Pellicani figlio si presenta dopo 20 anni alla porta del padre. Non si vedono da quel giorno in cui lui se n’è andato sottraendo al genitore i risparmi che erano in casa.Pellicani arriva e trova un caseggiato disabitato e in rovina, l’unico appartamento ancora abitato sembra essere proprio quello di suo padre, ma al suo interno non trova il genitore, ma un vecchio paralitico, immobilizzato a letto e assistito quotidianamente da una donna, che ogni mattina lo nutre, si occupa della sua igiene e del lavaggio della biancheria.Fin qui tutto normale, tutto plausibile, tutto verosimile, vero?E invece no, non è così. Pellicani figlio racconta in prima persona ogni suo movimento e ogni suo pensiero, ed è così che ci accorgiamo che siamo all’interno di una mente allucinata, che siamo nella mente di un Don Chisciotte al contrario.Un eroico renitente, che con fierezza critica e si sottrae alla società, che non riconosce il padre in quel vecchio paralitico, che vede in ogni gesto umano, in ogni oggetto inanimato intorno a lui, un qualche messaggio diretto a lui, un giudizio, un rimprovero, che lui, da renitente, rifiuta.L’allucinazione è la realtà in cui Pellicani si muove, portando i suoi gesti al grottesco e crudele, verso se stesso e verso il padre, in nome di quel rifiuto della società che lo anima.È un romanzo esilerante, eppure scioccante e doloroso. Sergio La Chiusa è geniale e senza remore varca i limiti del verosimile e del moralmente accettabile, con una capacità narrativa e di pensiero che generano nel lettore un’empatia disturbante.
Stando agli ultimi dati dell’AIE (associazione Italiana Editori), i libri pubblicati nel 2019 sono stati più di 78mila. Una giungla di carta all’interno della quale ci si orienta a fatica. Anche perché i colossi dell’editoria (e non solo) strizzano sempre meno l’occhio alla letteratura e preferiscono affidarsi ai prodotti editoriali, possibilmente partoriti dal personaggio di turno, la cui durata nel tempo, a dispetto del clamore socialmediatico che sono soliti suscitare, è paragonabile a un battito di ciglia.
Insomma, non è facile scovare qualcosa di interessante. Ecco perché vale la pena parlare de I Pellicani – Cronaca di un’emancipazione di Sergio La Chiusa, edito da Miraggi (186 pag., 17 euro). Un romanzo sorprendente e gustosissimo, che prevede molteplici livelli di lettura ed è intriso di quello spessore letterario che è lecito attendersi da uno scrittore. E La Chiusa lo è, non c’è dubbio: la sua parola è levigata e venata di elegante umorismo. Elementi peraltro propizi al suggestivo teatro dei paradossi da lui allestito, che rifugge da qualsiasi pretesa di linearità. A cominciare dai Pellicani, che non hanno niente a che vedere con i volatili che tutti conosciamo. Qui abbiamo invece a che fare con due uomini misteriosi (padre e figlio? forse sì, forse no, ma poco importa), che, dopo vent’anni e vecchie ruggini, si ritrovano quasi magicamente in un tempo e in un luogo indefiniti. Uno, il Pellicani-giovane, ha le fattezze di un bizzarro figuro lontano parente dei dannati di Dostoevskij; l’altro, il Pellicani-anziano, è un ottantenne paralitico bisognoso di cure che si trascina stancamente al pari del vecchio stabile in cui abita e che lo ha incatenato a una triste solitudine.
L’incontro tra i due è il detonatore di una commedia dell’assurdo sapientemente congegnata dai pensieri ad alta voce del Pellicani-giovane, che si diverte con la realtà come Vitangelo Moscarda in Uno, nessuno e centomila di Pirandello fa con il suo io: scompone, ricompone, trasfigura ciò che vede, quasi travolge il lettore con il suo torrenziale flusso di coscienza. E noi non possiamo far altro che star dietro ai suoi soliloqui tragicomici, ma senza illuderci di trovare le giuste corrispondenze tra ciò che è e ciò che appare. Perfino l’evidente asimmetria tra i due personaggi (l’invadenza del Pellicani-giovane fa da contraltare alla remissività del Pellicani-vecchio) si risolve lentamente in un enigmatico gioco di specchi, che si nutre di visioni degne di Sorrentino e lascia intravedere una bizzarra crociata in nome dell’emancipazione di entrambi.
Eppure, mentre ondeggiamo tra sogno e realtà, ci risulta difficile prendere le parti dell’uno o dell’altro. Forse perché i Pellicani sono solo due simpatici inetti a vivere che non si vergognano della loro condizione. O forse perché la stanza in cui si consuma tutta la storia è il palcoscenico con cui, volenti o nolenti, tutti noi dovremo prima o poi fare i conti per sbarazzarci delle nostre paure più profonde.
Il romanzo, finalista alla XXXII edizione del Premio Italo Calvino, è un bijou anche dal punto di vista tecnico, tanto da meritare la “Menzione Speciale Treccani 2019” per l’originalità linguistica e la creatività espressiva. Quello di La Chiusa, infatti, è un esempio ben riuscito di prosa poetica, che mette in vetrina un linguaggio curato nei minimi dettagli e assai distante dalle banalizzazioni con cui vengono imbanditi certi best sellers. Un piccolo poema sul senso della vita capace di trasformare l’apparente fuga dal mondo delle sue creature in un coraggioso atto di ribellione pirandelliana nei confronti della società e delle sue forme statiche.
Ma il lunghissimo monologo del giovane Pellicani, interrotto da scenografici squarci onirici e oscure presenze quasi kafkiane, è anche la cronaca di una convivenza mancata che prova disperatamente a ritrovarsi, anche se nel farlo è essa stessa una nuova impostura. Dieci e lode all’autore. Raramente infatti, per utilizzare le parole di Giulio Mozzi, “la lettura di un romanzo dà tanto piacere per la scrittura in sé”. Senza contare che qui, come del resto lo stesso critico suggerisce, c’è anche altro. Molto altro.
Quando la potenza della scrittura e la fantasia si coniugano nascono questi gioielli. Il libro inizia con una sorta di vademecum che è preambolo ai capitoli e un elenco di nomi -Cerca di ricordarti.
Conosciamo Berg che è un bambino che va alla scuola materna, non va affatto volentieri. Lui non è un bambino e basta è: goffo, distratto, impreciso, stupido, bambino parentesi, maldestro incompreso, intermittente e ha tanti nomi tutti inventati così come inventata è la sorella con la quale discute come fosse sempre con lui, assumendo le forme di oggetti vari a lui preziosi, ed ha le sue “copertine “ come Linus ma non sono copertine.
“Ho tre anni e la vita sta diventando difficile……”
E a tre anni trova la radio noiosa e comincia il suo ritornello “ mamma, comprami GIRADICCHI! Io DICCHI…..” Comincia da piccolo ad amare la musica che insieme alla fantasia e ai tratti della sua personalità non l’abbandoneranno mai.
E con questo bagaglio già così pieno fin da piccolo affronterà la vita, con delle difficoltà ogni volta diverse e uguali con cui fare i conti. La madre insegnante, il padre con un maggiolino giallo a pois rosa. I nonni di mare e quelli di città. Con ognuno crea un rapporto unico, con qualcuno anche speciale e sarà la nonna di mare quella con la quale vivrà esperienze di complicità e amorevolezza e che lo porterà un giorno anche a crescere più in fretta e a scoprire l’inutilità del dolore.
Lo troviamo tra i ragazzi dell’orario alla scoperta di se e degli altri, a volte impacciato o timido, “la prima ombra di barba … la barba fu un piccolo trama “, a 16 anni Amanda “ era come arrivare impreparati ad una interrogazione”.
Con “ gli amici della panchina “ a parlare della passione comune: LA MUSICA , forse l’amore suo più grande, quello che non è mai svanito. La musica diversa da quella che ascoltavano gli altri “stavo sviluppando una curiosità maniacale e bulimica “. Sopra un treno per andare a pranzo dalla nonna di mare durante il periodo del servizio militare, vicino casa di nonna, che buttava la pasta quando vedeva il treno passare dal balcone.
E in crescendo a fare per un periodo il commesso in un negozio di dischi e poi in un’altra città e un’altro amore e… Con salti temporali tra un capitolo e l’altro e tanti rimandi in cui la vita del bambino, ragazzo, adulto è un vortice che assorbe tra fantasia e realtà e tanta tanta umanità.
È un racconto ironico, pieno di tenerezza di malinconia di una vita unica e speciale che appassiona dalla prima pagina.
E non finisce con l’ultima pagina del libro ( pag 665), perché c’è una playlist di tre pagine da sentire
“ per chi ha paura della fine, del silenzio, ovvero l’inutilità del dolore ……………..Se vuoi farne parte ti serve un suono “.
Non è facile recensire questo libro perché c’è tanto da dire, può essere solo letto. E merita di essere letto, si cresce insieme al bambino intermittente e a volte ci si scopre intermittenti , quasi come lui.
Chi sono i Pellicani? Sono realmente ciò che appaiono nelle prime pagine? Vi è una specie di burla e di ricerca d’identità all’inizio del romanzo di Sergio La Chiusa, “I Pellicani” edito da Miraggi edizioni. Un racconto che è arrivato finalista al 32° Premio Calvino con la Menzione Speciale Treccani. Alla maniera di Dino Buzzati, un giovane con la valigetta va a trovare un anziano paralitico in un palazzo fatiscente. Sulla carta, lui dovrebbe essere il giovane Pellicani, e l’anziano suo padre. Ma già dalle prime battute il vecchio non viene riconosciuto, se non che per il naso. “Che ci faceva un tale relitto in casa di mio padre? Come si permetteva di occupare il suo posto?“. Si presenta tutto come un equivoco al lettore, il quale non è certo più di nulla. Una storia vaga, priva di collocazione geografica, di limiti spazio-temporali. Non vi sono nomi propri e vi è un dialogo non dialogo, direi “muto” tra figlio e padre. Kafka e Landolfi vengono evocati in ogni dove con una scrittura allucinata e aliena. Un monologo che non finisce e che avvolge il lettore imbrigliandolo in un vortice di supposizioni, ripetizioni, ipotesi e convinzioni.
Un fiume di parole che denuncia un’inerzia dell’uomo moderno che anela a dominare gli esiti della civiltà. La Chiusa crea mondi inesplorati e al contempo riflessi nel presente, forse all’avanguardia rispetto al patrimonio letterale attuale. Abbiamo una certa etica del corpo che appare certamente al centro del romanzo. Non è solo uno, ma due di cui uno è in movimento e l’altro immobile rinchiusi dalle parole in uno spazio ristretto di un appartamento.
“I Pellicani appaiono come eredi di un teatro di Beckett”, ove personaggi sono costituiti di flussi torrenziali di parole e la cui vecchiaia perde il suo colore e la sua identità nell’infanzia e nel nulla. Tutto il romanzo è pervaso inoltre da un torpore, da una stanchezza fisica e mentale che non permette di raggiungere la verità più intima delle cose.
Nel cortiletto della libreria Milton sono tornate a risuonare le voci dei libri grazie al coraggio di Carlo, Serena e della casa editrice Miraggi. È stato presentato Il bambino intermittente: diretta streaming e firma copie per i lettori di Luca Ragagnin, già candidato allo Strega 2019 con Pontescuro (proposto da Alessandro Barbero). Torinese, dotato di estro poliedrico, dopo aver esordito come poeta negli anni ’90 (vincendo il premio Montale) Ragagnin ha proseguito come autore di romanzi, racconti, testi teatrali e canzoni (anche per Mina, Antonello Venditti e Subsonica). Nella sua ultima opera ha racchiuso le memorie di una vita.
Com’è nato il romanzo?
«Quattro anni fa, mentre stavo scrivendo altre cose, ho sentito l’esigenza di raccontare un periodo abbastanza lungo della mia vita di Berg, personaggio che in qualche modo mi appartiene. Con molto pudore potremmo definirlo un romanzo di formazione: in fondo si segue la crescita di Berg, nome principale del protagonista che nel libro ne assume diversi altri. Una delle sue caratteristiche più importanti, comune a tutti i bambini, è una sorta di esubero di fantasia, per cui vive le sue esperienze e i fatti che gli capitano stravolgendoli. Di solito lo scarto che si crea tra la sua interpretazione e la realtà è buffo e divertente. Manterrà la caratteristica fino all’età adulta, producendo una serie di eventi agrodolci, che sono un po’ la mia cifra stilistica».
Chi è il bambino intermittente?
«L’intermittenza riguarda i pensieri di Berg sul mondo, le persone, i bambini che incontra all’asilo, poi a scuola, all’oratorio, poi anche nella vita adulta, durante il primo scontro-incontro con l’altro sesso, ma anche le problematiche sociali che gli si presentano quando è adolescente, dato che ci troviamo alla fine degli anni ’70. Nel romanzo si attraversano gli anni di piombo, delle droghe, fino ad arrivare alla data simbolica dell’11 settembre 2001, che rappresenta la morte dell’Occidente. Con questo disincanto e intermittenza, Berg vorrebbe agire, fare, collocarsi nel mondo, ma poi finisce spesso per fare l’opposto».
Con quale approccio hai ricostruito quel periodo?
«Ho cercato di ricordare il mio passaggio in quegli anni, Berg è un po’ un mio coetaneo (leggermente più giovane), è un bambino e poi un adolescente che ha pochi mezzi conoscitivi, come pochi ce n’erano in quegli anni. Non capisce, chiedi lumi a sua madre che è una professoressa e che ha a che fare anche con ragazzi problematici. In fondo i terroristi che incontra sono appena più grandi di lui, ma sono irraggiungibili per la sua comprensione. Neanche la madre ha delle risposte, cerca solo di approntare delle difese, mettendogli dei divieti minimi per evitare rischi (no treni, no mezzi pubblici, no manifestazioni)».
Il tuo romanzo precedente aveva un aspetto favolistico. Hai mantenuto anche qui quel tipo di narrazione?
«In questo libro lo scopo principale è preservare la memoria, per quanto aberrata dalle caratteristiche del personaggio che l’attraversa. In pandemia a malapena ricordiamo un mondo che è scomparso 15 mesi fa, immagina lo sforzo per ricostruire il mondo degli anni ’70 e ’80, anche nel modo di vivere la gioventù in una città industriale con pochi spazi».
Che rapporto hai con le Langhe e i suoi scrittori?
«Un rapporto stretto. Ci vengo spesso. Considero Milton di Carlo Borgogno una seconda casa. Con Enrico Remmert abbiamo scritto per Laterza L’acino fuggente, una scorribanda nei territori del vino tra cui soprattutto il Roero e la Langa. Gli scrittori come Pavese, Fenoglio, Lajolo li ho amati e li apprezzo molto, ma vorrei citare anche Marco Giacosa, che è originario di qui e ha appena pubblicato lo splendido Langhe inquiete».
Ragagnin: «La mia Torino degli anni 70 e 80, vista con occhi di bambino»
Lo scrittore Luca Ragagnin da bambino
«Berg sono io? Ha delle parti di me, un po’ come sempre. Ci sono degli elementi del mio vissuto, sicuramente, e poi c’è l’innesto dell’invenzione». È la prima intervista di un Luca Ragagnin super eccitato per l’uscita dell’ultimo suo romanzo, Il bambino intermittente, il primo aprile in libreria con Miraggi. Quasi 700 pagine di una storia cui ha dedicato molto tempo (l’ha cominciato un anno dopo la morte della mamma nel 2014) e che non definisce «un romanzo di formazione, per pudore» ma che a conti fatti lo è. Berg è figlio unico di genitori separati, la mamma è professoressa e il papà lo porta in giro su un maggiolino giallo a pois rosa. Ha dei nonni fantastici e un’immaginazione che lo porta a essere sempre qualcuno di diverso. S’inventa una sorella immaginaria e con l’amico Paul vive le scorribande notturne ed esoteriche in una Torino tanto riconoscibile quanto mai pronunciata. Ci sono le bombe dei terroristi, l’oratorio, l’adolescenza, l’età adulta, Dio che cerca e perde in una mensa e tutte le sue epoche. Intermittenti, come quelle di ognuno di noi.
Il romanzo finisce l’11 settembre 2001. Come mai? «È una data di stop. La storia è diacronica, ci sono salti temporali avanti e indietro, la memoria non è lineare e il romanzo vuole preservare quella che attraversa gli anni 70, gli 80, i 90. Anni particolari, per l’Italia e per Torino, visti con gli occhi di un bambino».
Com’era quella Torino? «Ricordo l’eroina. I grandi corsi alberati, le panchine nei controviali con questi corpi che sembravano statue e la siringa piantata nel braccio. E il terrore che provavi quando stavi fermo alla fermata del pullman, le borse abbandonate sul treno. Un mondo di sensazioni che andavano preservate».
Come si scrive con lo sguardo di un bambino? «Ho trovato la mia voce di allora. Mi sono cercato. È stato un lavoro di scavo capillare, soprattutto nel decennio dei 70. Ci sono i bambini, quelli ritrovati nelle fotografie in casa, andavamo all’oratorio che era uno spazio protetto mentre fuori scoppiavano le bombe. È stato commovente e feroce, perché è uno scavo nella terra dei morti, quel bimbo non c’è più».
Non è triste pensarla così? «L’idea era tracciare una netta linea di demarcazione che mettesse al sicuro qualcosa che il tempo ha sgretolato. Come dire: “Eccoti qui, ti ho ricostruito e ti tengo al sicuro in cassaforte. E non ti guardo più”. C’erano cose sulle quali mi premeva scrivere un punto finale».
Come si sente ora? «Come uno che è emerso da una lunghissima apnea senza bombole. Che guarda oltre quella linea di demarcazione e vede una vita intera. E passare dall’altro lato è bellissimo, ma oltre dove? Ho finito le mie indagini. L’orizzonte è nebuloso ma c’è un gigantesco cosmico tergicristallo».
Il Maggiolino a pois c’era davvero? «Era giallo e i pois rosa erano dell’antiruggine. A sette anni mi vergognavo tantissimo, se ci ripenso adesso era una figata pazzesca».
L’amicizia è un tema forte. «Quando ero un ragazzo in città non c’era niente da fare. Ci si ingegnava, si bighellonava inventandosi cose. Berg ha Paul (che è ispirato a Max Casacci, ndr) per condividere le scorribande notturne nei locali affossati nella nebbia. Ci sono personaggi che ricordano Mixo, Gigi Restagno…avventure in una città dormitorio alla ricerca anche di suggestioni esoteriche. Si intrippano di un bellissimo libro, Il mattino dei maghi, e cercano magie in giro per le strade».
Alla fine Berg si risolve? «Riesce a ricomporre l’iridescenza che lo accompagna e a diventare adulto tenendo dentro la sua parte variopinta. Penso che faccia anche sorridere. È un bambino che con la sua forza incespica davanti al muro della realtà e le cose non tornano, ma trova il modo di armonizzarle».
C’è un personaggio secondario particolare, vero? «È al Metropolitan, un posto che stava in via Gioberti. Si chiama Luca Ragagnin, beve e manda tutti a fanculo».
Andrea Ferro è nato a Udine nel 1965, ma all’età di tre anni ha perso i genitori in un incidente stradale, quando la loro automobile è finita dentro al lago di Levico in circostanze mai ben chiarite. Rimasto orfano, è vissuto con i nonni paterni che hanno seguito la sua strana curva vitale, trasformatasi da infanzia in adolescenza per poi lasciarlo andare. A quasi cinquant’anni vive a Torino, dove lavora come assistente universitario, collaborando anche con una casa editrice e suonando ogni tanto musica country in un piccolo pub della periferia. La sua vita prosegue in precario equilibrio, seguendo un filo che sembra doversi spezzare a ogni passo. Al ricordo del funerale dei suoi genitori si mescolano immagini e musiche di vecchi film, il passato si confonde con la finzione per lui che “vissuto nella voragine della loro assenza”, mentre il suo cervello continua a girare a vuoto, proprio come un funambolo che non riesce più ad andare né avanti né all’indietro. Qualcosa si smuove quando, avvisato telefonicamente dall’infermiera personale di sua nonna Antonia, Ferro viene richiamato improvvisamente a Udine a causa dell’aggravarsi delle condizioni dell’anziana donna. Il ritorno in città rischia di essere la pietruzza che smuove i primi macigni di una valanga che potrebbe diventare incontrollabile. Complici anche la lettura di uno strano manoscritto inviatogli dalla casa editrice, l’intenso scambio di mail con l’autore che diventa una sorta di ossessione e il complicato e spinoso rapporto con le donne, a cominciare da Silvia, una ex fidanzata dalle molte ombre troppo simili alle sue. Tornano a galla i trascorsi politici dei suoi genitori, la loro implicazione con la strage di Peteano del 1972, di matrice politica di estrema destra, e il conseguente tentativo di depistaggio che ne seguì e, di nuovo, le cause che portarono all’incidente mortale nella quale la loro auto finì nelle acque del lago…
Il 31 maggio 1972 a Peteano, una piccola frazione della provincia di Gorizia, una carica esplosiva posta all’interno di un’automobile provoca la morte di tre carabinieri. L’attentato è opera dell’estrema destra e uno degli esecutori materiali della strage, Vincenzo Vinciguerra, in un’intervista lo indica come il momento in cui i membri eversivi della destra radicale si rendono conto di essere manovrati dallo Stato. È il momento in cui si rendono conto anche che la rivoluzione fascista e la Repubblica sociale non sarebbero mai potute tornare. Ciò che invece nonna Antonia era certa sarebbe accaduta. E cioè che “la purezza di un’idea diventa realtà attraverso la forza”. Concetto ripetuto all’infinito al piccolo Andrea Ferro e che ha macerato dentro di lui senza però mai mettere vere radici, ma tormentandolo e uscendo dall’armadio come uno scheletro il giorno in cui Andrea fa ritorno a Udine. La città che lo ospita è perennemente grigia, piovosa, così come la casa buia di Antonia che lo trattiene umida e silenziosa. Predominante per il lettore, la sensazione di straniamento provocata dall’incontro di Ferro con Luca Quarin, che gioca ad essere al tempo stesso personaggio e autore, innescando una sorta di cortocircuito che lo fa saltare come un pesce fuori dall’acqua tra finzione narrativa e cronaca politica nera riportata all’interno del racconto con stacchi improvvisi. La medesima sensazione si prova leggendo il romanzo d’esordio di Luca Quarin, Il battito oscuro del mondo, uscito nel 2017 per Autori Riuniti. Sebbene le tematiche siano diverse, alcuni rimandi sono però comuni, come i riferimenti al Moby Dick di Melville che torna anche in di sangue e di ferro nel quale l’obbiettivo sembra quello di costringere il lettore, con le buone o con le cattive, a riprendere in mano un periodo buio della politica e della società italiane, concentrando il focus su quell’avvenimento tragico accaduto negli anni Settanta nella provincia friulana alla quale anche Luca Quarin appartiene. Indubbia la capacità dell’autore di evitare che il filo conduttore della storia si spezzi, poiché la lettura non risulta immediatamente semplice ma necessità di pause, di tornare sui passi appena percorsi per ripensare e riprendere di nuovo ciò che si era appena letto, come se la paura fosse quella di poter perdere qualcosa di importante lungo il cammino.
La storia di un uomo dall’infanzia all’età adulta: una linea retta che spesso ha fatto da architrave a romanzi e film. Infrange completamente le regole di questa geometria Luca Ragagnin, che in Il bambino intermittente propone una biografia sminuzzata in piccolissimi tasselli e li rimescola in un libro componibile à la Cortázar, esperibile nell’ordine scelto dal lettore. Il gioco letterario non è gratuito: se la biografia di ogni uomo è una ricostruzione parziale elaborata a posteriori, perché non assecondarne la natura segreta, ludicamente ipotetica? (g.s.)
Jack, Malcom e Palmiro, i tre amici e personaggi principali di questo romanzo, sono tre anime un po’ a disagio in un mondo che non è proprio a loro consono, senza sapere bene il perché. Il primo è un poeta che rifugge la celebrità e i luoghi anche poco affollati, che rincorre una donna in rosso, finendo per sfinirsi e perdersi nei fumi dell’alcol, il secondo un musicista di un certo tipo di musica, che riesce ad avere “un parco di donne” sempre disponibili, ma per sopravvivere lavora in una ditta che installa gabinetti, che non disegna l’alcol.Palmiro un liutaio, “ puro “ , che costruisce i suoi strumenti con i legni e le vernici più nobili “Stradivari docet”, una passione di amore ossessivo per i suoi manufatti che protegge con assoluta devozione tanto che rinuncia a venderli per non farli contaminare da mani che possono sporcarli, graffiarli o anche non in grado di suonarli. Aggiusta con dovizia non richiesta strumenti ( alcuni non meritano manco di essere aggiustati) e così rinuncia anche ad un bel guadagno. Ogni chitarra con tanto di griffe “Palm “ ha un nome. Un amore finito, o forse no. Nemmeno lui disdice l’alcol ma è più forte il richiamo di certi “ funghetti “ di cui la valle vanta dai tempi dei Camuni per chi li sa trovare, e lui sa. Tutti e tre della Val Crodino, una montagna che ancora permette un ambiente incondizionatodalla tecnologia, dove sembra a volte che il tempo si sia fermato .Il loro ambiente naturale, dove trovare anche quel senso di pace, che a volte sta stretto, ma da cui è anche difficile fuggire.Vivono tutti e tre un po’ alla giornata, come sospesi in questa valle. Ed è alla scoperta di un luogo particolare della valle, dove Palmiro ha letto di uno strano personaggio che in un antro particolare abita, che Palm riesce a convincere gli amici ad avventurarsi. Ed è l’avventura, dopo la caratterizzazione dei personaggi che completa il romanzo. È una bella storia, tra il serio e il faceto, che nasce dall’amore vero per la montagna in tutte le sue declinazioni, la Val Crodino non manca di nulla, le meraviglie che la natura offre a chi sa apprezzare ed i suoi tesori nascosti. Tre uomini e una valle che sono riusciti a non rovinarsi il sabato.È un libro molto interessante e molto divertente, la scrittura ironica ma anche ricca di riferimenti tutt’altro che inventati, ne fanno un bel romanzo. Non c’è niente di scontato , si ride, ma c’è molto da riflettere. Consiglio di leggerlo.
“Uno di noi” di Daniele Zito finisce di diritto nella shortlist dei libri migliori letti nel 2021 (il libro è stato pubblicato nel 2019). Non c’è nulla che possa farmi cambiare idea. Anzi, dirò di più, Zito mi sembra una di quelle persone capaci di dare il meglio di sé in più di un campo. Ho avuto modo di leggerlo anche nel suo romanzo d’esordio “La solitudine di un riporto” edito da Hacca edizioni e anche in quel momento ricordo di essermi lasciato andare alla lettura con enorme soddisfazione.
“Uno di noi” è uscito per Miraggi Editore, una casa editrice di Torino che ormai lavora su più fronti. Pubblica romanzi, racconti, fumetti, poesia; pubblica italiani esordienti e affermati e inoltre pubblica anche letteratura straniera, con un occhio di riguardo all’est europeo. Le loro edizioni sono elegantissime e fanno sempre una gran figura.
“Uno di noi” però è un libro che non posso far rientrare in un’unica categoria tra quelle menzionate poco sopra. La storia che racconta è quella di una serata andata male. Un gruppo di amici, dopo aver perso l’ennesima partita di calcetto, decidono di dare alle fiamme una baraccopoli. Purtroppo per loro, come se non fosse già grave questo gesto violento e ignorante, il loro operato non si limita a bruciare vecchi materassi e spazzatura, ha un impatto potente anche sugli abitanti della baraccopoli, ma non entro nei particolari altrimenti vi rovino la lettura.
Cos’ha dunque di speciale questo libro? Zito utilizza, come forma espressiva, il verso. Si tratta, a mio modo di vedere, di una costruzione molto simile alla tragedia greca, con un coro che fa da controcanto alla voce dei protagonisti; un coro che si insinua in tutti gli anfratti della storia e la esplora riempiendola di sé. La forma di “Uno di noi” è questa dunque, una forma classica, che potremmo anche definire antica, che però riesce a dare l’abito perfetto per la storia che viene raccontata. L’effetto che provoca è straniante, da un lato la forma guida l’occhio, ma a conti fatti a volte si ha l’impressione di avere davanti un racconto, una novella.
Il tasso emotivo di questo libro è molto alto. La voce dei protagonisti che provano ad analizzare ciò che hanno fatto è straziante, inoltre, nei commenti di chi definisce “bravata” ciò che a tutti gli effetti è una tragedia, mi sembra di notare l’essenza putrida e nauseante di molte della chiacchiere che sento anche io al bar o in treno.
Non c’è molto altro che possa dire di quest’opera di Daniele Zito, se non che vi consiglio di leggerla vivamente.
Daniele Zito è nato a Siracusa, vive e lavora a Catania. Collabora con L’«Indice dei libri del mese» e «Che fare». Ha esordito nel 2013 con La solitudine di un riporto (Hacca). Il suo secondo romanzo, Robledo (2017, Fazi) è stato pubblicato anche in Francia. Nel 2018 ha pubblicato: Catania non guarda il mare (Laterza Contromano).
I Pellicani di Sergio La Chiusa è un romanzo che racconta la storia di ribellione al mondo dei Pellicani, padre e figlio che in risposta all’invadenza delle aspettative della società si ritirano in casa come unici inquilini di un immobile pericolante.
Avevo l’impressione di essere penetrato in un mondo in cui ero il solo sopravvissuto e ciò mi dava una certa importanza agli occhi degli altri.
Un quarantenne, che si definisce un renitente, è appena stato licenziato dall’azienda in cui lavorava come venditore. Una sera decide di tornare a far visita al padre che non vede da diversi anni e fingersi realizzato facendo sfoggio di un completo grigio topo e una valigetta. In realtà il vestito è sgualcito e la valigetta contiene articoli di cancelleria sottratti all’azienda e una mutanda di ricambio per gli appuntamenti importanti.
La situazione che trova non è quella che si aspetta. Il padre, che ricorda come un uomo sempre in movimento e impegnato in piccoli lavoretti di casa, ora vive in un appartamento in stato di abbandono, è molto invecchiato e sta sempre a letto. Il figlio non è sicuro che si tratti del padre, ma nell’uomo riconosce chiare fattezze di famiglia e di sé, nel dubbio lo definisce a volte paralitico, a volte Pellicani e raramente papà.
Il punto debole di Pellicani era l’immobilità, per cui risultava sempre reperibile.
Lo stato della casa e la situazione di vita di Pellicani creano una curiosità morbosa nel figlio, l’idea iniziale di essere solo di passaggio diventa per uno stabilirsi con l’intento di favorire l’emancipazione dell’anziano signore. Convinto che l’uomo si crogioli troppo nell’accidia, il figlio escogita una serie di stimoli per rendere Pellicani indipendente dalle cure della donna di servizio, dalla televisione e persino dal letto e dal cibo.
L’unica lucidità nel figlio pare essere l’accanirsi nel suo piano assurdo di rianimare l’iniziativa di Pellicani, tutto il resto invece è avvolto da dubbi e sospetti: a volte si sente in una rappresentazione teatrale di un regista occulto, la casa in rovina sembra il labirinto della sua mente confusa e l’anziano signore lo specchio del suo immobilismo. Chiudersi in casa e cercare di prendere le distanze da un alter ego impotente pare l’unica risposta dei Pellicani all’insistenza con cui il mondo esterno continua a proporre in loop il sapersi reinventare e l’essere sempre in movimento.
Io stesso avevo sopravvalutato il movimento. Ridacchiavo da solo, completamente soddisfatto della conclusione dei mei ragionamenti.
Jack, Malcom e Palmiro, i tre amici e personaggi principali di questo romanzo, sono tre anime un po’ a disagio in un mondo che non è proprio a loro consono, senza sapere bene il perché. Il primo è un poeta che rifugge la celebrità e i luoghi anche poco affollati, che rincorre una donna in rosso, finendo per sfinirsi e perdersi nei fumi dell’alcol; il secondo un musicista di un certo tipo di musica, che riesce ad avere “ un parco di donne” sempre disponibili, ma per sopravvivere lavora in una ditta che installa gabinetti, che non disegna l’alcol.
Palmiro un liutaio, “ puro “ , che costruisce i suoi strumenti con i legni e le vernici più nobili :“ Stradivari docet “, una passione di amore ossessivo per i suoi manufatti che protegge con assoluta devozione, tanto che rinuncia a venderli per non farli contaminare da mani che possono sporcarli, graffiarli o anche non in grado di suonarli. Aggiusta con dovizia non richiesta strumenti ( alcuni non meritano manco di essere aggiustati) e così rinuncia anche ad un bel guadagno. Ogni chitarra con tanto di griffe “Palm “ ha un nome. Un amore finito, o forse no. Nemmeno lui disdice l’alcol ma è più forte il richiamo di certi “ funghetti “ di cui la valle vanta dai tempi dei Camuni per chi li sa trovare, e lui sa.
Tutti e tre della Val Crodino, una montagna che ancora permette un ambiente incondizionato dalla tecnologia, dove sembra a volte che il tempo si sia fermato. Il loro ambiente naturale, dove trovare anche quel senso di pace, che a volte sta stretto, ma da cui è anche difficile fuggire. Vivono tutti e tre un po’ alla giornata, come sospesi in questa valle. Ed è alla scoperta di un luogo particolare della valle, dove Palmiro ha letto di uno strano personaggio che in un antro particolare abita, che Palm riesce a convincere gli amici ad avventurarsi. Ed è l’avventura, dopo la caratterizzazione dei personaggi che completa il romanzo. È una bella storia, tra il serio e il faceto, che nasce dall’amore vero per la montagna in tutte le sue declinazioni, la Val Crodino non manca di nulla, le meraviglie che la natura offre a chi sa apprezzare ed i suoi tesori nascosti. Tre uomini e una valle che sono riusciti a non rovinarsi il sabato. È un libro molto interessante e molto divertente, la scrittura ironica ma anche ricca di riferimenti tutt’altro che inventati, ne fanno un bel romanzo. Non c’è niente di scontato, si ride, ma c’è molto da riflettere.
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