Negarlo significherebbe smarrirsi in un vortice senza via d’uscita.

All’inizio di ogni legame con l’altro c’è l’incanto, il potere che l’amore produce quando emana la sua energia: “m’innamori/come il gelo sul lungolago di Mantova,/le luci dei lampioni di Milano,/le onde sul porto di Genova”. Qui la bellezza dei luoghi va a coincidere con l’armonia dei sentimenti: ne esce una sorta di geografia emotiva che, nella fluidità dei versi, rende il testo efficace e vibrante.

tormenti assumono le fattezze delle foglie, la sofferenza si poggia come una piuma: “Reggo le foglie dei miei tormenti/su cui ti adagi leggera”. Nella simbologia, le foglie richiamano il senso della fragilità dell’esistenza e indicano una ciclicità di morte, pur mantenendo un sottile filo di speranza. In questo caso è il verbo reggere a ricondurre alla resilienza di fronte alla frattura interiore.

Con una scrittura tagliente, incisiva, essenziale e chiara, Felicia Buonomo costruisce un’opera originale in cui la poesia è l’ancòra di salvezza, la luce in fondo al tunnel, la cura al male, che non è un male lontano da sé e dagli altri, ma concreto, plurale, condiviso. Pur toccando tematiche del mondo femminile, chiunque può riconoscersi al di là del genere, perché l’angoscia ha radice profonda e prima o poi tocca tutti.

Fa piuttosto male l’indifferenza di chi si volta dall’altra parte e non si sente direttamente coinvolto dalle situazioni. È così che le liriche si riempiono di corporalità: lividi; clavicole; braccia molli; occhi rossi; carne debole; pelle tumefatta. Ogni ferita è un colpo inferto all’umanità e la potenza dei versi è tale da diventare grido che vuole scuotere le coscienze.

L’autrice compie un carteggio con la catastrofe intima, si confronta con l’Io e la sua ombra: è un percorso corale, che abbraccia le molteplici voci di un universo femminile, il tormento viene percepito, superato e rielaborato con la forza espressiva. Ci si salva dall’inferno con la bellezza delle parole.

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CARA CATASTROFE – recensione di Loredana Cilento su Mille Splendidi libri e non solo

CARA CATASTROFE – recensione di Loredana Cilento su Mille Splendidi libri e non solo

Cara Catastrofe,
guardarti è come entrare in scena,
senza aver mai provato la parte.

Cara Catastrofe, la silloge poetica della giornalista Felicia Buonomo, Miraggi Edizioni 2020, si muove in una dimensione ricca di immagini e di assonanze. Sono soprattutto versi ispirati all’universo femminile, all’amore che sempre troppo spesso ne assume un altro volto, quello della violenza e degli abusi, dove la vita delle protagoniste procede per sottrazioni , dove l’amore  viene portato via dall’amore.

Cara-catastrofe-cover
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Felicia sottolinea che molti spunti sono reali, “sottratti”se così vogliamo dire, alla vita, alle storie che ha vissuto come testimone trasferendo i fatti in versi.

Felicia ha tessuto con un grande afflato, armonizzando i vari fili delle storie incontrate e rendendo il lettore partecipe del dolore, della violenza e dei segni che un amore neutralizza l’amore.

E così si incartano le tristezze ordinate alfabeticamente…piegando le inquietudini.

Un amore che si insinua dentro per diventare figlia della paura.

Sono storie dolorose dove anche l’indifferenza ha la sua colpa, donne che vivono il supplizio all’interno delle pareti domestiche e dove le grida si soffocano nel dubbio della colpa, ci si domanda sempre se tutto questo male, la sua fonte mortale risieda dentro quei corpi martoriati dall’amore.

Ogni corpo ferito è il simbolo di un passato violento, di un presente agonizzante e di un futuro incerto.

Nel bene e nel male.
Finché morte – mia,
per mano tua – non ci separi.

I Versi di Felicia mi sono rimasti attaccati dentro, si sono insinuati sottopelle, hanno percorso ogni singolo tratto del mio corpo per arrivare nella parte più recondita della mia anima e sono implosi in un abbraccio catartico.

Valerio Di Benedetto nella sua postfazione a Cara catastrofe scrive:

“Lo amerete questo libro e a Felicia vorrete un bene smisurato, ne sono certo, perché lei è quell’eroe romantico che abbiamo sempre sognato di essere da bambini, una Lancillotto moderna che non ha paura di rompere gli equilibri, i silenzi, di gridare la verità.”

Ed è così…vi garantisco!

La poesia di Felicia è turbamento, è ossessione, è silenzio, è dolore, ma è soprattutto una voce, un grido sussurrato di speranza che purifica il tormento e il dolore.

Felicia Buonomo Dopo la laurea in Economia Internazionale, nel 2007 inizia la carriera giornalistica, occupandosi principalmente di diritti umani. Nel 2011 vince il “Premio Tv per il giornalismo investigativo Roberto Morrione – Premio Ilaria Alpi”, con l’inchiesta “Mani Pulite 2.0”. Alcuni dei suoi video-reportage esteri sono stati trasmessi da Rai 3 e RaiNews24. Successivamente pubblica il saggio “Pasolini profeta” (Mucchi Editore). Del 2020 è il libro “I bambini spaccapietre. L’infanzia negata in Benin” (Aut Aut Edizioni), diario di un reportage giornalistico sullo sfruttamento del lavoro minorile.

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CARA CATASTROFE. L’APOCATASTASI DELL’ANIMO, VERSI COME TESSITURA – recensione di Valeria Bianchi Mian su Oubliette Magazine

CARA CATASTROFE. L’APOCATASTASI DELL’ANIMO, VERSI COME TESSITURA – recensione di Valeria Bianchi Mian su Oubliette Magazine

“La dolcezza violenta di alcuni passaggi ti stordisce come un gancio di Muhammad Ali e tu vai a terra sfiancato senza capire se sei stato appena investito da un tir, o ti hanno solo confessato il più vero di tutti i segreti.”

Cara Catastrofe di Felicia Buonomo
Cara Catastrofe di Felicia Buonomo

Così nella postfazione al libro Valerio Di Benedetto accoglie “l’arduo compito di saper ascoltare, osservare ed essere grati“, e lascia che la silloge di Felicia Buonomo voli “nel firmamento senza l’aiuto di Pegaso” perché lo spirito nei suoi versi “la fa arrivare fino al sole, dove si scotta, si brucia, arde, ma non cade mai, perché non c’è cera a tenere insieme le sue piume, ma versi, immagini, coltellate a tradimento, speranza, umanità, in una sola parola: poesia.”

Rovina: è il sinonimo che mi viene in mente, parola allo specchio riflesso che si fa uguale e contraria all’amore ideale e, giocando ancora a immaginare, fa sì che l’affetto degli amanti diventi eromaSe la catastrofe della poetessa è l’amica interiore alla quale rivolgersi come in un diario, i relitti della storia sono narrazione, frammenti di una relazione. Ed ecco che il risultato è ‘uno fratto’ il bacio tra le macerie, arcano numero VI dei Tarocchi tra pietre ed edera, la coppia archetipica in nigredo nel dipinto di Burne-Jones “Love among the ruins”.

Storia di una co-dipendenza con ritorno a sé” potrebbe essere il sottotesto tesoro nascosto, ed è un racconto che apre i diari segreti di tanti esseri umani, trovando nessi e risonanze nel passato o nel presente degli affetti negati, sviliti, frustati a sangue. Chi non si è innamorata almeno una volta di un narcisista?

La storia di qualsiasi privata Catastrofe si fa universale quando l’annosa questione della sofferenza amorosa non può risolversi mutando aspetto e abito, attraversando il Romanticismo e il Decadentismo, ma trova nella psicoanalisi un salvagente tra le onde per poi lottare e urlare i diritti delle donne e giunge quasi indenne nel ‘qui e ora’ tra violenza domestica e femminicidio e si tuffa nel testo poetico a dire di avere ancora – nonostante tutto – un po’ paura. Nonostante tutto, si va avanti per tentativi ed errori. Verso ipotesi di comprensione e cambiamento.

Catastrofe, cara, dico io, accendi romantiche assonanze. Dona ai lettori risoluzioni drammaturgica (possibile!), il capovolgimento dal rosso al nero, parole vive che mi svelino come l’Appeso dei Tarocchi (carta numero XII) sia impegnato a trasmutarsi in Torre (il Trionfo numero XVI). Ed è una Torre che scoppia e sputa fiamme sopra il paesaggio noto, quella che la poetessa mi porge sopra il piatto d’argento del suo libro.

La poetessa e la sua anima gemella Catastrofe – ormai fattasi Persona sul palco della vita – procedono in carteggio univoco, traccia unidirezionale o ricamo monologo, coinvolte nello stesso sguardo omopsichico.

È incontro e resa dell’Io all’Ombra. Pensando al rapporto tra queste due istanze, non posso scacciare dalla mente la memoria di un’opera che ho amato tanto.

La prosa poetica che abita “La casa dell’incesto” emerge nel ricordo con passo d’acciaio e leggerezza di piume.

È il femminile simbolo dell’Altra-in-se-stessa tra le pagine di Anaïs Nin – seppur distante dal tema chiave del libro della Buonomo, basato su altre storie in altri Diari.

È una pennellata, forse, un tocco leggero di quella stessa casa animica che mi fa annodare il filo al femminile di tutte le epoche, che mi porta a ricongiungere i pezzi sparsi, a rimettere insieme frammenti di sé, voci e volti dell’interiorità.

È un’opera alchemica, indubbiamente. Vedo l’autrice e la sua Catastrofe come la poetessa e la sua Musa, coinquiline della stessa ispirazione.

“Cara Catastrofe,/ guardarti è come entrare in scena,/ senza aver mai provato la parte./ Improvviso, inciampo, goffamente mi rialzo./ E di nuovo inciampo./ Nei tuoi occhi, il mio sold out./ Non c’è spazio per replicare./ E io continuo a improvvisare.”

Felicia Buonomo
Felicia Buonomo

Per soccombere alla propria strada senza lasciarci la vita, l’unica reazione possibile sembra essere quella della poesia. ‘Fare anima’ – Hillman insegna – fare il verso nello spazio di accoglienza del disastro, consapevoli della co-dipendenza dal buio. La Catastrofe, a scavare nella terra nera della psiche, si rivela proiezione sull’Altro. Ed è un Altro-da-sé che si rivela adesso declinato al maschile: “spazio nella linea del mio sguardo,/ uno sguardo/ che aderisce al tuo passo spavaldo.”

L’amato ha le armi idonee per spalancare la porta della Catastrofe, è lui il portatore sano di rovina, è il Trickster, giocatore esperto del giogo che stringe la donna, macchina perfetta creata, sembrerebbe, per donare il male.

“[…] Strano meccanismo attiva il cuore:/ brilla negli occhi senza distinguere/ tra l’amore e il male./ Accorcia il tempo,/ come la fune che mi hai stretto al collo./ Ho sempre pensato che sarei morta di crepacuore./ Ora so che sarà per soffocamento.”

Catastrofe dunque è il segreto mercurio che lega i due nel rapporto stretto, nel laccio del Diavolo dei Tarocchi? Gli amanti tenuti saldamente nelle sue tenaglie sin dall’inizio.

“La mia vita” – scrive ancora la poetessa – “procede per sottrazione./ Coscienza di quella sottrazione uguale: votarsi al martirio.”

E ancora…

“Dormiamo insieme ogni notte/ ma è nella crepa che dovrai recuperarmi./ Fai piano, che anche la luce è dolore,/ dopo la culla di un buio così violento.”

La Catastrofe conduce il lettore al centro, là dove sta l’amore come dismorfia ed è l’amore indifferenziato tra L’Io e l’Altro il modus amandi perfetto per annullare L’Io. Si procede dal nero all’albedo immersi nella carne della violenza collettiva contro le donne, nella sottomissione, oltre la tirannia, raschiando il fondo della dipendenza affettiva conosciuta da migliaia di esseri umani tra Eros e Thanatos.

Come ho già scritto altrove: “La poetessa canta un canto universale, una musica di sfiducia che diventa possibilità di ricostruzione.”[1]

Sempre che sia il calvario a condurre alla resurrezione.

“Mi ricordi che anche il figlio di Dio/ è fatto di carne che sanguina e muore./ E che nessuno aspetterà, per me,/ il terzo giorno.”

E poi? Ancora. Oltre.

“Jessica dice che mi aiuterà/ e che non sono sola./ Quando vado a farle visita/ non la guardo mai negli occhi./ Ogni visita la concludo così:/ «Jessica, è colpa mia?».”

La poetica della cura, forse, ci potrà donare la risposta. Nel frattempo, Psiche procede sola, si riconosce individuo tra le proprie ferite, alla ricerca del Dio che si è allontanato.

QUI L’ARTICOLO ORGINALE:

https://oubliettemagazine.com/2020/04/27/cara-catastrofe-di-felicia-buonomo-lapocatastasi-dellanimo-versi-come-tessitura/