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L’EDOnista – recensione di Angela Vecchione su Exlibris20

L’EDOnista – recensione di Angela Vecchione su Exlibris20

Francesca Angeleri e Alessandra Contin

Scrivere un libro a quattro mani non è semplice, vale per i saggi, per i testi divulgativi. Se parliamo di romanzi la faccenda si complica: incastrare pezzi di storia servendosi di approcci e sensibilità creative diverse. Una sfida. Quando poi la voce narrante è addirittura quella del protagonista sembra quasi impossibile. Se non sacrificando coerenza di stile e credibilità. La voce è la voce.

Invece ci riescono benissimo Francesca Angeleri e Alessandra Contin con L’EDOnista, pubblicato da Miraggi. Angeleri è giornalista freelance e collabora con numerose testate tra cui Il Corriere della Sera e Donna Moderna; Contin è esperta di cultura videoludica e scrive per La Stampa, compare in molte antologie e quaderni di “games studies”. Mondi diversi che in questa riuscita prosa trovano sintesi.

L’EDOnista appunto. Il protagonista è Edo, giovane, bello e dannato di famiglia torinese molto agiata. Casa in collina, servitù, padre fedifrago e madre che nel botulino e nelle fughe solitarie dalla città trova riparo e motivo per andare avanti. Un copione già scritto tante altre volte. Eppure ogni volta diverso.

Quelle del protagonista sono giornate fotocopia, studio, locali, droga, sesso, tutte irrimediabilmente accomunate da una apatia disarmante, che cela rabbia. Pronta ad esplodere e trovare la sua canalizzazione nel padre, dal quale il ragazzo vorrebbe affrancarsi sapendo in realtà di assomigliargli inevitabilmente.

Edo ha tante relazioni, donne quasi prive di identità, non fosse per Viola, sua compagna sin dall’asilo verso la quale nutre qualcosa di simile all’amore. Tutte le altre, alle quali riserva il nomignolo di “Disturbia” e un sostantivo che le differenzia, hanno il comune denominatore della magrezza, aspetto per lui irrinunciabile.

Colpisce che la voce narrante, così egocentrica e in qualche modo sprezzante del mondo femminile alla quale si rapporta, sia frutto dicevamo non di una ma ben di due donne, che si sono alternate nella stesura dei capitoli del romanzo. Il risultato è credibile e, sebbene le due in diverse interviste si siano dette diametralmente opposte nel modo di scrivere, questa prova non ne ha risentito al punto che leggendo sembra di trovarsi di fronte ad un autore solo. Dico volutamente autore non per generica definizione di mestiere che preferisce il sostantivo maschile anche quando ci si riferisce ad una donna. La mano autoriale sembra proprio quella di un uomo. Grande lavoro di astrazione da se stesse e grande lavoro di revisione si immagina.

Fosse un film il primo punto di svolta sarebbe l’incontro-scontro di Edo con il padre al quale un bel giorno rinfaccia tutta la sua assenza, tutto il suo menefreghismo verso un matrimonio nel quale forse si sente costretto e basta. Un momento epifanico in cui il protagonista riversa anni di collera inespressa. Tutta la sua inquietudine cresciuta in un mondo apparentemente dorato. Il secondo punto di svolta sarebbe il suo trasferimento a Londra dopo la laurea: viaggio di formazione che vive come tantissimi giovani alla sua età. La zia Ginevra, sorella minore e molto più giovane di suo padre, è l’approdo dei naufragi emotivi di Edo e colei che gli offre un tetto. A Londra sistema i pensieri, riprende la musica, sua vera passione sin da piccolo, cerca di realizzare se stesso riconoscendo finalmente quali sono i suoi bisogni. Pian piano diventa grande.

C’è tanta Torino in questo romanzo, i luoghi dove la gioventù torinese consuma alcolici e il suo tempo, il Po che fa da spartiacque tra la borghesia della collina e il resto della città, underground e mistica.

Edo è un ragazzo che potremmo incontrare ai Parioli a Roma, in Sant’Ambrogio a Milano, a Posillipo se fossimo a Napoli; è la voce autentica di una gioventù che sente di bruciare le sue stagioni cercando emozioni forti nelle serate estreme, nelle relazioni che durano una sola notte, nell’esaltazione data da sostanze eccitanti.

Tutto al solo scopo di cercare l’unica cosa per cui valga davvero la pena spendersi: il senso dell’essere qui.

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Iostoacaso – recensione di Sante Altizio su Bookpostino

Iostoacaso – recensione di Sante Altizio su Bookpostino

Il caso non esiste

#iostoacasa è stato l’hastag con il quale durante il lockdown duro e puro della primavera del 2020, abbiamo provato a convincerci che in qualche modo l’avremmo sfangata. Il suono delle sirene delle ambulanze ci ricordava ogni 5 minuti che qualcuno stava lottando con il Covid19 per non lasciarci le penne e i telegiornali ci raccontavano che in tanti quella lotta l’avevano persa. Tutti noi abbiamo perso qualcuno: un parente, un vicino, uno del palazzo accanto, uno che non abbiamo più visto portare il cane a pisciare nel giardinetto di fronte.

Nello sconforto nascono le forme d’arte più intense. Succede sempre. Nella mia vita precedente, quando ero documentarista, era una sorta di legge non scritta: i documentari migliori arrivavano da registi che stavano facendo i conti con qualche casino vero e grande.

Stefano dell’Accio, attore, autore, padre, ex tornitore, durante il lockdown per combattere la noia, per uscire senza uscire, per vivere come prima senza poterlo fare, ha iniziato a portarsi il mondo in casa. A caso. Lo ha ricostruito, fotografato e, come si usa oggi, gli ha affibbiato un hashtag: #iostoacaso.

Tutti i giorni, tra marzo e aprile, Stefano, supportato e sopportato dalla figlia Matilde, ha ricostruito in casa tutti quei pezzi di quotidianità che il lockdown gli stava impedendo di vivere. Sono stati tantissimi gli artisti che in quei mesi hanno re-inventato le loro modalità di espressione: anche loro stavano vivendo un incubo e anche loro hanno cercato strategie per non farsi sopraffare. Come artisti.

Le donne e gli uomini di palcoscenico hanno chiesto alla loro creatività di fare gli straordinari e Stefano Dell’Accio, tra coloro che seguo e conosco, è colui che, secondo me, ha avuto la scintilla più intrigante.

Stefano è soprattutto un autore comico, ma raffinato, decisamente più un Antonio Albanese che un Franco Neri, e il suo #iostoacaso, che è costruito sulla fotografia, lo dimostra con evidenza.

Quel “gioco”, che è diventato espressione artistica quotidiana, è poi diventato anche un libro, da poco in libreria. Ha la prefazione di un autore di culto come Guido Catalano ed è stato pubblicato da Miraggi Edizioni, che è una casa editrice dal catalogo per teste che hanno un paio di lauree e che guardano alla mitteleuropa sapendo cos’è. Insomma: una garanzia.

Intendiamoci, questo libro non è un romanzo, ma la sintesi di tutto il progetto, shakerato con la vita dell’autore: biografia e arte. Lo si legge in un paio d’ore, però poi lo si va a riprendere. Quelle foto le si guarda più volte, perchè in #iostoacaso ci siamo noi, che in quei giorni abbiamo fatto una fatica maledetta, che ci siamo fatti mille domande senza risposta e abbiamo sentito forse per la prima volta la mancanza del logorio della vita moderna.

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Santi, poeti e commissari tecnici – recensione di Lorenzo Strisciullo su Mangialibri

Santi, poeti e commissari tecnici – recensione di Lorenzo Strisciullo su Mangialibri

Vezze sul Mare. La Vigor Vezze è una squadra scarsissima e milita da sempre nei bassifondi di ogni campionato a cui partecipa. A un certo punto, sembra accadere un miracolo: la Vigor inizia a vincere. Una, due, tre partite consecutive. I cuori si scaldano, le speranze crescono e finalmente si inizia a pensare in grande. Ma questo cambiamento ha una matrice: la statua votiva della beata Serafina suggerisce al parroco del paese, padre Ruggero, la via per vincere le partite. Ninni De Maio, proprietario, direttore generale, allenatore e magazziniere della squadra, non riesce a crederci ma è proprio così: sta accadendo qualcosa di mistico. Chissà come andrà a finire il derby contro i cugini dell’A.S. Marina, lo squadrone del comune gemello di Marina di Vezze… Lino, Fausto e Gimmi sono amici da sempre e hanno una passione in comune: il Siracusa, che è stato promosso in serie B, puntando tutto sul mister Tito Recchia e su un nuovo centravanti, Lindo Martinez detto “el ratón”. La prima giornata va alla grande: doppietta, fortunatissima, di Martinez e tutti a casa. Poi le cose cambiano… Una squadra di giovani calciatori. Un ragazzino talentuoso che sfrutta la sua prima occasione con una prestazione da urlo. I sogni che s’infrangono per colpa del presidente, che deve far giocare qualcun altro per ragioni di convenienza… Siracusa: un torneo rionale, il “Piazza Belgio Trophy”, viene influenzato da una partita di serie A, Inter-Ternana, arbitrata da Leonardo Liberato, detto “il professore”… Catania. Fabrizio Speraben, ex calciatore, è giunto in città per una vendetta… Il calcio italiano, dalla serie D alla serie A, rischia di implodere e crollare su sé stesso. Il motivo? Alfonso Pipitone, vicedirettore della Polisportiva Ora et Labora di Palermo, ha ricevuto una telefonata dalla ex moglie, la quale pretende gli arretrati degli alimenti. Così, si scatena un effetto domino devastante…

Angelo Orlando Meloni, autore catanese trapiantato a Siracusa, torna con Santi, poeti e commissari tecnici, raccolta di sei racconti che ruotano attorno al mondo del calcio e lo declinano in maniera personalissima. Le storie raccontate da Meloni sono infatti costruite attraverso il filtro dell’ironia e della deformazione espressionistica, dissacrando quello che in Italia viene ritenuto un vero e proprio tempio, quasi una religione: il calcio, appunto. Si parte dal titolo, che riprende in chiave ironica l’espressione mussoliniana del 1935 che oggi troneggia sul Palazzo della Civiltà Italiana a Roma, il cosiddetto Colosseo quadrato: “Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori”. Così, ci si addentra in storie di passione, di dolori, di speranze disattese, di illusioni, di malaffare; storie che ci mostrano il bello e il brutto del calcio, attraverso uno stile originale, ironico e frizzante, e una scrittura che spesso fa ricorso al mimetismo linguistico e alla deformazione grottesca, con personaggi che ricordano quelli delle novelle pirandelliane. Santi, poeti e commissari tecnici è un libro che, mescolando generi diversi, dal noir al fantastico al pulp, suscita emozioni diverse, contrastanti; un libro che, citando di nuovo Pirandello e il suo saggio sull’umorismo del 1908, provoca risate e riflessione, coniuga comico e tragico, e tocca il cuore di ognuno di noi.

QUI l’articolo originale:

https://www.mangialibri.com/santi-poeti-e-commissari-tecnici

L’EDOnista – segnalazione sul Corriere della Sera

L’EDOnista – segnalazione sul Corriere della Sera

Dalla vita Edo ha avuto tutto: una famiglia agiata, una casa in collina rifugio della buona borghesia torinese, i migliori studi e i migliori vizi. Edo ha amici belli e fortunati insieme ai quali – tra sport urbani estremi e droghe sintetiche, locali di tendenza e sesso spazzatura, alcol e tomi universitari – vive una scissione tra le sue pulsioni e le convenzioni sociali cui deve attenersi.

QUI l’articolo originale:

l’EDOnista – recensione di Doriano Mandrile sul Corriere di Savigliano

l’EDOnista – recensione di Doriano Mandrile sul Corriere di Savigliano

Prendi due amiche come la (ex) saviglianese Francesca Angeleri e la torinese Alessandra Contin, due giornaliste, fai loro scrivere un romanzo e ti trovi tra le mani una “tosta” opera prima a due mani dal titolo “l’EDOnista”.

«Siamo molto diverse – racconta Francesca – ma anche molto amiche. Ci siamo divise le parti ma con piacere abbiamo scoperto che si amalgamavano particolarmente bene. Nella storia di questo ricco ed edonista/narcisista della collina di Torino c’è molto Piemonte ma anche molta Inghilterra. Lui è un bad boy ma stranamente sensibile, con un rapporto difficile col padre e molto legato alla mamma. C’è, nel racconto, molta vita tormentata, c’è tanta droga, ma anche lo studio, la serietà, la redenzione, la crescita di un ragazzo che diventa uomo».

Francesca Angeleri scrive per il Corriere della Sera, mentre Alessandra Contin, che è stata la prima donna a scrivere di videogiochi, ora pubblica per la La Stampa.

Pur essendo scritto da due donne, l’EDOnista parla “al maschile” ed è intriso di scene di sesso, anche molto esplicito e quando Francesca ha fatto leggere il libro a sua mamma… «un po’ di, ovvio, imbarazzo c’è stato, ma poi lei mi ha fatto i complimenti».

Nota di merito anche ad Andrea Raviola, l’illustratore (che ha lavorato anche sull’ultimo video di Loredana Bertè) che ha realizzato il disegno della copertina.

L’editore è il piccolo “Miraggi edizioni” e Luca Ragagnin ha il merito di aver apprezzato il romanzo decidendo di darlo alle stampe, forse la “casa” giusta per un bel libro di esordio.

Endecascivoli – recensione di Giusy Laganà su Viaggi Letterari

Endecascivoli – recensione di Giusy Laganà su Viaggi Letterari

Endecascivoli – di Patrizio Zurru- 65 racconti che scivolano in picchiata

“Le farfalle che si posano sulla spalla pare siano anime in volo,portano le parole dei defunti, c’è chi capisce il linguaggio minuto di quelle voci, chi non si spaventa e segue il percorso dalla spalla ai fiori o ai rami di fronte, chiede conferma del messaggio in un modo semplice, chiede di piegare le ali per mostrare i colori di sotto, quelli che sono più nitidi, con i segni più definiti”.

Cosa sono gli Endecascivoli?

Gli Endecascivoli di Patrizio Zurru (Miraggi Edizioni) sono frammenti di prosa poetica, ricchi di vita, ricordi e nostalgia.

I 65 racconti rappresentano una vera e propria raccolta di ricordi e storie che tornano alla luce come messaggi in una bottiglia del tempo.

Il ritmo è incalzante e incisivo. La prosa è poetica e malinconica. Vere e proprie matrioske che contengono immagini, parole, significati.

Versi che scivolano in picchiata, parole che cadono e che esplodono. Gli endecascivoli sono sercizi sul ricordo, pagine rapide che raccontano di un’infanzia vissuta negli anni Settanta, tra battaglie tra bambini, di un confine labile tra il gioco e il lavoro adulto, di madri al centralino a manovrare fili e spinotti che accendevano, intrecciavano e interrompevano amori, dell’obbligo -felice- di girare con il padre a controllare che le cabine dell’Enel del circondario funzionino ancora dopo ogni temporale,

I suoi racconti potrebbero essere romanzi in potenza o rimanere conchiusi cosi, sospesi, e passare via leggeri con un plot twist che apre ogni finale: Patrizio Zurru dichiara di muoversi nella dimensione dello scherzo letterario, definisce il libro un divertissement (scrivo su commissione non dichiarata, ma passata da sguardi che ho visto), una dimensione di scherzo su cui però è lecito dissentire, perché nell’estrema cura della parola si percepisce un sostrato di letture importanti e di impegno.

QUI l’articolo originale:

https://www.viaggiletterari.com/single-post/endecascivoli-di-patrizio-zurru-65-racconti-che-scivolano-in-picchiata?fbclid=IwAR0zQDlw_G04JaTju_bNu_B6VeRtyLfqNTako6GjnwZloncg6s-emvgbDqk

Vit[amor]te – Paolo Polvani intervista Valeria Bianchi Mian su A tentoni nel buio (Versante Ripido)

Vit[amor]te – Paolo Polvani intervista Valeria Bianchi Mian su A tentoni nel buio (Versante Ripido)

Una danza interiore tra il carpe diem e il memento mori

Valeria ci spieghi cosa sono gli arcani maggiori?

Gli Arcani Maggiori sono conosciuti dal grande pubblico con il nome di Tarocchi, termine che rimanda al disordine, al caos della carta Matto, alla psiche di ognuno di noi quando ci lasciamo sconvolgere, quando permettiamo all’inconscio di spettinare l’Io (1). Non è la stessa sfumatura del concetto di Arcano e nemmeno parola che richiama gli antichi Trionfi. Con Jodorowsky, i Tarocchi diventano ‘il Tarot’, ovvero un essere vivo, una creatura fatta di immagini che hanno attraversato i secoli senza mai disperdersi, anzi acquistando nel tempo sempre più forza e splendore. Mi trovo bene, io, nella dinamica del mezzo: vedo i ventidue Arcani come un elemento poliedrico che si cristallizza in una forma e lo fa solo transitoriamente. Sono loro, i Tarocchi, il grande Mercurio alchemico, materiale divino multi-verso, corpo anima e spirito raccolti in una sola Pietra Filosofale, figlio/figlia dei filosofi ermetici. I Tarocchi respirano, parlano, raccontano, abitano il mondo, spuntano come fiori in ogni angolo del nostro quotidiano, a partire dal ‘400 fino al 2021. Mi viene in mente una farfalla arcobaleno ferma in posa per un istante, pronta a ripartire di fiore in fiore, di mazzo in mazzo in mazzo di ogni colore e foggia: ecco l’anima arcana. 

Gli storici italiani più noti – Giordano Berti in primis, per citare il critico a me più vicino – non hanno dubbi nel situare l’origine di queste splendide icone nel mondo cortese del Rinascimento. Le nozze di Bianca Maria Visconti, la Milano degli Sforza, gli Estensi a Ferrara e dintorni, velluti e gioielli, banchetti, i fasti e il gioco elegante dei Trionfi come contraltare alla dilagante piaga del gioco d’azzardo; è Berti a scrivere che le prime Lame, icone lavorate a mano e incise in oro a bulino, erano così care, ma così care, che un mazzo costava praticamente come un palazzo.

Ludus triomphorum è il modo in cui le figure operano, prendendo spunto dal petrarchesco poema. Chi vince su chi? La Morte, si sa, batte ogni ruolo e trascina nella danza finale il Folle, così come l’artigiano-prestigiatore Bagatto, la bella Imperatrice con l’Imperatore, il Papa… Non c’è scampo, è vero, ma chissà se l’Innamorato avrà più Forza rispetto alla Senza Nome, scheletro disincarnato che non può mancare dal mazzo. E che dire del Diavolo? Se c’è una carta che ha stimolato la censura della Chiesa, e paura e tremore nel popolo, è di certo il Satanasso androgino che abita il cartoncino numero XV, tanto che l’attribuirgli oggi un ruolo creativo e vitalizzante ha richiesto il superamento di molti pregiudizi. Nel mazzo di Tarocchi, il Diavolo coesiste con l’angelo della Temperanza e con le altre venti Lame, in armonica danza da più di sei secoli. Vincitore assoluto del gioco? Forse il Mondo? Fortunello! 

I giovani cortigiani e le dame si sono sbizzarriti inventando motti e poesie a ogni estrazione di carte. Li troviamo immortalati nell’affresco di Palazzo Borromeo a Milano: che cosa sta sussurrando la dama al centro della rappresentazione? Dedicherà un verso improvvisato ai compagni raccolti intorno al medesimo tavolo? Questo era il modello, il modus operandi dei Tarocchi: un gioco culturale, un gioco per divertimento, un gioco per fare relazione nel gruppo, un gioco di società, un gioco educativo.

Di professione sei psicoterapeuta. Esiste una connessione tra il tuo lavoro e gli arcani? E, se sì, in che si sostanzia?  

Io lavoro con le persone, con i gruppi, con la differenza – le differenze – individuali, con quel teatro che ognuno di noi è dentro l’anima. Potrei spingermi a dire che io, tu, voi, loro… tutti siamo sempre i ventidue Tarocchi. Abbiamo in dotazione le carte del caso, le figure archetipiche più adatte a rappresentare il simbolo del momento, la fase di vita, il periodo che attraversiamo, l’attimo dell’esperienza tra Kronos e Kairos. Alcune immagini le conosciamo bene, e sono i ruoli che indossiamo più spesso, gli abiti mentali che più ci piacciono. Altri li disprezziamo, li evitiamo, proiettandone la potenza sul nemico di turno. Come psicodrammatista, oltretutto, opero attraverso il teatro che cura. Approfondendo lo studio della simbologia arcana, negli anni mi è sembrato il minimo lasciare che questi livelli archetipici si intrecciassero all’esperienza nel quotidiano. Oggi il Tarotdramma è un brand depositato, un metodo che unisce la drammatizzazione alle tecniche di scrittura creativa e al lavoro sulle competenze trasversali. Mi occupo di comunicazione in ambito formativo e mi piace lavorare anche a scuola con le immagini dei Tarocchi… ma non solo. Pensa che negli anni in cui facevo la tutor in Università conducevo laboratori di drammatizzazione sulle opere visive nella Storia dell’Arte. Inoltre, il Tarot si presta a raccontare la strada dell’individuazione: è un ottimo strumento anche per lo storytelling in psicoterapia.

Oggi, grazie ad Alejandro Jodorowsky, la visione evolutiva è diventata la via principale nell’approccio ai Tarocchi, uniti già alla fine del Quattrocento agli Arcani Minori, ovvero alle classiche carte da gioco, quelle con i ‘semi’ tipici del periodo e della regione di appartenenza.

Alejandro Jodorowsky ha acceso una nuova luce sui Tarocchi marsigliesi, i più popolari e anche i più complessi nella loro apparente semplicità. Sono proprio i marsigliesi a mostrare gli archetipi dell’inconscio collettivo più chiaramente, senza troppi fronzoli dati dai vezzi o dalla creatività degli artisti, per arrivare all’anima in modo diretto, profondo, trasformativo. 

Agli artisti e ai poeti resta aperta la possibilità dell’amplificazione. Così come ho fatto io stessa creando il mio mazzo.

I tarocchi per esprimere il disagio di vivere in una società sempre più votata al consumo?  

O per curare questo disagio.

Per andare oltre, offrendo ipotesi di trasmutazione, a patto che si possieda un Io-alambicco, un contenitore psichico per la trasformazione attiva dei contenuti. Per ottenere l’oro dalla feccia ci vuole un contenitore senza buchi, occorre curare lo spazio di accoglienza, la stanza dei simboli, la casa delle cose, altrimenti siamo parte del caos, siamo solo la carta numero zero, siamo il Matto perennemente in partenza ma sempre fermo sulla casella Start… o poco oltre. Perché le immagini sacre e profane che sono i Tarocchi ci possano dire qualcosa che sia utile per la nostra vita, occorre avere occhi e orecchie interiori, i sensi accesi e una porta solida, capace di aprirsi ma anche di chiudersi alle ipotesi di dipendenza.

La funzione delle tue illustrazioni credo che non sia solamente decorativa, giusto?  

Ho un rapporto particolare con il disegno. Nel libro, le immagini che ho disegnato si sposano alle poesie, ma questo è un processo che avviene in quasi tutte le mie produzioni letterarie. “Favolesvelte”, per esempio (Golem Edizioni). Per un anno ho intrecciato parole e tracce. Con il progetto Medicamenta – lingua di donna e altre scritture, insieme a Silvia Rosa, ho lavorato sullo stesso livello per illustrare l’antologia “Maternità marina”, ricamo di figure e versi, sketches e parole. Non concepisco un cervello split-brain: il cervello destro e il sinistro sono il mio stesso cervello. Sono mancina quando scrivo ma uso la mano destra per tutto il resto. Tendo a unire gli opposti in androginia e questo concetto vale un po’ per tutte le possibilità esistenziali, a più livelli. 

Uno stile poetico improntato a un certo rude pragmatismo, è la tua cifra stilistica personale o ti è stata ispirata dai Tarocchi? 

Sei per ora il primo poeta, scrittore e critico letterario a definire rude pragmatismo il mio stile; lo ammetto, questo concetto mi piace moltissimo. È vero, sono dura, e qualcuno potrebbe dire mascolina nel mio sguardo sul mondo, impietosa, ma al contempo non escludo possibilità di coscienza per la collettività, divento materna e accogliente di fronte alle debolezze della nostra specie. Per ora sinceramente curo la mia stessa individuale coscienza e collaboro alla cura di chi si rivolge a me – una visione ippocratica direi – sperando che ognuno nel collettivo possa avere modo di nutrire la propria vita in ottica evolutiva, ecologista, differenziata.

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L’EDOnista – recensione di Anna Cavestri su LoScrivodaMe

L’EDOnista – recensione di Anna Cavestri su LoScrivodaMe

Edoardo giovane rampollo di famiglia borghese con villa sulla collina “bene” torinese, vive in una bolla nella quale ha tutto ciò che vuole, ma definisce le sue giornate “fotocopie”.

Giornate sempre uguali: studio, amici alcool, droghe e donne per il suo puro piacere sessuale, tutte definite “Disturbia” con qualche aggettivo che le differenzia, ma tutte con la stessa caratteristica: la magrezza eccessiva.
Le usa a suo piacimento e poi devono sparire dalla sua vista quanto prima possibile.
Con gli amici fa scorribande nei locali dove c’è musica e si “tirano neri” fino all’alba.
Una famiglia in cui il padre fedifrago è sempre più fuori casa, lavora molto, il loro rapporto è nullo e la madre ricompensa con ritocchi di botulino e vita solitaria.

Finiti i bei tempi di quando era piccolo e andavano in vacanza dai nonni, non c’è rimedio il tempo non torna.
Viola sua compagna fin dall’asilo è la donna del suo cuore, ma lei ha molto da fare, tanti progetti di studio e ad un certo punto pure un fidanzato.
Non è un ragazzo tranquillo, sì bello e brillante, ma non sereno, ne prende sempre più consapevolezza e comincia la sua transizione scaricando, una sera, la sua rabbia contro il padre, dicendogli tutto quello che covava dentro e soprattutto a difesa della madre.

Uno tsunami arriva improvvisamente nella sua vita, quando va in Inghilterra dopo la laurea per un corso di studi, dalla zia Ginevra, sorella molto più giovane del padre e da lui detestata.

Il percorso per la presa di coscienza di quello che è Edo realmente e di quello che vuole essere, non è privo di ostacoli, ma scoprire nodi familiari sconosciuti ,riprendere a fare musica, apprezzare la solitudine e affrontare tante strane concomitanze impensabili, sono la condizione che potrebbero permettergli di ritrovarsi e finalmente scegliere quello che ritiene il meglio per lui.

Libro piacevole che si legge tutto d’un fiato, che affronta tematiche all’ordine del giorno, ma non semplici , una vetrina su una realtà giovanile complessa, scritto con linguaggio scorrevole.

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L’EDOnista – recensione di Alessandro Martini e Maurizio Francesconi sul Corriere della Sera

L’EDOnista – recensione di Alessandro Martini e Maurizio Francesconi sul Corriere della Sera

Sogni, ossessioni (e rendenzione) di un Edonista

Torino, si sa, è una città di libri e di librerie. E anche di scrittori, locali e adottati, capaci di raccontare luoghi e figure tipicamente cittadine. Sullo sfondo, troneggiano (sempre e per sempre) due inarrivabili giganti come Fruttero & Lucentini, con il loro sguardo sapiente su tic e cliché sabaudi. Era dai tempi dei primi romanzi di Enrico Remmert e di Giuseppe Culicchia che non si leggevano pagine così specificamente dedicate a una gioventù borghese e peculiarmente torinese come quelle de L’EDOnista, scritto a quattro mani da Francesca Algeleri del Corriere della Sera e Alessandra Contin, pubblicato da Miraggi. Edo, il protagonista, è il giovane rampollo di una famiglia agiata (molto), con villa in collina (di rigore) e un’ossessione: il sesso con le ragazze magre. Pare aver avuto tutto dalla vita, e certo non si fa mancare nulla. È bello e intelligente, lo descrivono le autrici, e ha una vita apparentemente perfetta, che però perfetta non è. Tra sogni e ambizioni messe da parte, droghe e locali esclusivi, Edo e i suoi amici vivono tutti i possibili scarti tra convenzioni sociali e pulsioni estreme. Ma anche molto casalinghe, come suggerisce l’incipit del romanzo: «Sono qui, in mutande, seduto sulla mia poltrona Frau con il telecomando che punta al sessanta pollici, dove mi imbatto in una replica urlata di Uomini e donne». Fin dalle prime pagine, ambienti tratteggiati con arguzia («A casa mia si fa colazione, rito che sopravvive solo da noi e nelle pubblicità del Mulino Bianco. Ma casa mia è il Mulino Bianco, infatti mia mamma ha assunto un giardiniere peruviano che assomiglia a Banderas») si alternano ad analisi disinvoltamente autoriferite: «Chi ti ha detto che potevi farcela, ti ha ingannato, perché nella vita contano i soldi e quelli fatti in una sola generazione non sono sufficienti». E ancora: «Bellezza, ricchezza e potere sono gli unici ingredienti per un successo duraturo e questi elementi non sono dovuti a capacità individuali, sono un diritto di nascita e non importa quanto ti prodighi a essere un degenerato». Secondo il modello del romanzo di formazione e «educazione sentimentale», L’EDOnista racconta, con il protagonista come io narrante, un percorso di perdita di sé e (forse) di redenzione. Con alcuni riferimenti letterari assai ambiziosi: a che cosa mirare, con un protagonista bello, ricco e dannato, se non a un capolavoro del minimalismo americano come Meno di zero, il primo, impareggiabile e indimenticato romanzo di Bret Easton Ellis? Da leggeremo la musica dei Radiohead e dei Clash nelle orecchie: Should I stay or Should I go?

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Cara catastrofe – Elisa Audino intervista Felicia Buonomo su L’EstroVerso

Cara catastrofe – Elisa Audino intervista Felicia Buonomo su L’EstroVerso

“Cara catastrofe” di Felicia Buonomo, “diario in progressione di un amore violento”

Cara catastrofe è una raccolta che merita un’attenzione su più livelli. Edita da Miraggi Edizioni, marzo 2020, nella collana Golem, in cui spiccano autori cult come Guido Catalano e Gio Evan, Cara catastrofe è quello che non ti aspetti. L’autrice, intanto, è, una giornalista che si occupa principalmente di diritti umani, con video-reportage esteri trasmessi da Rai 3 e RaiNews24, video giornalista a Mediaset, presente nella redazione di Osservatorio Diritti, già apparsa in riviste e blog letterari, e Cara catastrofe è una sorta di diario in progressione di un amore violento. Un’analisi a posteriori.

Sembra facile, ma non lo è. A una prima lettura Cara catastrofe riporta, per la delicatezza dei suoni, a Chandra Candiani, citata in epigrafe insieme a Vasco Brondi ed Amelia Rosselli, e a Rupi Kaur, ma è un’associazione quasi scontata. Rimbombano le stanze vuote tra le pagine, un tentare di toccare, dove anche i contrasti violenti sono sfumati, quasi si avesse paura a nominarli.

Nell’affrontarla ho voluto mantenere la progressione della raccolta, che è divisa in tre sezioni, Cara catastrofeCorpo e Sinceramente tua, a rappresentare l’evolversi del rapporto disfunzionale, l’inconsapevolezza di ciò che accadrà, la violenza vera e propria e il passaggio di riappropriazione di se stessi, con una sorta di dialogo in divenire con Felicia, perché da subito l’impressione è stata quella di aver percepito ma non del tutto compreso la meccanica di un rapporto violento. Proprio come una vittima, avevo bisogno di una guida che mi aiutasse a superare il livello di comprensione di una scrittura lineare, delicata, che scende come pioggia salvifica a tratti, ma che nasconde in questa sua estrema chiarezza una complessità da non trascurare. Per questo consiglio di leggere Cara catastrofe a più livelli e di rispettare la lentezza con cui la vittima di un rapporto disfunzionale arriva a liberarsi dal senso di colpa e di vergogna e per questo non ho voluto sintetizzare quello che è un percorso che non può essere abbreviato.

EA: Catastrofe-incantesimi, l’associazione presente nella prima poesia: è un ossimoro. L’incantesimo del malessere?

Cara Catastrofe,
m’innamori
come il gelo sul lungolago di Mantova,
le luci dei lampioni di Milano,
le onde sul porto di Genova
e la strada oscura dei vicoli di Napoli.
Trova nuovi colori e tratti
che m’incantino.
Dipingi la geografia del mio sentire.
Io credo solo agli incantesimi.

FB: Sì, risponde in pieno alla dinamica che avvia il ciclo della violenza e che ho tentato di riportare (anche) in poesia. Ogni tipo di rapporto, che poi si rivela disfunzionale, nasce dalla magia di un amore che si presenta diverso dagli altri. La persona maltrattante, solitamente, si presenta come il principe azzurro delle favole, la persona che da tempo si aspettava. E questo schema viene riproposto anche quando le carte sono ormai scoperte sul tavolo. Ciò che avviluppa la persona (la donna, nel caso di specie) nella spirale della violenza, è proprio questa ciclicità: accumulo della tensione – violenza vera e propria – false rappacificazioni. Sono proprio queste ultime a portare la donna maltrattata (e ormai dipendente affettivamente) a ricominciare da capo, perché in quelle false rappacificazioni ricompare l’uomo dell’amore magico degli esordi.

EA: Un ossimoro richiamato dal frequente uso della [n]/[ɲ]/[m] in contrapposizione agli incantesimi delle [p]/[d͡ʒ]. Cara Catastrofe,/non chiedermi cosa penso/se ho un ramo di mano sulla fronte/Reggo le foglie dei miei tormenti/su cui ti adagi leggera.

FB: Ho lavorato sulla scelta delle parole da associare alle immagini metaforiche, con un forte ricorso alla figura divino-religiosa, anche se in termini quasi iconoclasti; mi sembrava riuscisse a restituire il processo di affidamento-delusione-rinata fede, di fronte ai differenti episodi violenti. Volevo che la voce fosse viscerale: quasi urlata in alcuni punti, estremamente delicata in altri (esattamente come accade nella convivenza con una persona maltrattante), in ogni caso sempre abissale.

EA: Ammetto che però, leggendolo, mi sono annotata: diario di un agognato malessere. Soffrire per sentire.

FB: Non è un voler soffrire. Uno degli stereotipi che anima questo macro tema che è la violenza sulle donne, è credere che la donna in qualche modo scelga quel tipo di sofferenza, pensare che se rimane è perché vuole vivere quel tipo di agonia. Ma la realtà è ben più articolata: la donna impara a vedersi con gli occhi del maltrattante e sente su di sé la colpa (ho dedicato al concetto di colpa della vittima numerosi testi all’interno della seconda sezione del libro) di ciò che accade, pensa che rispettando il volere del carnefice, lui possa in qualche modo non farle più del male. Dire a una donna “perché non lo lasci?” significa darle indirettamente la colpa, in gergo si chiama “vittimizzazione secondaria”, frequente – purtroppo – anche nelle aule di tribunale, ogni volta che una donna con figli, ad esempio, che ha deciso di denunciare dopo anni di maltrattamenti, viene considerata una madre alienante e privata dei suoi figli per non aver denunciato prima (figli spesso poi affidati al padre maltrattante). È così frequente questo giudizio che porta a non considerare la denuncia come unica possibilità (altro stereotipo). Un conto è farsi aiutare (quello sempre), un altro è procedere con una denuncia legale (a molte delle quali sono seguiti atti irrimediabili di natura vendicativa e di cui si legge purtroppo su molti giornali); ogni persona ha un suo percorso di uscita, che decide insieme alle esperte dei centri antiviolenza, e in ogni caso non sarà mai forzata a fare nulla che non voglia, nemmeno denunciare in termini legali, se non vuole.
La stessa scelta del titolo (mutuato da un brano di un artista musicale che amo molto, ovvero Vasco Brondi) per quanto fuorviante, in realtà risponde alla dinamica sottesa: la donna comprende solo dopo la propria condizione di sottomissione alla violenza, ma quella catastrofe la rifiuta, cambia continuamente idea, anche quando inizia il percorso di fuoriuscita all’interno dei centri antiviolenza. Al primo approccio viene fatto alla donna un test di valutazione del rischio (che corre); quando si arriva in un centro antiviolenza, significa che la condizione di violenza è già in stato avanzato, solitamente il risultato del test è tra il medio-alto e l’alto, quasi sempre tuttavia la donna tende a giustificare il suo carnefice, da una parte perché sente la colpa (l’ho fatto arrabbiare, non dovevo parlare con quell’uomo, non dovevo vestirmi in quel modo, devo imparare a stare zitta; pensieri instillati dal maltrattante nell’abusata), dall’altra perché prova senso di vergogna. C’è una poesia, in particolare, che racconta questo momento e dinamica: quella del rifiuto della catastrofe, che di conseguenza – e per paradosso – diventa cara:

Ho detto a Jessica che non mi interessa
più il caffè del risveglio,
la certezza dell’amore,
la tortura del suo strangolare
per poi fermarsi a un passo dal saluto finale.
Poi ho cambiato idea.
Ho detto a Jessica che quel test
di valutazione del rischio ha una falla.
E che il modo in cui accarezzo
il mio martirio
è la prova dell’errore.
Non si può portare una donna
fuori dalla sua colpa.

In chiusura ricorre la parola colpa, che ripeto a più riprese nei testi. È un tema centrale. Ogni donna vittima di violenza sente la colpa di ciò che gli accade, nessuna esclusa. Perché il maltrattante, che nella lucidità comprende il proprio stato di maltrattante, rinnega la pesante realtà e la trasla sull’altro. E il maltrattato crede al suo carnefice, perché lo ama. Una donna vittima di violenza non è quasi mai animata da spirito di vendetta, tutt’altro: in realtà ciò che più desidera è continuare ad amare, che quell’uomo torni l’uomo degli esordi.

EA: È complicato arrivarci. Ho lavorato sulle questioni di genere, ma con più attenzione alle macro questioni culturali e sociologiche, questi aspetti, invece, che riguardano i micro meccanismi che si vanno a creare in un rapporto violento mi erano ancora estranei.

FB: Io sono riuscita a comprendere il concetto di colpa della vittima dopo aver parlato con numerose donne, tra le quali c’era Celestine. Una ragazza africana, vittima di un matrimonio forzato, scappata per non soccombere a quella realtà. Ero in Africa per girare un video-reportage. Celestine mi raccontava che con quell’uomo che era stata costretta a sposare (25 anni più grande di lei, quando lei aveva solo 15 anni) aveva concepito tre figli, tutti e tre con la forza fisica, carnale; mentre parlava stringeva tra le mani il crocifisso che aveva al collo. Quando le ho chiesto se si sentisse in colpa, lei non ha esitato un istante a rispondermi di sì.

Jessica dice che mi aiuterà
e che non sono sola.
Quando vado a farle visita
non la guardo mai negli occhi.
Ogni visita la concludo così:
«Jessica, è colpa mia?».

EA: È una Catastrofe, quindi, che non attendo in quanto Catastrofe auspicata, ma che riconosco come tale solo a posteriori. In senso di attesa religiosa si percepisce, quasi un allargare le braccia e poi farsi coprire di bende, salvifiche. Niente a che fare con il linguaggio mistico, però, perché leggo una totalizzazione differente nei tuoi versi, paradossalmente non compare il desiderio, il corpo, anche nella seconda sezione che ne porta il titolo, sostituito dalla parola, dall’afonia, dai polpastrelli, dalle preghiere e dalle catene. È un corpo accennato, quello che ho percepito. Forse un corpo che è sparito, annullato.

FB: È vero, il corpo è onnipresente nella filigrana delle parole, ma scompare perché è il segno del passaggio della violenza, quella fisica, ma anche quella psicologica, i cui effetti si manifestano proprio lì (con vari disturbi psicosomatici, provocati dal cosiddetto disturbo da stress traumatico o post-traumatico).

EA: Uscire da un rapporto di violenza è uscire da una dipendenza (psicologica)? È uno ‘smettere di’? Perché anche in questo caso mi pare ci sia una sorta di individuazione della ‘colpa’, allo stesso tempo il ‘gioco’ perverso che descrivi della tensione, del culmine, della riappacificazione mi pare non così lontano dalle bolle di alcuni rapporti amorosi, in cui, pur in mancanza di violenza sia fisica sia verbale, si finisce spesso per incappare. Finché un giorno ne esci e respiri.

FB: Uscire da un rapporto di violenza è uscire da una dipendenza affettiva, che ha le stesse dinamiche della dipendenza da sostanze stupefacenti. È difficile, un trauma nel trauma. Da sola non riesci. Il gioco perverso che tu credi non molto lontano da alcuni rapporti amorosi in realtà credo sia profondamente diverso. Una cosa che è importante capire e che molti confondono è la differenza tra conflitto e violenza. Ciò che fa di un rapporto un rapporto violento e l’assoluto assoggettamento psicologico della vittima al proprio carnefice. La vittima non reagisce, mai, subisce, e sente persino giusto così. Nel conflitto esiste un rapporto di parità tra le parti, nella violenza è sempre impari.

Mi parli del tempo che distrugge,
della ribellione che non c’è,
della dignità frantumata
sotto il peso di parole rabbiose.
Fai l’elenco delle mie colpe
con la stessa voce di chi urlava “Barabba!”.
Mi ricordi che anche il figlio di Dio
è fatto di carne che sanguina e muore.
E che nessuno aspetterà, per me,
il terzo giorno.

EA: All’inizio della seconda sezione Sono una giornalista è quasi un aprire le finestre sulla strada, un cambio, per poi tornare all’analisi, alle stanze deserte. L’ho trovata una presenza singolare, nel libro. Uno spiraglio di quotidianità, afona anche questa, perché portata avanti quasi per inerzia, riempiendo caselle:

Sono una giornalista
e nel mio nome c’è una promessa,
che mi insemina la colpa.
Ieri gli italiani sono andati a votare.
Ho fatto una diretta televisiva.
Penso al modo in cui rincorro le persone,
come se fossero qualcuno,
e non un ammasso di parole
semanticamente ordinate secondo l’alfabeto
della mia indifferenza emotiva.
Sfrutto le loro storie per guadagnarmi il pane,
e non ho neanche fame di vita.

FB: È quella che io ho voluto definire una sorta di dichiarazione di intenti, dico al lettore: vi racconto ciò che è altro da me, ma c’è anche la mia comprensione ed empatia, quelle che tutti noi possiamo avere, senza nemmeno grandi sforzi.

EA: Com’è andata la scrittura della raccolta? È stata una costruzione a posteriori? Ho immaginato reale l’esperienza dell’io poetico, solo trasposta sul piano lirico.

FB: Sì, volevo che ci fosse l’io poetico, perché tutti potessero calarsi nella parte, provare a comprenderla. Molti poeti/autori hanno un’ossessione tematica, che portano avanti con diverse modalità, ma in senso circolare; un movimento, dunque, con cui si torna sempre al punto di partenza, capace però ad ogni passo di allargare lo sguardo percettivo, tanto dell’autore, quanto del lettore. La mia ossessione è rappresentata dai rapporti umani disfunzionali, fatti di mancanza di cura, malattia, disperazione, solitudine. Nella mia professione di giornalista, anche narrativa, racconto storie, entro nella vita delle persone, servendomi del sentimento dell’empatia. L’Altro è un concetto fondante per me. “Racconto” in versi quello che vedo, oltre a quello che vivo e sento. E la disfunzione relazionale è più frequente di quanto si immagini.

Non ho l’abitudine di praticare la dimenticanza.
Provo a educarmi, tento di farti ricordo.
Indosso la divisa dei sentimenti passati.
Timbro il cartellino dei futuri negati.
Pratico il mestiere della sostituzione.
Avvio la meccanica della negazione.
Ma non riparte il timer
di questa catena di montaggio emozionale.
La classe operaia va in paradiso, dicono.

QUI l’articolo originale:

La luna viola – recensione di Massimiliano Bartolini su Mangialibri

La luna viola – recensione di Massimiliano Bartolini su Mangialibri

Se non fosse stato per il supplente con le guance butterate, Andrea non l’avrebbe mai studiata all’università. Fu lui infatti a fargli capire che l’unico modo per evadere dal carcere dell’ignoranza era lo studio della filosofia. Così dopo la laurea, consegue un dottorato di ricerca e ottiene un assegno di ricerca. Poi conosce Croccola, così chiama Roberta, e la sua vita sentimentale cambia. Andrea riesce a conquistarla con l’aiuto di Platone, che lo esorta a pensare all’Idea di Prospettiva, utilizzando la periagoghè di Socrate, e all’Idea di Bellezza. E le racconta la storia dei figli della Luna Viola e della morte di bacio di Atteone, uno degli Eroici Furori di Giordano Bruno. Dopo il primo bacio arrivano le difficoltà con Croccola, perfino la separazione, ma poi nasce Viola. La situazione è complessa, non hanno una casa, c’è un mutuo, lui è senza stipendio. È grazie ai consigli di Gustav Jung (sempre così pieno di dubbi e amante di Kant), che gli suggerisce di continuare con il processo di individuazione e di integrazione dell’Ombra, che Andrea continua a volare in un cielo infinito, a rigenerarsi dal Ventre Vuoto della Luna Viola. Quando nasce Luna i problemi aumentano, e la vita si trasforma tutta in un dovere, finché Friedrich Nietzsche non gli ricorda la magia della “metamorfosi dello spirito” e la storia del cammello che porta il peso della vita sulla schiena. Trascorrono gli anni, e Andrea cerca di seguire il monito di Philipp Freiherr von Hardenberg che ne I discepoli di Sais, spiega che solo quando ci si sveglia dal sonno e ci si volta, inizia il viaggio verso l’unione degli opposti. E alla fine le bambine crescono, e non sono più bambine. Andrea non sa come concludere la fiaba che sta raccontando alle figlie, e per questo si azzuffano, Socrate, Platone, Nietzsche, il dott. Novalis, Giordano Bruno, Giacomo Leopardi, finché Jung gli ricorda la storia della piuma, che Andrea aveva scritto quando Viola e Luna erano piccole…

“La filosofia inizia quando la terra ti frana sotto i piedi. Quando intuisci il lato nascosto di un problema. Quando dopo un viaggio osservi una persona in un altro modo. Quando un dubbio ti divide in due”. In fondo è questa la morale della fiaba filosofica di Andrea Serra. La storia di una vita, anzi di quattro, insieme a Croccola, Viola e Luna, in cui Andrea, novello padre, immagina di dialogare con i maggiori filosofi della storia. Sono loro che dispensano consigli per affrontare alcuni snodi problematici affrontati nel corso degli anni, servendosi dei concetti e delle teorie che essi hanno elaborato. C’è dunque grande concretezza nella filosofia, non è solo amore (filos) per il sapere (sophia), ma “un percorso interiore, un viaggio dell’anima”. Lo stile semplice e molto ironico predispone ad un approccio ricettivo verso concetti e nozioni che forse non si ricordano, o che sono sommersi di polvere dopo gli anni della scuola. L’Idea di Prospettiva e l’uso della periagoghé, per vedere le cose in modo diverso e avvicinarsi alla verità, ma anche la storia dei figli della Luna, di cui scrive Platone nel Simposio, pulsano in tutto il loro fascino e la loro attualità. Così come la realizzazione del Sé, la “metamorfosi dello spirito” di Nietzsche e soprattutto l’unione degli opposti. E il viaggio fiabesco ci avvicina alla Luna Viola, che partecipa del fuoco del Sole e dell’acqua della Terra (ricorda Platone), così come il viola rappresenta l’unione della natura divina e umana (rammenta Gustav Jung). Non serve sfogliare alcun manuale di filosofia per leggere questa fiaba avvincente, per arricchirsi delle storie raccontate da Andrea Serra, ma essere disposti a incontrare la Luna Viola, per rinascere. Perché “i sentieri si costruiscono viaggiando”, come scriveva Franz Kafka.

QUI l’articolo originale:

https://www.mangialibri.com/la-luna-viola

Endecascivoli – recensione di Anna Vallerugo su Satisfiction

Endecascivoli – recensione di Anna Vallerugo su Satisfiction

Sessantacinque racconti brevi, lampi concentrati di senso: una serie di schegge apparentemente slacciate tra di loro, unite da un filo della memoria, quella di un’intera generazione che oggi tira qualche conto e alle volte vince, alle volte perde.

Si presentano così gli Endecascivoli di Patrizio Zurru (per Miraggi), come esercizi del e sul ricordo, pagine rapide che si aprono in medias res e raccontano di un’infanzia anni Settanta, tra battaglie tra bambini, di un confine labile tra il gioco e il lavoro adulto, di madri al centralino a manovrare fili e spinotti che accendevano, intrecciavano e interrompevano amori, dell’obbligo -felice- di girare con il padre a controllare che le cabine dell’Enel del circondario funzionino ancora dopo ogni temporale, di un mondo (la Sardegna nel caso, ma riferibile a tutta l’Italia) che pare lontanissimo e che Zurru riporta alla luce vivido e vitale.

Quasi in un sogno a occhi aperti, il dichiaratamente autobiografico protagonista del secondo libro di Patrizio Zurru – già libraio, editore, ora agente letterario – attraversa momenti e spazi irrelati e porta il lettore con sé in un’infanzia scandita da riti e immagini di vera poesia, come nel racconto dedicato al pranzo con i parenti lavoratori in miniera che su, in superficie, sono finalmente liberi di mangiare anche l’aria.

E ancora quello sul trasferimento in un surreale palazzo di cento appartamenti, tutti vuoti fuorché quello di fronte al suo, che verrà occupato dal parroco del paese. Sarà vero o verosimile?

Sarà una piega del ricordo come gli amori perduti, più che altro immaginati, o reale come i primi viaggi in treno coi coetanei, colmi di una gioia irripetibile?

Dall’adolescenza ripassa senza continuità apparente – ed è voluto – all’infanzia, alle sue paure, alle unghie tagliate che chissà se ricresceranno, alla presenza di uno zio Peppino che decreta a modo suo, con un gesto plateale, la vittoria del vino locale sullo champagne.

È un mondo poetico e visionario questo di Endecascivoli, in cui si muovono personaggi affatto comprimari, bruschi, irriverenti, dolci.

I suoi racconti potrebbero essere romanzi in potenza o rimanere conchiusi cosi, sospesi, e passare via leggeri con un plot twist che apre ogni finale: Patrizio Zurru dichiara di muoversi nella dimensione dello scherzo letterario, definisce il libro un divertissement (scrivo su commissione non dichiarata, ma passata da sguardi che ho visto), una dimensione di scherzo su cuiperò è lecito dissentire, perché nell’estrema cura della parola si percepisce un sostrato di letture importanti e di impegno. Se carattere di gioco c’è, questo rimane confinato nell’invito al lettore a una non obbligata presa di posizione, con l’escamotage di un’aggiunta grafica: la presenza di un riquadro bianco a aprire ogni racconto. Qui, volendo, chi legge il libro può disegnare o scrivere ciò che la lettura della narrazione stessa gli ha suscitato: gli spazi non più bianchi verranno poi pubblicati sul sito dell’editore. È un appello a prendersi il tempo, il desiderio di riflettere sulla parola, a reagirle, a interagire con l’autore e a lasciare infine il proprio, di segno, come lettore, perciò sempre parte in causa.

QUI l’articolo originale: