Questo spazio è dedicato da qualche tempo alle case editrici che nella loro programmazione editoriale riservano uno spazio a una letteratura straniera in particolare. Questo appuntamento ha per protagonista la casa editrice Miraggi e nello specifico la linea NováVlna, collana di letteratura ceca curata magistralmente da Alessandro De Vito, editore e traduttore. Da cosa nasce l’esigenza di titoli appartenenti a una sfera culturale spesso accantonata in favore di un interesse angloamericano dilagante e spesso dominante in un paese come il nostro, da decenni anglofilo? Le risposte, le perle tradotte, le voci più autorevoli di un ambiente affascinante e storicamente vicino, nuovi autori e una riflessione sulla nostra identità di narratori in questa edificante intervista che riportiamo integralmente.
Miraggi e NováVlna.
1 – «NováVlna» è la collana dedicata alla letteratura ceca. Il nome Nová vlna, sia in ceco che in slovacco, vuol dire “Nuova onda”. Anche se trae origine dal movimento cinematografico degli anni Sessanta del secolo scorso, questa selezione di libri si promette di far vibrare nuovi stimoli. Da cosa è nato il vostro interesse per la letteratura ceca?
Come tutti gli amori, la decisione di dar vita a una collana interamente dedicata alla letteratura ceca nasce un po’ per caso, per accorgersi subito dopo che si trattava di una necessità. Innanzitutto per me: io sono per metà ceco, dire che non ci avevo mai pensato prima sarebbe troppo, ma sicuramente non sarebbe accaduto senza un’occasione. Qualche anno fa, con il fondamentale apporto e l’ispirazione di Francesco Forlani, straordinario esempio di intellettuale organico, disorganizzato e totale, con cui abbiamo poi stretto una grande amicizia, abbiamo cominciato a pensare alle traduzioni letterarie “laterali”. Abbiamo allora fondato la collana Tamizdat, primo embrione di quella casa editrice nella casa editrice che è diventata Miraggi Baskerville. Lì abbiamo inteso proporre testi “clandestini”, come erano quelli che circolavano di nascosto nei regimi del socialismo reale: libri che, mutatis mutandis, in moltissimi casi ci pareva fosse difficile vedere oggi in libreria, almeno in Italia. Dopo poco mi sono “ricordato” delle mie origini, ho preso a studiare sul serio il ceco, lingua materna che ho sempre parlato in casa, e nel giro di due anni abbiamo dovuto creare uno spazio specifico per quelle traduzioni, altrimenti la collana Tamizdat avrebbe subìto una vera e propria “invasione ceca”. Così è nata NováVlna. Fondamentale è stato conoscere Laura Angeloni, una delle più esperte traduttrici dal ceco attive oggi in Italia, che collabora stabilmente con noi e ha tradotto quasi metà delle nostre scelte. Altrettanto importante è poter contare, in generale ma principalmente per le riedizioni dei classici, sul supporto del boemista Alessandro Catalano. A proposito dei traduttori mi preme sottolineare che quasi sempre hanno un ruolo da protagonista: non siamo noi a cercare qualcuno che traduca, ma chiediamo al traduttore di farci una proposta, così si finisce per lavorare su un proprio libro del cuore. Diamo importanza al traduttore, vero “veicolo umano” di lingua storie e cultura, sia ovviamente citandolo in copertina e risvolto, ma anche facendogli scrivere una nota di traduzione, che spesso coincide con la quarta di copertina e, se più articolata, è inclusa nel volume. Nessuno – e qui lo dico da traduttore – è così dentro e vicino a un libro di chi lo traduce.
Bisogna ammettere anche che la lungimiranza del Ministero della Cultura della Repubblica Ceca dà a noi e a tutti coloro che si dedicano alla traduzione della letteratura ceca – lo stesso vale per altri Paesi – un importante supporto, finanziando generosamente la nostra attività e consentendoci di lavorare in tranquillità e di poter scegliere anche autori di grande valore ma meno commerciali, come è stato il caso di Jan Balabán (Chiedi a papà) di cui mi piacerebbe tradurre tutta l’opera. Autori che danno spessore all’idea stessa di letteratura, almeno alla nostra.
2 – In questa sezione trovano spazio testi della tradizione letteraria caduti nell’oblio. Vi occupate del loro recupero facendo un attento lavoro di ricerca, rintracciate esordi preziosi come quello di uno dei maggiori scrittori del Novecento Bohumil Hrabal, La perlina sul fondo, in uscita in questi giorni. Perché altre case editrici italiane, di dimensioni più grandi, secondo voi non hanno pensato di tradurre libri che avrebbero avuto esito tra lettori appassionati?
Uno degli intenti è proprio questo. Accanto alla proposta di nuovi autori ancora sconosciuti nel nostro Paese, da lettore prima che da editore, e certamente da lettore che ha frequentato quella letteratura in passato, stupisce, e personalmente mi addolora, se non è un’espressione troppo forte, che grandissimi autori e opere siano completamente dimenticati oggi. E si tratta di un duplice fronte: a volte si tratta di recuperare libri che erano giunti in Italia, soprattutto grazie alla meritoria opera di Ripellino, tra gli anni Sessanta e Ottanta: oltre a Einaudi ricordiamo la celebre collana diretta da Kundera dell’editore e/o. Essendo passati 40-50 anni, scegliamo senz’altro di ritradurli, ed è una sfida non da poco. Abbiamo cominciato da un mio vecchio pallino, che deriva dai miei studi in storia del cinema. Il bruciacadaveri di Fuks è un capolavoro letterario da cui è stato tratto subito dopo un capolavoro cinematografico, non mi davo pace del fatto che ormai fosse un libro solo per collezionisti. Tanto più che, riproposto oggi, racconta molto bene e sorprendentemente, pur a tanti anni di distanza, cosa sta accadendo alle nostre società oggi. Con umiltà, consapevolezza e studio pare che i nostri sforzi vadano nella giusta direzione.
In altri casi, come per la citata primizia di Hrabal, il primo libro pubblicato dal grande autore ceco, quello che l’ha portato al successo in patria nel ’63 dopo gli anni più bui dello stalinismo, si trattava di colmare incredibili vuoti editoriali con una prima traduzione. A volte le vicende librarie hanno dell’imponderabile, e non è facile risalire al motivo per cui di un autore così grande – e di grande successo – ancora oggi non sia stato tradotto tutto. Di Hrabal, con la relativa liberalizzazione della Primavera di Praga e l’eco che ebbe la sua repressione nel ’68, giunsero all’estero molte opere contemporaneamente, si spiega che allora si sia operata una scelta privilegiando soprattutto i romanzi, rispetto ai racconti della Perlina, che pure sono di uno scrittore ormai maturo, basti pensare che furono pubblicati quando aveva già 49 anni.
Detto questo, non siamo certo i soli, per fortuna, a tradurre letteratura ceca. Einaudi continua, pur con il contagocce (dell’anno scorso un altro inedito di Hrabal, Lezioni di ballo per anziani e progrediti), e Keller ne annovera parecchi nel suo catalogo, basato sulle zone geografiche dell’ex Impero Austro-Ungarico di cui anche la Boemia faceva parte. Splendido e consigliato l’ultimo Topol, che mi sarebbe piaciuto pubblicare: Una persona sensibile.
Siamo lieti e orgogliosi di fare la nostra parte, meglio per noi se altri ritengono che certa grande e grandissima letteratura “non valga più la pena”, per motivi commerciali o per mode che cambiano. Certo non è facile.
3 – “In passato come oggi la letteratura ceca è stata molte volte portatrice di freschezza e innovazione, col suo carattere ironico, grottesco e surreale, e la capacità di immergersi nelle profondità esistenziali.” Come selezionate gli autori contemporanei da proporre al pubblico italiano?
Pur esplicitandole in molte sfumature differenti la letteratura ceca – e direi cecoslovacca, tornando indietro nel tempo – ha delle caratteristiche tipiche, piuttosto riconoscibili, a volte più di tono grottesco e tetro, a volte più leggero e surreale, ma è vero, sempre teso alla profondità, a tuffarsi per “scorgere il fondo dell’animo umano”, per parafrasare ciò che Hrabal dice a proposito della sua Perlina sul fondo. Vivendo personalmente la doppia appartenenza italo-ceca, ho sempre trovato che sia molto stimolante vedere le cose con gli occhi degli altri, perché poi si torna a considerare diversamente anche le cose che si hanno sotto gli occhi. La Boemia, in fondo, è vicina geograficamente, ormai da trenta e più anni è accessibile, turistica, forse sarebbe il momento di conoscerla più a fondo, dato che è sempre stata parte della nostra stessa vicenda comune europea. Proprio per la divisione in blocchi durante la Guerra Fredda il solco è aumentato, e si sono interrotti rapporti culturali, e non solo, sia antichissimi sia più recenti. La Boemia era la regione più sviluppata dell’impero Austro-Ungarico, molti ignorano che tra le due guerre è rimasto il solo paese democratico dell’Europa centrale, la cosiddetta Prima Repubblica cecoslovacca, e uno dei più industrializzati. Un altro aspetto che mi piace ricercare, oltre la bellezza letteraria in sé, è proprio questo: avvicinare le due realtà, conoscersi a vicenda, perché siamo vicini… di casa. E si ritrova un po’ dappertutto, nei racconti “cinematografici” del regista Němec, i cui si trovano molte tracce “italiane” (Volevo uccidere J.L. Godard), nel romanzo della Pilátová che racconta la storia della famiglia Bata, che da più di un secolo mette le scarpe al mondo intero ed era ceca (Con Bata nella giungla), e per le similitudini delle vicende storiche: l’ascesa del nazismo a Praga nel 1938 nel Bruciacadaveri, o le questioni tra minoranza tedesca e ceca nelle zone di confine tra i due paesi, nei Sudeti, per tanti versi simili a quelle del nostro confine orientale (Grand Hotel e il prossimo I parenti di Germania, tutto incentrato su una divisione familiare a cavallo della cortina di ferro). Credo ci sia sempre da imparare.
Gli autori poi vengono selezionati secondo alcuni canali: sono tutti autori (e molte autrici) molto noti nella Repubblica Ceca, quasi sempre vincitori di Premi internazionali e nazionali come il Magnesia Litera, che ci vengono presentati da agenti letterari, da traduttori e che ormai troviamo anche direttamente. Sono giovani, sono sui social, ci si può conoscere, leggere ecc. e dimostrano un’accoglienza e un amore per l’Italia davvero grande. Sin da subito ho riscontrato lo stesso atteggiamento di curiosità, di apertura, e una cortesia non solo di maniera, anche in tutti i referenti degli enti con cui ci interfacciamo: Centro Letterario Ceco, a Praga e in Italia, case editrici e non ultimo il Ministero della Cultura. Capita spesso anche che, nonostante Miraggi sia una realtà molto piccola, oltre alla fiducia professionale si creino anche rapporti personali di stima, come è capitato con Bianca Bellová, straordinaria e originalissima prosatrice, di cui pubblicheremo presto l’ultimo libro, Mona, tra i primi al mondo. Certo poter usare la lingua mi facilita non poco il piacevole compito.
4 – Tra gli autori italiani contemporanei e quelli cechi, quali differenze riuscite ad evidenziare nello stile e nei temi trattati perché le vostre proposte editoriali possano definirsi imperdibili?
Difficile fare un discorso unico, prima abbiamo evidenziato alcuni possibili comuni denominatori, ma spesso oltre quelli ogni poetica autoriale è differente, così come lo stile. È come se fossimo di fronte una squadra in cui le individualità sono molto forti, per usare un paragone. Purtroppo da quando faccio l’editore il tempo che riesco a dedicare alla lettura è molto scemato, spesso “vado a vedere” e saltabecco, cerco di restare informato ma non sempre leggo libri interi. Oltretutto leggere in lingua per scegliere le nuove pubblicazioni, oltre all’attività di traduzione e alla direzione della casa editrice con i miei soci mi tiene davvero molto occupato. Parlerò quindi di una sensazione personale, che potrebbe essere fuori strada. Ho come l’impressione che salvo rari casi chi scrive in Italia – e ci sono autori di grande pregio, giovani e meno giovani – si rivolga maggiormente, quasi necessariamente, al pubblico italiano, o presuppongano una imprescindibile conoscenza del nostro ambiente. Senza meritare per forza l’accusa di essere “ombelicali”, forse, per così dire, mi pare che non alzino troppo la testa a uno sguardo sul mondo. Gli scrittori cechi, e sottolineo che vanno per la maggiore molte autrici donne, credo abbiano più interesse per storie più universali, forse perché vivono in un paese e in un sistema culturale più piccolo, si sforzano di più di essere meno provinciali, proprio perché hanno maggiore coscienza di non essere al centro del globo. Poi magari sono quelli e quelle che piacciono a me, per cui non posso dire di essere del tutto obbiettivo. Per cui la definizione di “imperdibili” forse è eccessiva, ma può essere molto utile, piacevole e sorprendente per il lettore italiano leggere punti di vista sulla contemporaneità che non siano né i nostri, né quelli “universali” e un credo un po’ troppo mainstream che provengono dall’influentissimo e pervasivo Occidente angloamericano. Ci sono particolarità e aspetti tipicamente centroeuropei che senza nostalgie otto e novecentesche sono ancora oggi in grado di produrre senso. Personalmente ho sempre trovato curioso, anche se comprensibile per il corso degli eventi, che si trovi più naturale riferirsi agli USA, a quel modo di vivere, rispetto a paesi che rispetto a due estremità del nostro stesso stivale italiano sono più vicini geograficamente e come storia secolare. La porta a Est, verso il mondo slavo, è stata sempre meno frequentata rispetto alla direzione opposta, e spesso identificata prevalentemente con la Russia. Molto ha fatto la koiné del dopoguerra, l’inglese, il cinema, la civiltà dell’immagine e dei consumi. Andiamo però a vedere di persona: traduciamo anche per consentire questo al lettore italiano.
5 – Parlaci dei prossimi titoli in uscita.
Compatibilmente con la situazione di blocco che stiamo vivendo, i lavori nella nostra cucina proseguono. La perlina sul fondo di Hrabal è pronto in magazzino, appena stampato, è stato un lavoro molto lungo e difficile, è un autore tanto piacevole e divertente da leggere quanto infido e particolare da tradurre. Laura Angeloni ha fatto un lavoro straordinario, e dobbiamo ringraziare moltissimo la disponibilità alla revisione e alla cura del volume del prof. Alessandro Catalano dell’Università di Padova, che con rara generosità (e direttive precise e puntuali) ci ha accompagnato con sicurezza in questa difficile impresa, corredando il testo, come nel caso del Bruciacadaveri di Fuks, con una utilissima postfazione critica.
Di seguito, e per forza di cose l’uscita slitterà a quando torneremo a una certa normalità, avremo il nuovo romanzo di Bianca Bellová, Mona, di cui abbiamo acquisito i diritti addirittura prima che il libro uscisse in Repubblica Ceca. Il lago, il precedente romanzo, è stato parecchio apprezzato, anche se non ha avuto una grande circolazione, in questo nuovo lo stile è sempre il suo, estremamente riconoscibile, per cui chi l’ha amato lo leggerà con piacere. Chi non la conosce ancora, li adorerà entrambi, e certamente la inviteremo di nuovo in Italia per qualche evento, in collaborazione con i Centri culturali cechi di Roma e Milano, che ci danno il loro fondamentale supporto.
Intervista a cura di Angela Vecchione
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Eccola lì, la provocazione in forma di refuso che ha reso leggendario Hrabal. Si legge in fondo a La morte del signor Baltisberger, che racconta un pomeriggio motociclistico a Brno, nel 1956. Durante la corsa delle 250 Hans Baltisberger, come davvero successe, ha un incidente mortale. La sua moto, Nsu Sport-Max, viene coperta da un telo come il corpo dello sfortunato pilota. Il buon Bohumil, che se ne infischiava del potere e dei suoi mostri sacri, aggiunse una «r». E scrivere che Ma(r)x giace cadavere in un fosso poteva essere pericoloso anche se a Praga cominciava a tirar una lieve aria di «primavera». La casa editrice se ne accorse in ritardo e costrinse sette solerti ragazze a cancellare a mano quella «r» malandrina, con un puntino di penna su tutte le copie già stampate. Lui se la rideva e si vantava della bravata in birreria (e poi nel libro Spazi vuoti). Fu con quella beffa, e con altri racconti di degna iconoclastia, che Hrabal debuttò nel panorama letterario praghese. E che per la prima volta, ora, escono in italiano, tradotti da Laura Angeloni, con dotta postfazione di Alessandro Catalano.
Il titolo, La perlina sul fondo, allude a quella gemma preziosa di umanità che brilla negli abissi di ogni essere, anche il più reietto, anche il meno fedele alla linea. Fannulloni, sabotatori, mascalzoni sbruffoni, piccoli fantasticatori, svitati, parassiti (li definiva Ripellino). Quei tipi che nel capitalismo sono la manifesta conseguenza dell’alienazione. Ma che nel paradiso dei lavoratori diventati padroni dei mezzi di produzione, e quindi di se stessi, non possono esistere, perché sarebbero un ossimoro, la dimostrazione che il marxismo fa cilecca. Hrabal invece non solo li incontrava nelle birrerie, nei parchi, ovunque si potesse sbevazzare e «stramparlare», ma li trasformava in (anti) eroi simpaticissimi del sottobosco praghese.
Anche se le maglie della censura si erano allentate dopo la morte di Stalin e la denuncia dei suoi crimini, la reazione della critica fu dura. Estenuanti, le trattative con l’editore per smussare toni e situazioni. Dopo la pubblicazione arrivarono a decine le lettere di proletari indignati. A quel tempo (meraviglia!) gli haters erano costretti a spargere la loro bile sulla carta e con la penna. Ma i toni non erano granché differenti dagli odierni post sul web. «Sporco maiale, quando la smetterai di avvelenare le anime umane con le tue perversioni disgustose!». «Sulla forca!, La letteratura è un letamaio, un allevamento per la produzione in serie di perversi assassini bestiali». La sua colpa era raccontare la «realtà» non il «realismo» socialista. Praga vera, per niente magica. Bordelli, bische clandestine, acciaierie dove si cazzeggia invece di imitare il compagno stakhanov, piloti di tram che abbandonano il mezzo per bere un caffè e lo lasciano girare pericolosamente senza guida al capolinea.
Nel ’63, quando il libro uscì, Hrabal era già abbastanza attempato. 49 anni. Non aveva mai pubblicato nulla, a parte qualcosina in samizdat, eppure, sempre per quelle meravigliose contraddizioni del socialismo reale, era stipendiato per fare lo scrittore. Prima, però, aveva inchiodato rotaie, fatto il capostazione, offerto polizze assicurative, era stato commesso viaggiatore, operaio, macchinista teatrale. Perché voleva «sporcarsi» con la gente comune per raccontarla meglio.
Fu anche, imballatore di carta da macero. Da cui nacque il meraviglioso Una solitudine troppo rumorosa. L’Haňťa, che lavorava alle presse e, involontariamente, si istruiva con Nietzsche, Goethe, trattati di micologia, compare già qui, nel racconto Il barone di Münchhausen, e corteggia tutte le donne che incontra regalando romanzi rosa salvati dal macero. Fa impazzire il suo principale. E con il candore saggio dei paria spiega cos’è che manda a ramengo la società totalitaria e rende la burocrazia un mostro potentissimo. «Sa signor capo, a volte abbiamo solo bisogno di sentire di aver un potere sugli altri. Non dev’essere un potere eccessivo, ma un pochino, giusto per fargli abbassare un po’ la cresta». Era per questo che qualunque burocrate, funzionario, graduato, stellato, falcemartellato, con un sadismo tanto inutile, quanto deleterio rendeva ogni cosa un’avventura kafkiana (il Franz del Processo, con Hasek, si colloca nello stesso filone di Hrabal).
Hrabal sapeva esattamente quanti gradini bisogna scendere o salire per accedere a tutte le birrerie di Praga; come è bello sfrecciare in motocicletta e provocare incidenti; giocare a rugby e fare il tifo ai derby Sparta-Slavia; abbracciare le donne con seni grandi. Insomma raccontava la vita normale, che non può e non vuole essere redenta dal partito perché ci pensa da sola a redimersi con un boccale di birra o una bigliettaia con il rossetto sulle labbra. E soprattutto insegnava che il potere, qualunque esso sia, si scioglie di fronte all’assurdo come burro al sole. Prendete quel ragazzo che si chiamava Gangala.
«Quanto fa tre più tre?», gli ha chiesto un giorno il maestro. E Gangala ha risposto sette. Si è beccato un paio di sberle e di nuovo: «Quanto fa tre più tre?», e lui di nuovo sette. E tutta la classe ha dovuto fustigarlo a turno con la verga… e: «quanto fa tre più tre»? e sempre sette. Gangala sembrava così sicuro di sé che il maestro è andato di corsa nella sala professori a contare col pallottoliere. E ha continuato a chiudersi lì dentro per tutto l’anno e alla fine dubitava persino del pallottoliere. Ed è finita che Gangala e quella semplice addizione lo hanno fatto impazzire».
Hrabal se ne andò nel ’97 cadendo da una finestra del quinto piano. Secondo la versione ufficiale si era sporto troppo per cibare i piccioni, come un protagonista di qualche suo libro. E ne scrisse di meravigliosi, (Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare, Treni strettamente sorvegliati, Ho servito il re d’Inghilterra…). Leggetelo e rileggetelo. E capirete che nulla va preso sul serio. Perché su questa umana terra non è affatto vero che 3+3 non faccia sette. Né tantomeno che la scienza sappia come debellare un minuscolo virus.
Da qualche settimana il mondo non è più quello che conoscevamo. Siamo stati costretti dall’emergenza a chiudere e a lasciare da parte tutte quelle attività che ci sembrava impossibile accantonare e anche lo svago e le uscite con gli amici si sono bruscamente interrotte. Una quotidianità mutata, e mentre un esercito di medici, infermieri e ricercatori stanno tentando senza sosta di arginare una tragedia, noi tutti, chiusi nelle nostre case, siamo alla ricerca spasmodica di un antidoto per spezzare la noia. L’emergenza straordinaria e questa quotidianità sospesa da settimane, inevitabilmente, ci porta ad avere emozioni insolite da gestire e da elaborare. Nel tempo, anche, della socialità fisica ridotta, la lettura può venirci in soccorso per allentare tensioni e trascorrere qualche manciata di minuti distesi, rilassanti. Lettura che si trasforma in una finestra che si apre sul mondo e proprio nel momento in cui noi siamo reclusi nelle nostre case. Un libro, adesso più che mai, può diventare una risorsa preziosa e la lettura una attività preziosa per comunicare con l’esterno. Ritornare a essere curiosi, attraverso la lettura. Già, perché la lettura può servire a incuriosirci e a sollecitare domande su questo strano presente che stiamo vivendo, proprio come accade a Fleischman, il protagonista acchiappanuvole di Grand Hotel. Romanzo sopra le nuvole.
Grand Hotel è il pluripremiato romanzo surreale di un ragazzo stritolato dalle difficoltà, un disadattato con una vita a ostacoli. Ma Fleischman sa, proprio come il buon acchiappanuvole di una canzone di Luigi Tenco, non solo comprendere le nuvole ma pure i misteri dei venti e delle stagioni. Romanzo pubblicato in Italia da Miraggi Edizioni con traduzione della giovane Yvonne Raymann, sesto titolo della Collana NováVlna curata da Alessandro De Vito. Il suo autore è Jaroslav Rudiš. Uno scrittore ceco originario di Turnov, classe 1972, del quale in Italia erano già stati pubblicati due libri precedentemente, quello di esordio, datato 2002, Il cielo sotto Berlino, e poi l’amaro e malinconico Helsinki, dove il punk si è fermato. Rudiš è un autore eclettico, musicista e apprezzato sceneggiatore di graphic novel. Da questo suo romanzo è stato tratto un film, Grandhotel di David Ondříček nel 2006, con la sceneggiatura dell’autore.
Si tratta di un racconto in prima persona con episodi personali, aneddoti e personaggi alquanto bizzarri. Siamo nei Sudeti, al confine tra Repubblica Ceca, Polonia e Germania, in cima al monte Ještěd, nella Boemia del nord, nel villaggio di Liberec, quella che era vecchia Reichenberg per i tedeschi. In questo triangolo di terra si staglia verso il cielo, a 1012 metri sul livello del mare, il Grand Hotel del titolo, un moderno e gigantesco albergo dalla costruzione futuristica rotonda e a forma di astronave (realmente esistente) che sovrasta la città. Qui dove finisce la terra e comincia il cielo vive e lavora, da molti anni, il trentenne Fleischman, portiere tuttofare dell’edificio. Il Grand Hotel è solitario e isolato proprio come la piccola città di confine e gli unici amici del protagonista sono gli eccentrici personaggi che popolano l’albergo. Rimasto orfano da ragazzino, avendo perso i genitori in un incidente, deve fare i conti con una vita che è un fallimento. Superstite, non è mai piaciuto a nessuno e non è riuscito in nulla. Non ha mai lasciato la sua città e neppure ha mai avuto una ragazza. Dal racconto che fa alla sua dottoressa, dovrebbe essere andata così, l’incidente e poi adottato da un vecchio cugino sin là sconosciuto. Adottato con poco amore e tanto calcolo, il solitario e frustrato Fleischman trascorre le sue giornate in compagnia di tutta una serie di strani rituali e quell’unica passione per la meteorologia. Accetta di vivere in quel posto solo per essere il più possibile vicino al cielo e poter osservare e comprendere le nuvole che corrono libere. Misurare la temperatura tre volte al giorno e aggiornare il suo grafico, calcolando gli effetti dei fronti caldi e freddi, le alte e le basse pressioni e le direzioni dei venti, e, poi, tornare a osservare quelle nuvole che corrono libere nel cielo. La sua vita è tutta in quei diagrammi che appende al muro e in cui annota il tempo atmosferico e lo scorrere del tempo. Fleischman, che non conosce nemmeno il nome proprio, in questo luogo magico, si rende conto che potrà trovare una via d’uscita dalla sua città e dalla sua stessa vita solo attraverso le nuvole. Con la testa tra le nuvole coltiva, infatti, il suo sogno segreto: trovare una ragazza da amare e avventurarsi oltre il confine e poter volare via da Liberec, abbandonando la sua misera esistenza. Si è cucito un pallone aerostatico per volare oltre le nuvole, ma quando è pronto ad andarsene irrompe la cameriera Ilja, che un giorno arriva come un’apparizione alla reception dell’hotel:
«La mia dottoressa dice che la vita delle persone sia come un mosaico. Dice che non la ricordiamo mai tutta intera. Che del passato vediamo sempre e solo dei frammenti. Dei bagliori. Dei lampi».
La dottoressa di Fleischman pensa che la vita delle persone sia come un puzzle, composta da tanti pezzi e da tante storie, e forse per questo che lui ha dimenticato certe storie, o le ha confuse. È un libro che merita di essere letto perché ci invita a osservare meglio le cose che abbiamo intorno e anche a rivolgere più sguardi al cielo, per imparare ad ascoltare noi stessi e le persone che ci vivono accanto, ma pure ad ascoltare i luoghi e il posto in cui viviamo e le persone che ci ha preceduto in quei luoghi. Un libro che ci aiuta a riflettere, in questo nostro presente sospeso, e a ricomporre pezzi di puzzle e mosaico che ci siamo persi nella fretta dell’altra vita. Un libro adatto, insomma, a tutti gli acchiappanuvole come me…
«…Non devi credere, no, vogliono far di te
Un uomo piccolo, una barca senza vela
Ma tu non credere, no, che appena s’alza il mare
Gli uomini senza idee, per primi vanno a fondo
Ragazzo mio… un giorno i tuoi amici ti diranno
Che basterà trovare un grande amore
E poi voltar le spalle a tutto il mondo
No, no, non credere, no, non metterti a sognare
Lontane isole che non esistono
Non devi credere, ma se vuoi amare l’amore
Tu, …non gli chiedere quello che non può dare
Ragazzo mio, un giorno sentirai dir dalla gente
Che al mondo stanno bene solo quelli che passano la vita a non far niente
No, no, non credere no,
Non essere anche tu un acchiappanuvole che sogna di arrivare
La rassegna ai Docks introduce la poesia nella Settimana dell’arte in programma letture e performance, musica elettronica e proiezioni (29 ott. 2019)
«La poesia non solo non è morta, ma non fa morire. È una terapia d’urto». Francesco Forlani ha appena finito di scrivere la sua ultima raccolta di rime: «Penultimi» (Miraggi edizioni) e sarà uno degli ospiti d’onore della terza edizione di «Nexst», il festival di arte indipendente curato e organizzato da Olga Gambari e Annalisa Russo che da oggi fino a domenica invaderà la città con proiezioni, performance, esposizioni, video, musica elettronica. E poi tanti, tantissimi versi. Quest’anno infatti, la manifestazione avrà un focus dedicato alla poesia come pratica artistica contemporanea e laboratorio di ricerca. Ai Docks Dora di via Valorato 68, che in questi giorni si trasformeranno in una cittadella dell’arte con undici spazi aperti al pubblico, Forlani, che si definisce un artista «prepostumo», presenterà in anteprima il suo volume e la sua personale ode ai penultimi raccontando «l’ultimo avamposto della gentilezza umana: quella dei lavoratori che si ritrovano alle 5 di mattina dentro le carrozze della metro».
Sono più di 8000 i chilometri che dividono Seattle da Torino, eppure in queste pagine Domenico Mungo riesce nell’immane impresa di annullare questa enorme distanza fisica, unendo idealmente la capitale del grunge e il capoluogo piemontese sotto le insegne sanguinanti del punk e della lotta al sistema. La storia, si sa, la scrivono i vincitori, e allora l’autore di Il suono di Torino decide di dare voce ai Beautiful Losers che negli anni della lotta operaia riempiono di furore anarcoide le grigie vie della città della Fiat, sinistro Moloch che si staglia con la sua ombra su tutto il racconto. Anni di occupazioni e concerti clandestini, radio libere e band seminali (Franti, Fluxus, Negazione), ma soprattutto di epifanie improvvise capaci di cambiare intere esistenze; come l’incontro con la musica di un angelo tossico martoriato dalla fama, ansioso di trovare una via di fuga dal proprio violento male di vivere. Mungo in queste pagine cuce nella carne viva della storia italiana un patchwork pulsante di dolore e nostalgia, fatto di passioni irrefrenabili, rock’n’roll e militanza estrema.
Tradotto finalmente in italiano grazie a Miraggi esce il libro d’esordio di Bohumil Hrabal, il maggiore scrittore ceco della seconda metà del Novecento. Vissuto facendo mille umili mestieri, ampiamente testimoniati nella sua opera, Hrabal pubblica La perlina sul fondo a 49 anni, nel 1963. Nello spettro dell’interesse dello scrittore rientrano le persone bastonate, quelle che appaiono sbruffone perché preferiscono nascondersi dietro un atteggiamento spavaldo piuttosto che mostrare i propri sentimenti, la gente che macina slang contribuendo alla formazione di una lingua nuova. Hrabal riesce a coglierne l’essenza, la perlina celata in ognuno di essi. In questa prima raccolta di racconti si trova tutta l’umanità dei bassifondi e dei margini che l’autore ceco investigherà nell’opera successiva.
Biagio Cepollaro nella nota critica alla raccolta poetica di Francesco Forlani «Penultimi» edita da Miraggi, osserva che il mondo che emerge da queste pagine «non è più quello dell’alienazione operaia, ma quello dell’apartheid prodotta dalle nuove oligarchie finanziarie. La società tende a dividersi in caste non più in classi come nel Novecento. Le persone sempre in movimento pendolare restano immobili. L’Occidente sembra tutto retrodatato al vecchio regime, a prima della rivoluzione borghese. È un mondo neofeudale, appunto».
L’osservazione pertinentissima ci introduce alla lettura di questa poesia di efficacia illuminante e severa, tutta trattenuta sull’oggi, sui «penultimi» e il loro viaggio dentro una realtà che si manifesta nel grigiore delle somiglianze e nella rassegnata dimensione esistenziale di un giorno lunghissimo, quasi senz’alba e senza tramonto.
Forlani è uno scrittore che si getta anima e corpo sul paesaggio disadorno e infelice di quel presente che la poesia – ma anche il romanzo e le interpretazioni teatrali contemporanee – tende a considerare quale «preghiera dei penultimi, la trasparenza». Una trasparenza ossessiva a tratti, e a tratti invece dolce e magicamente corrosiva. Con le pagine dei suoi «Penultimi», Forlani traccia davvero l’arte di una sottile disperazione, cioè la sua condizione umana, il suo gesto, il suo guardarsi intorno, il suo procedere o sostare. Si ha l’impressione in certi momenti di scontrarsi con quella pungente situazione d’inciampo che il poeta narra così: «Non pensavo potessero le cose / essere penultime, possedere un tempo, / non la semplice durata proprio / l’estensione immisurabile di un corpo». Francesco Forlani scrive e insegna, c’è nella sua poesia questo doppio sentimento delle cose come lo ritrovi in certa poesia del Novecento, nella sua misura di «cosa», «persona», «voce» e luogo.
I temi, infatti, si rincorrono e descrivono «l’incessante ritmo delle correnti» che per tutto il secolo scorso hanno alimentato sia il gesto salvifico tentato dalla poesia, sia il suo abbandonarsi al fatalismo e alla crisi del mondo. «Penultimi» […] è poesia ora della natura, ora delle metafore più audaci, ora di una serena stagione che le immagini raccolte nel volume aiutano a concepire come quadri istantanei dei nostri desideri e delle solitudini che le condizionano.
Forlani, poeta traduttore, cabarettista, scrittore e «agitatore culturale» vive a Parigi e da Parigi, ancora centro di un mondo d’arte che non perde mai di attrazione e di fascino, manda il proprio messaggio in un intenso complesso poetico e narrativo che investe la memoria dell’oggi – con tenerezza e crudeltà – precisa Cepollaro, dove la sua tenerezza è intrisa di limpido lirismo e la sua crudeltà è in fondo una pietas, un amore si potrebbe dire, la vera onda della poesia che in lui si fonde dentro una umanità consapevole ed eticamente alta.
Ecco l’immagine perfetta, allora: «Ora colato dal marciapiede, / cascata di calore la coperta / in cerca di un corpo»; un corpo che custodisca in sé il calore e il sangue della parola che, da breve cronaca, diventa storia e destino di un’epoca, la nostra, così infelice e tuttavia così orgogliosa dei propri passi che in questa raccolta si esprimono letteralmente in doppia lingua, il francese di Christian Abel elegante e aderente al sentimento di Forlani, e il passo del nostro poeta cuore e mente di una metafora esaltante della vita che si offre quale esempio di una lunga e appassionata familiarità come nei versi indimenticabili della lirica 29: «Ed il voltarsi della faccia di mio padre / verso la mia, che da parte a parte scarta lo specchio / mi fa ricordare giovane lui e ora me più vecchio».
Leggere Valeria Bianchi Mian significa entrare in un cumulo di immagini, ricordi, luoghi, moti emotivi. Ma non è confuso e indistinguibile nei suoi elementi. È al contrario allineato, così come le carte dei Tarocchi di cui l’autrice parla nella sua introduzione: «I tarocchi li ho presi in mano da ragazzina […] è possibile che siano le carte a possedere me in un rapporto di reciproca benevolenza e orientamento, come bussola onirica e poetica». L’autrice firma questo importante testo poetico, che attira l’attenzione già dal titolo, che non ha bisogno di essere spiegato o interpretato: “Vit[amor]te. Poesie per arcani maggiori”, edito da Miraggi Edizioni, perché è proprio quello l’invito al lettore, sembra di capire: spingersi nell’interconnessione dei mondi.
E allora tra le immagini del matto, la papessa, l’imperatrice, l’appeso (la cui poesia annessa a quest’ultimo, è stata finalista al secondo premio Alda Merini 2018) e tanto altro, l’autrice ci accompagna in un percorso immaginifico, dove accogliamo il suo invito a cercare (in esergo l’autrice: “A te che vai cercando”. ). A leggere la poetessa, la ricerca non risulta vana, troviamo anche quello che da subito non percepiamo: «ad ogni mia convinzione / aggiungo / un punto di domanda».
E l’approdo al forziere, sia esso un ammasso di interrogativi, o di conferme, ognuno saprà capire in cosa consiste la propria libertà di possesso, lo si deve alla capacità erudita di condurre che contraddistingue Bianchi Mian.
Ci sono passaggi, nella raccolta, che esortano alla riflessione esistenzialista che ricorda la filosofia Sartriana, nell’esposizione di un tempo che sfugge, che non permette la presa, «L’ora persa tra le due e le tre / pensando di vivere a lungo / sommando altre ore e ore al tempo», dove l’interrogativo ci porta sul rapporto spazio-tempo, «me bambina + / me adolescente / + me adulta = / lo spazio illegale del Sé?».
L’autrice dà al lettore senza sfoggio, dona come se stesse prendendo, ricordando un intenso passaggio narrativo dello scrittore libico Hisham Matar. O – per rimanere in un ambiente più vicino alla sua formazione, benché non proprio aderente al percorso nel quale ci accompagna («…Ben più di quanto io mi senta attratta dai popolari marsigliesi o dal percorso intrapreso da Jodorowsky, pur apprezzando la vitalità e l’energia di quest’ultimo, seguo l’anima delle artiste che hanno progettato i Rider-Waite-Smith e i Crowley-Harris, scrive) – sembra seguire l’invito del noto Jodorowsky, quando ci dice che “quello che dai, lo dai a te, quello che non dai, lo togli a te”.
E allora noi leggiamo con precisione e calma, perché come ci ricorda l’autrice «la fretta / ti porta alla soglia / prima degli altri / ma non vinci niente». Cercando di addentare l’arcano, per svelare e scoprire la natura dell’umano sentire.
Il Bagatto
Aborro (andante con grido)
Aborro
l’induzione al bisogno
le multinazionali del disagio.
Aborro
il marketing del nulla
nel Nulla che avanza
e avanza
e t’induce al bisogno
del nuovo modello di ciocco-merendina
del panno impermeabile pulisci macchie invisibili
del dopo dopo-balsamo per i peli delle ciglia
dell’esaltatore di sapidità per gli zombie
che camminano nella ciotola del gatto
dei sogni da far nascere con l’utero in affitto
dell’attico ignifugo su Marte
dello yogurt rossoblu dell’Uomo Ragno
del leviga occhiaie gel multifunctional iperattivo
«Donne di mafia»: il tumulto provocato dalle figure femminili all’interno di Cosa Nostra
Vittime, complici, protagoniste. A raccontare le donne dei boss, omertose o ribelli, all’epoca dei primi grandi pentiti e il loro rapporto con il frantumarsi del fenomeno mafioso, è stata la giornalista lucana Liliana Madeo in «Donne di mafia», un’inchiesta giornalistica realizzata in Sicilia a partire dal 1992, e pubblicata nel 1994. Ristampato oggi dalla casa editrice «Miraggi», a 25 anni di distanza, non smette di fare luce e «mettere ordine» nelle intricate vicende di mogli, amanti, sorelle, figlie, giovani e anziane, da sempre immerse nell’ombra della famiglia. Il testo racconta, infatti, il tumulto che alcune figure femminili provocarono all’interno di Cosa Nostra: quelle che incoraggiarono i loro uomini a uscire dal circuito mafioso, abbandonando gli agi del potere; quelle che si pentirono; quelle che abbandonarono il marito; quelle che fuggirono, al loro fianco, nei rifugi all’estero o in Italia, e decisero di vivere sotto un altro nome, in luoghi continuamente diversi; quelle che si schierarono contro i compagni di una vita; quelle che arrivano addirittura a togliersi la vita. «Quando Giovanni Falcone fu ucciso, provai a immaginare la faccia dei suoi assassini, i loro festeggiamenti per il successo ottenuto. “E le mogli?”, mi chiesi. Come li avevano accolti, quella sera, i mariti? Se li erano stretti amorevolmente al petto? Di loro — le donne del pianeta mafioso — si sapeva ben poco», racconta al Corriere della Sera Madeo, ricordando la genesi del libro. «Mi precipitai a Palermo. Parlai con magistrati, dirigenti delle forze dell’ordine, sociologi, avvocati, anche con alcune delle donne che avevano avuto il coraggio di uscire dalle pieghe del silenzio e della sottomissione alle regole di Cosa Nostra. A molte mie domande ottenevo, in risposta, evasività, moti di fastidio e di sorpresa. Ho lavorato a lungo. “Lo faccia, lo faccia questo libro. Non sa quanto anche a noi può essere utile!”, mi incoraggiò un alto magistrato».
Cultura e tempo
E così, pagina dopo pagina, intervista dopo intervista, nacque l’oera nella quale ritroviamo «donne giovanissime e inconsapevoli, che per amore finiscono nel circuito degli omicidi, tra latitanze, vendette e fughe. Donne che — con gli occhi e il metro di giudizio dell’uomo che hanno sposato — tutto vedono, giustificano, proteggono. O addirittura incrementano. Oppure – quando lui esce dal clan – rinuncia a un giudizio su quanto è accaduto», spiega. Accanto a loro, «ho descritto anche le figure di quante consideravano la convivenza con il marito un incubo e quelle che cui fu la stagione della felicità, sbandierando le virtù del compagno, padre esemplare, cittadino senza peccato». Tutte loro, nessuna esclusa, ci portano a riflettere su quanto sia «stretta la connessione tra noi e il nostro tempo, noi e la cultura che respiriamo». Tutt’altro che misterioso — precisa — è il compito che Cosa Nostra assegna alla donna: «Deve ubbidire, rispettare gli ordini, tacere. Garantisce la sicurezza della famiglia e la continuità del potere all’interno del clan. Le ragazzine dei vicoli di Palermo e delle periferie siciliane lo sapevano ma – ignoranti, sole, catturate dal richiamo sessuale e sentimentale oltre che dalla visione degli agi di cui avrebbero potuto godere – si inserirono senza titubanze in quel mondo cupo, maschilista, violento», chiarisce.
Rabbia, pena e ammirazione
Nel corso delle ricerche sul campo, «ho scrupolosamente riferito quanto proveniva dalle fonti ufficiali. Esili e sbiadite sono state le voci di replica», sottolinea. Senza dimenticare la «rabbia provata davanti alle matriarche, alla loro indefessa attività mafiosa, e la pena per quante – senza successo – sono andate nelle piazze a urlare i nomi degli assassini di una persona cara, di un figlio». A prevalere, però, è sempre stata «l’ammirazione per quelle che hanno portato il marito a denunciare i crimini commessi e i loro complici, a “parlare” dando il via a nuovi filoni d’indagine. Penso a Margherita Gangemi, moglie di Nino Calderone. Di famiglia non mafiosa, con un diploma e un impiego all’Università di Catania, si innamorata del bel giovane e lo sposa. Subito capisce qual è la sua attività ma tace, stipulando con lui una sorta di patto del silenzio. Finché un giorno – anni dopo – vede i rischi che incombono su di loro e viene allo scoperto. Fa partire Nino alla volta della Svizzera, gli organizza l’accoglienza presso suoi amici e strutture religiose, vende la casa e i gioielli, si licenzia, lo raggiunge …. Sarà lei a chiamare Falcone con cui si incontreranno a Marsiglia».
Il cambiamento di Cosa Nostra
Cosa o cosa non è cambiato da allora ad oggi? «Cosa Nostra è cambiata del tutto, nella struttura e nella gestione degli affari. Pure le figure femminili — anche se ufficialmente il loro ruolo resta quello di sempre — sono cambiate. Oggi non se ne stanno più nella penombra; parlano in pubblico; esibiscono la loro bellezza e i loro talenti. Non solo, sanno usare i mezzi di comunicazione più avanzati; conoscono le lingue straniere; prendono con disinvoltura aerei che le portano da una parte all’altra del globo collegando tra loro poli diversi di denaro e di potere. Ancora, però, non è concesso loro lo scettro del comando», conclude. Quale messaggio è importante rilanciare oggi, alle nuove generazioni che leggono per la prima volta queste vicende sui libri di scuola e non le hanno vissute? «Se un giovane ha interesse per il western, l’horror, il giallo, gli intrichi e gli imprevisti dei giochi d’amore, nelle storie passate di Cosa Nostra trova pane per i suoi denti. E così sarà in grado di gustare ancora meglio le inchieste, gli svelamenti — non poco clamorosi — che si preannunciano».
Mie adorate signore ecogattopardate che anelate il solstizio d’estate e glutei pressostampati,
ho ululato di giubilo alla luna sprofondante nel rovente bacino, ho ballato sotto la pioggia acida che scarnifica il mio inaccessibile terrazzo, ho bevuto punch al mandarino fino ad accartocciarmi come una lattina di alluminio schiacciata e tutto, tutto quanto, tutta questa gioia incontenibile, dirompente, scavallante, purificante come una brezza che discende le pendici del monte Fuji, tutto quanto per avere scoperto questo libro pirotecnico come uno spettacolo al Rione Sanità, spumeggiante come una gazzosa agitata e soprattutto selvaggio, selvatico, maleducato, prepotente, schiaffeggiante come ben pochi altri io abbia incontrato.
Vi dico come è avvenuto. Sono entrato, ho percorso la fila di libri una volta, l’ho percorsa una seconda volta a ritroso, poi l’ho percorsa una terza volta e ho fermato il passo verso la fine, quasi alla svolta a destra della fila di libri. Era lì, di grigio travestito, quel titolo inconcepibile, un alieno tra la folla, un pazzo seduto tra i mediopensanti, uno nudo in fila tra gente vestita da capo a piedi. È successo proprio così.
Brucio Parigi. Ah che titolo! Trovatemene uno più insolente se siete capaci. È pura insolenza questo libro, meravigliosa insolenza. Talmente insolente che il povero Bruno Jasieński, una volta scritto e pubblicato, per altro in condizioni a dir poco ridicole, e dopo aver radunato folle ululanti di gioia per codesta opera, venne espulso dalla Francia dai mangiarane parrucconi franzosi impermalositi e si ritirò in Unione Sovietica dove, come ci si poteva immaginare, finì tragicamente. Era il 1929 e Brucio Parigi è, signorone e signorine palpitanti e palpebranti, un inno futurista, comunista, nemmeno troppo velatamente antisemita, come d’altronde era l’epoca, intimamente anarchico e, io aggiungerei per dare una ventata di post-moderno demodé, un manifesto punk di purissima fattura. Brucio Parigi è un libro carnalmente punk. Ciò lo rende grande. Il punk forse è morto per qualcuno, ma di certo è nato anche con Brucio Parigi.
Qualcuna di voi si incuriosirà, certo certo, un calore, una vampata di proibito, un eccesso che scuote membra infiacchite dagli allenamenti, come l’idea di raparvi a zero, lo so che vi viene, di tanto in tanto, il gesto di rottura, rinchiuso nello sgabuzzino del cervello, perché non leggere un libro così allora, selvaggio e insolente? Ma certo perché non farlo, ma siate avvertite che non è per tutti, domandatevi, sono un lettore o sono un personaggio? Domanda curiosa, domanda impertinente, quasi maleducata, come osa? non si permetta! Io personaggio? Personaggio a me non lo dice nessuno! E poi, personaggio di che, di cosa, di chi? Attenzione mie dilette, cautela, prudenza, sfoderate le armi borghesi, lisciate l’agio della modernità e titubate prima di intraprendere il sentiero oscuro delle pazzia futurista. Il sentiero dei pazzi si addice ai pazzi e in questo caso chi può dire di esserlo o di non esserlo?
Brucio Parigi, Brucio Parigi, Brucio Parigi… ti entra in testa e non ne esce. Ti deturpa, come un herpes. Come un brufolo sulla punta del naso. Inizia con un velo di oscurità fitta e pesante, una maglia spessa calata sulla faccia. Per un po’ non si comprende. Poi tutto inizia a girare, a vorticare, come a stare in un barile che rotola giù da una collina. Tutto vortica sempre più velocemente, si perde il senso del sotto e del sopra, della luce e del buio, cos’è luce? cos’è buio? la pestilenza è luce o buio? gli ebrei, i comunisti, i francesi, gli americani, i capitalisti, gli operai, gli scienziati, tutti questi, sono sopra o sono sotto? Da che parte stanno? E tu, gattopardata, da che parte stai? Che ne sai di immaginare il mondo in modo selvaggio? Che cosa vuol dire per te selvaggio? Non rispondere, è pericoloso. Parlare è insalubre in certe situazioni.
Nelle oscure profondità dell’oceano, dove non arrivano più le correnti, i vortici e lo sciacquio delle onde, in un’immobile acqua verdastra morta come l’acqua di un acquario, tra foreste di alghe gigantesche e di sigillarie e liane antidiluviane, vive la passera di mare. […] Sul fondo vive la passera di mare. Qualcuno la prese, la tagliò a metà lungo il dorso e mise una metà sulla sabbia. La passera di mare ha soltanto un lato, il destro. Il suo lato sinistro è il fondo marino. Un organo sparisce, se non viene utilizzato. Tutti gli organi della passera di mare del lato sinistro, inesistente, si sono spostati sul lato destro e dal lato destro, l’uno accanto all’altro, un paio di occhi piccolini indifferenti guardano sempre verso l’alto. Gli occhi guardano sempre in su, tutti e due dalla stessa parte, mostruoso, orribili, bizzarri; mentre il lato sinistro non esiste. Nell’enorme città di Parigi, in una rossa casa lentigginosa in rue Pavè, abita il rabbi Eleasar ben Tsvi. […] Il rabbi Eleasar ben Tsvi ha due occhi l’uno vicino all’altro e questi occhi guardano sempre in su, inespressivi, piccoli, molto somiglianti, rivolti al cielo dove credono di poter vedere alcune cose percepite solo da loro. Un organo sparisce, se non viene utilizzato. Il rabbi Eleasar ben Tsvi vede tante cose inaccessibili allo sguardo umano, però non vede quelle più semplici; conosce soltanto un lato, quello rivolto al cielo, mentre quello rivolto al suolo non esiste.
Pazzi, folli, squinternati, gattopardi derelitti, borghesi infracicati, prostrati dalla privazione da sonno, fustigati dall’instabilità emotiva, sessuofobi e sessuomani, psicolabili camuffati, bruciate Parigi finalmente, bruciate la città meravigliosa, il faro d’Europa, la luce della civiltà, lasciate che le fiamme ardano per mesi, per anni, inestinguibili, ballate e ululate sulle braci ancora roventi, date questa soddisfazione ai signori borghesi, normali parrucconi, gradassi benpensanti che non desiderano altro, niente li renderebbe più soddisfatti e pacificati di vedere voi, massa brulicante e fetente di neri scimmioni alzare grida di vittoria dalle macerie e dal carbone di Parigi.
CARA CATASTROFE | Felicia Buonomo (d’amore e rovina)
Che cos’è mai questa Cara catastrofe?
O meglio: dove trova luogo una tanto potente amica di penna?
Rovina è il suo sinonimo – allo specchio riflesso si fa uguale e contraria all’amore e, giocando a immaginare, fa sì che l’affetto degli amanti diventi eroma. Se la catastrofe è amica interiore, i relitti sono dentro la relazione, ed ecco che allora, matematicamente, il risultato è ‘uno fratto’ quell’abbracciarsi forte tra le macerie della coppia archetipica nel dipinto di Burne-Jones Love among the ruins.
Catastrofe, cara – accende romantiche assonanze ed è risoluzione drammaturgica (possibile), capovolgimento dal rosso al nero, parola viva che mi lascia immaginare l’Appeso dei Tarocchi (carta numero XII) impegnato a trasmutarsi in Torre (il Trionfo numero XVI). Ed è una Torre che scoppia e sputa fiamme sopra il paesaggio noto, quella che l’anima della catastrofe mi porta a fantasticare. Sorella simbolica di penna, un ‘caro diario’ evocativo, l’Altra-in-sé di Felicia Buonomo è cara alla poeta, mai scontatané a buon prezzo – è compagna di viaggio. Echi di una privataapocalisse con relativa potenziale apocatastasi aleggiano nell’etere, insieme a Vasco Brondi che apre la silloge e canta… “a inchiodare le stelle a dichiarare guerre a scrivere sui muri che mi pensi raramente…” (Vasco Brondi – Cara catastrofe).
Cara Catastrofe,
m’innamori come il gelo sul lungolago di Mantova, le luci dei lampioni di Milano, le onde sul porto di Genova e la strada oscura dei vicoli di Napoli. Trova nuovi colori e tratti che m’incantino. Dipingi la geografia del mio sentire. Io credo solo agli incantesimi.
La poeta e la sua Catastrofe – ormai fattasi Persona – procedono in carteggio univoco, come traccia unidirezionale o ricamo monologico, coinvolte nel medesimo sguardo che, sempre giocando a immaginare io definirei – riconoscimento omopsichico. E ancora dico gemellaggio interiore, incontro e resa dell’Io all’Ombra. Pensando al rapporto tra queste due istanze, non posso scacciare dalla mente la memoria di un’opera che ho amato tanto. La prosa poetica che abita La casa dell’incesto emerge nel ricordo di un passo d’acciaio e della leggerezza delle piume di un femminile simbolo dell’Altra-in-se-stessa tra le pagine di Anaïs Nin – seppur distante dal tema chiave del libro della Buonomo. Una pennellata, forse, soltanto un tocco leggero mi fa riprendere il filo nella lettura dell’impresa più difficile per le donne (ma anche per gli uomini) di tutte le epoche: ricongiungere i pezzi sparsi, rimettere insieme frammenti di sé, voci e volti dell’interiorità. Vedo l’autrice e la sua Catastrofe come la poeta e la Musa, coinquiline nella stessa ispirazione.
Elementi in luce si intrecciano alle voci in nuce, ai tratti ancora oscuri, messi a nudo fino alla scarnificazione. La pelle e la carne, da un lato. Il dolore dall’altro. La ferita in mezzo. Mentre leggo ho i brividi nelle ossa.
Cara Catastrofe,
guardarti è come entrare in scena, senza aver mai provato la parte. Improvviso, inciampo, goffamente mi rialzo. E di nuovo inciampo. Nei tuoi occhi, il mio sold out. Non c’è spazio per replicare. E io continuo a improvvisare.
C’è solo un modo per soccombere senza soccombere: l’unica reazione possibile sembra essere quella del fare poesia.
Fare anima – Hillman insegna – fare il verso nello spazio di accoglienza del disastro, consapevoli della co-dipendenza dal buio. L’Altro, allora, si declina al maschile, una catastrofeche veste gli abiti dell’amato e prende, scrive l’autrice,
spazio nella linea del mio sguardo,
uno sguardo
che aderisce al tuo passo spavaldo.
L’amato ha le armi per aprire la porta alla stessa Catastrofein quanto portatore sano di rovina, giocatore esperto di ungiogo che stringe la donna, ed è un meccanismo perfetto per donare il male.
(…) Strano meccanismo attiva il cuore: brilla negli occhi senza distinguere tra l’amore e il male. Accorcia il tempo, come la fune che mi hai stretto al collo. Ho sempre pensato che sarei morta di crepacuore. Ora so che sarà per soffocamento.
Lui ha in mano la Catastrofe adesso, forse l’ha tenuta saldamente nelle sue tenaglie sin dall’inizio.
La mia vita
scrive ancora la poeta
procede per sottrazione.
Coscienza di quella sottrazione uguale: votarsi al martirio.
Dormiamo insieme ogni notte ma è nella crepa che dovrai recuperarmi. Fai piano, che anche la luce è dolore, dopo la culla di un buio così violento.
La Catastrofe non è fine a se stessa, se nel procedere serrato nel dolore Felicia – nomen omen, per l’uno fratto la Catastrofe stessa – ci conduce al centro, là dove sta l’amore come
dismorfia
ed è l’amore indifferenziato tra L’Io e l’Altro il modus amandiche annulla L’Io. È importante, mi sono chiesta, sapere a chi sono dedicate le invocazioni, le frustate emotive, gli schiaffi nell’anima, le parole che arrivano dritte al brivido del lettore?
No.
La mia impressione è che si tratti in ogni caso di un procedere immersi nella carne della violenza collettiva contro le donne, nella sottomissione e oltre la tirannia, raschiando il fondo della dipendenza affettiva conosciuta da migliaia di esseri umani fragili e forti e innamorati del male, presi al laccio nel non sapere come uscirne, senza potersi muovere da quel legame di Eros e Thanatos – amore mortale. La poeta canta un canto universale, una musica di sfiducia che diventa possibilità di ricostruzione.
In un’ottica analitica potremmo vedere la faccenda da almeno due punti di osservazione: ciò che avviene dentro risuona fuori e richiama il mondo in una danza di viceversa – è un calvario narrato per versi che condurrà alla resurrezione?
Mi ricordi che anche il figlio di Dio è fatto di carne che sanguina e muore. E che nessuno aspetterà, per me, il terzo giorno.
Forse, le voci altre del mondo potranno aprire la breccia, il varco nelle macerie per estrarre, prima o poi, l’anima dal terremoto.
Jessica dice che mi aiuterà e che non sono sola. Quando vado a farle visita non la guardo mai negli occhi. Ogni visita la concludo così: «Jessica, è colpa mia?».
Ogni staffilata poetica di questa toccante silloge è una dose di dolorosa consapevolezza. Fuori dall’inferno, l’inizio è denso grigio, è vuoto pregno che l’arte può coltivare, punti di sutura, poetica della cura.
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