LA VITA MOLTIPLICATA – recensione di Raffaele Mozzillo su Banda di Cefali

LA VITA MOLTIPLICATA – recensione di Raffaele Mozzillo su Banda di Cefali

«Rosa, io sono un metodico. Ho dovuto fare colazione in un altro bar, sono già abbastanza sconvolto per oggi.»

La vita moltiplicata di Simone Ghelli è una raccolta di racconti in cui ciò che ci viene mostrato il più delle volte non corrisponde a ciò che si pensava di leggere: accade quella cosa che uno dei personaggi della raccolta definisce «contraffazione del reale».
Ghelli è molto bravo a “rifilarci” la sensazione di essere trasportati in un mondo altro, come sospinti in altre dimensioni, mentre invece – una volta storditi – ci ritroviamo davanti a racconti di vita che fanno del quotidiano, della semplicità, della normalità la loro cifra straordinaria.
Ogni racconto parte da un elemento minimo che spezza la routine di un personaggio qualsiasi: un professore che la mattina non può mangiare il suo danese con scaglie di cioccolato perché il bar dove va sempre ha un problema elettrico; un impiegato in una società di servizi che fornisce assistenza ai clienti per conto di terzi, una mattina si ritrova a fare tardi al lavoro per vari motivi – il traffico, la giornata uggiosa, le buche delle strade – ma tutto comincia quando un vecchietto compie una manovra azzardata ad un incrocio con il semaforo rosso; un postino che si alza già stanco una mattina a causa di un incubo notturno e non ne infila una giusta; e così via.
Quando qualcosa cambia all’improvviso arriva la vita, e i personaggi di Ghelli restano lì non sorpresi, non sopraffatti, ma assistono a quello che avviene come se fossero dentro a un sogno, come se dormissero un sonno profondo, tanto profondo da sembrare reale, vero ma innocuo. Come se la vita si moltiplicasse, in qualche modo, e diventasse tante vite diverse. E invece un risveglio c’è sempre.
Dai racconti di Ghelli si apprende che a sconvolgerci la vita è la vita stessa nella sua normalità. Non soltanto i grandi eventi, non solo i grossi traumi, ma sono gli avvenimenti del quotidiano che possono stravolgere così come possono appiattire un’esistenza. Tutto dipende da noi, da come li affrontiamo, e con che occhi li guardiamo (appena svegli).

Ogni personaggio, alla fine, torna indietro e dopo quello che ha appena vissuto – il sogno, «il miraggio di una vita piena», il tempo di un mondo altro che non è il tempo di questo mondo qua – ricompare la vita vera. O forse no.
La scrittura di Ghelli è raffinata, ricercata, a volte si fa rumore di quello che accade – «La casa scricchiolava e brontolava, era un enorme stomaco che stava digerendo la sua vita» –; altre, immagine nitida – «Immobile dinanzi alla distruzione, come l’osservatore esterno nel Naufragio della speranza dipinto da Caspar David Friedrich –; altre ancora suono – […] si eseguono, di nascosto, centinaia di sinfonie di vite separate.»; ma rimane attaccata alle cose, alle storie e ai suoi personaggi – come il pennarello del fumettista Osvaldo Cavandoli alla sua linea –,nel tentativo di tamponare le falle delle loro esistenze tenendole insieme, attraverso un’estetica funzionale che non perde mai di vista ciò che vuole raccontare e anche ciò che vuole immaginare.

«Forse aveva avuto soltanto una passata di febbre e non se n’era neanche accorto.»

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE: https://www.bandadicefali.it/2020/03/23/la-vita-moltiplicata-simone-ghelli/?fbclid=IwAR3FGnQpr0ODrDwdujd-DYjEJE3CCcqOtlGd5hul243UHATt2lNXyqLP4-4

DONNE DI MAFIA – segnalazione su Il Sole24ore

DONNE DI MAFIA – segnalazione su Il Sole24ore

L’azione delle donne dentro e contro la mafia

Donne di mafia racconta il tumulto provocato o subìto dalle donne all’interno di Cosa Nostra: le più giovani e le più anziane; quelle che si pentono, che se ne vanno, che si suicidano.

Quelle che incoraggiano mariti, fratelli, figli a uscire dal circuito mafioso in cui sono immersi; quelle che invece scelgono la strada della denuncia, perdendo perdendo la loro libertà e passando da un rifugio all’altro; infine quelle che si chiudono in casa, sopravvivendo a se stesse nella rete della cosca.

DONNE DI MAFIA – recensione di Angela Corica su Il fatto quotidiano

DONNE DI MAFIA – recensione di Angela Corica su Il fatto quotidiano

Giornata della memoria delle vittime di mafia: queste sono le donne che hanno saputo dire no

Giornata della memoria delle vittime di mafia: queste sono le donne che hanno saputo dire no

La giornata della memoria e dell’impegno promossa da Libera e Avviso Pubblico che si celebra in tutta Italia il 21 marzo, primo giorno di primavera, quest’anno subirà molti cambiamenti dal punto di vista organizzativo, a causa dell’emergenza Covid-19. Ma grazie alla rete e alla campagna social promossa dall’associazione tutti potremo partecipare e dare un abbraccio virtuale ai familiari delle vittime di mafia.

Ancora una volta, e per diverse ragioni, le protagoniste di questa giornata saranno le donne. Il 21 marzo nasce proprio dal dolore di una mamma. La mamma di Antonino Montanaro, il capo scorta di Giovanni Falcone. È stata lei che durante il primo anniversario della strage di Capaci ha chiesto perché il nome di suo figlio non veniva mai menzionato. Si parlava dei “ragazzi della scorta”. E così, dal dolore di questa madre di un figlio vittima di mafia, a cui veniva negato anche il ricordo, ogni anno si leggono i nomi di tutte le vittime, per non dimenticare nessuno di loro. Perché la memoria si trasformi in impegno collettivo.

Il ruolo delle donne dentro e fuori le organizzazioni criminali, come vedremo, si è rivelato fondamentale per dare un duro colpo alle mafie. A febbraio è stato ristampato dalla casa editrice Miraggi il libro Donne di mafia della giornalista Liliana Madeo. Il testo è alla sua terza ristampa. La prima volta fu pubblicato da Mondadori nel 1994 ed è tutt’oggi attualissimo per comprendere il ruolo delle donne “vittime, complici, protagoniste” del mondo mafioso.

Liliana Madeo, in tempi in cui ancora si parlava poco o niente della figura femminile nelle organizzazioni criminali, è riuscita a tracciare il profilo delle mogli, delle compagne, delle fidanzate dei più potenti boss di Cosa Nostra. Alcune omertose, altre ribelli, protagoniste indiscusse del tumulto all’interno della mafia siciliana, all’epoca dei primi grandi pentiti. Liliana Madeo racconta di queste donne in chiave inedita, con le carte delle inchieste, ricostruendo la vita insieme ai boss, senza un filo di retorica, senza aggettivi, facendoci entrare all’interno di quelle famiglie e sentire la paura, la negazione, l’attesa, l’ansia per il futuro dei figli.

Giacomina Filippello, che per 24 anni è stata la compagna di Natale D’Ala, uomo di rispetto di Campobello di Mazara, ha conosciuto Riina, Badalamenti, sapeva chi era il suo uomo ma lui riusciva a darle tutto e a farla vivere in un mondo incantato. È stata la prima pentita di mafia dopo averlo visto morto ammazzato con 25 colpi di kalashnikov. “Lo sorpresero indifeso come un uccello. Non si accorse nemmeno che stava per morire. Era in piedi, cadde come un frutto maturo” raccontò.

E successivamente molte sono state le donne che hanno scelto di dire no. Lo hanno fatto soprattutto per il bene dei propri figli, perché non fossero costretti a un futuro di morte, paura, rabbia, scelto per loro dai padri. E così dopo il periodo siciliano, più recentemente, anche la Calabria ha avuto delle donne come protagoniste dell’antimafia.

Come Maria Concetta Cacciola, una giovane donna di Rosarno con un marito in galera che voleva essere libera di vivere la sua vita e che temeva per i suoi figli. Maria Concetta era cresciuta in una famiglia legata agli ambienti della criminalità organizzata ed era sposata con un uomo che stava in prigione. Mentre lei viveva tutti i giorni la sua prigionia all’interno delle proprie mura domestiche. Quando si è ribellata la famiglia non l’ha accettato ed è morta ingerendo acido muriatico nella sua abitazione, dopo un lungo calvario di solitudine. Alcune, come narrato bene da Liliana Madeo, hanno scelto il silenzio, l’omertà. Basti pensare alla moglie di Totò Riina, Ninetta Bagarella.

Oggi tuttavia qualcosa cambia. E un primo segnale c’è stato grazie a Libera e il Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria con il protocollo “Liberi di scegliere”. Sono circa 70 i minori allontanati dalle famiglie ‘ndranghetiste. Una trentina le donne che hanno deciso di allontanarsi dall’ambiente mafioso e salvare se stesse e i propri figli.

Abbiamo sempre meno esempi di donne che non parlano, vestali di una cultura arcaica e feroce, come quelle descritte da Sciascia nella Sicilia come metafora e più donne che hanno cambiato la storia delle organizzazioni criminali.

QUI L’ARTICOLO ORGINALE: https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/21/giornata-della-memoria-delle-vittime-di-mafia-queste-sono-le-donne-che-hanno-saputo-dire-no/5743541/?fbclid=IwAR23n9f_63eM0246Qnq5B5YKMTck17UXpwcjIalmfQ4S5wOjE9FH4r49FPE

DONNE DI MAFIA – recensione in occasione della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie” su D-Repubblica

DONNE DI MAFIA – recensione in occasione della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie” su D-Repubblica

#iorestoacasaconunlibro: Donne di mafia

Isolamento forzato? D.it sposa l’iniziativa lanciata dagli editori – impiegate il tempo leggendo – pubblicando stralci di nuovi titoli e link da cui scaricare libri gratis. Oggi, un estratto speciale in occasione della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”

Donne di mafia di Liliana Madeo è stato pubblicato 25 anni fa e torna ora in libreria in occasione della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”, con Miraggi Edizioni.
È il racconto del tumulto all’interno di Cosa Nostra che le donne hanno provocato, subito. Le più giovani diverse da quelle anziane perché si pentono, piantano il marito, si suicidano. Ma anche incoraggiano i loro uomini a uscire dal circuito mafioso in cui sono cresciuti, li aiutano, gli dischiudono le potenzialità di una vita nuova, libera. Sono al loro fianco nei rifugi all’estero o in Italia, sotto un altro nome, in luoghi continuamente diversi che il loro stato di collaboratori di giustizia gli garantisce. E anche donne che non condividono un percorso simile, si schierano clamorosamente contro i mariti o si chiudono in casa per godere almeno della rete di solidarietà della cosca. Da Donne di mafia è stata tratta una miniserie tv diretta da Giuseppe Ferrara. Ecco l’estratto del primo capitolo.



La vita col boss può essere bellissima. Il rimpianto e la nostalgia divorano le notti di Giacoma Filippello, che per ventiquattro anni è stata la compagna di Natale L’Ala, uomo di rispetto di Campobello di Mazara. Al suo fianco ’Za Giacomina ha conosciuto Badalamenti, Riina, il clan Rimi. Ha visto scontrarsi gli interessi dei vecchi e dei nuovi capi, in una scia di sangue che seminava lutti e annunciava nuovi delitti. Ha guardato in faccia gli uomini d’onore che, senza un’ombra sul viso, senza un trasalimento della coscienza, andavano a uccidere.

Ha conosciuto il timore della morte, la diffidenza per gli amici che in un qualunque momento potevano tradirti, le atroci insicurezze che fanno parte del patto fra il mafioso e Cosa Nostra. Ha tentato anche lei di rispondere con la violenza alla violenza, prima di capire che volere giustizia è diverso dal vendicarsi. Quando lo ha capito, s’è trovata sola. Una « pentita ». Una delle prime donne di mafia che si sono messe a collaborare coi giudici.

Ma di tutta la sua vita avventurosa ’Za Giacomina sempre preferisce ricordare i momenti felici del passato

e le indicibili tenerezze di cui l’uomo che ha amato, un boss cui sono attribuiti gravi reati, era capace. Lei diceva: sento il profumo delle zagare in fiore, è primavera, chissà se le fragole sono mature. E lui gliene faceva arrivare un cestino. Lei perdeva le scarpe in campagna, e lui la riportava fra le braccia in paese. Lei diceva: vorrei fare il bagno in mare, prendere il sole. E lui, che non era felice di questo, perché non gli andava l’idea che la sua donna si mostrasse in costume da bagno, prendeva una spiaggia tutta per loro; con la scusa che doveva « aggiustare » una questione sorta per il pagamento del « pizzo », a Menfi, nel cantiere dove stavano costruendo l’albergo Paradise, una volta si fece dare le chiavi dell’intero stabilimento. Che giornata indimenticabile! C’erano solo loro due, senza occhi estranei che li guardassero.

Persino lui si mise in costume, poi disse ridendo: « Ma vedi che cosa mi fai fare… Pensa se i miei uomini mi vedessero… ». Aveva per lei mille attenzioni, ricorda.

Certo, poi era geloso, il maledetto. A volte la chiudeva in casa a chiave. Giacomina si ribellava ma poi lui sapeva sempre farsi perdonare: « Si faceva un agnello ».

Glielo hanno ammazzato, il suo uomo, il 7 maggio ’90, e lei s’è fatta pentita. Per amore e per vendetta. Con furore. « Quando vennero a dirmi che avevano ucciso Natale, mi si annebbiò la vista e cominciarono a tremarmi le gambe. Correvo come una pazza: lo trovai dentro il supermercato di Campobello. Che scempio ne avevano fatto. Venticinque colpi di mitra, tutti a segno. Scelsero i kalashnikov perché lui si era fatto la macchina blindata e allora ci voleva un’arma che bucasse la corazza antiproiettili.

Precauzione eccessiva. Lo sorpresero indifeso come un uccello. Non si accorse nemmeno che stava per morire. Era in piedi, cadde come un frutto maturo. Io me l’aspettavo, dopo due volte che ci avevano tentato. Sapevo che prima o poi sarebbe arrivata la mala notizia.

Non potevo immaginare però che il dolore sarebbe stato così forte. Lo abbracciai, gli baciai la fronte. Non piangevo, non gridavo. Ero di pietra. Intuivo che alle mie spalle c’era una folla, ma non vedevo nessuno, non sentivo voci. Vidi la sua pistola, la toccai, gliela sfilai, la nascosi sotto la giacca. Sotto gli occhi di tutti. E uscii, a testa alta. Pensai subito a vendicarlo. Ora, mi dicevo, se incontro don Alfonso dei miei stivali gli sparo in bocca. Non vidi né don Alfonso né gli altri che, ero sicura, avevano fatto quel massacro. Dissi: “ Chi deve pagare, pagherà ”» ha raccontato al giornalista della « Stampa » Francesco La Licata, siciliano, esperto di mafia, con il quale – dopo il pentimento, in un periodo che era a Roma – aveva voluto parlare. Criniera di capelli corvini, occhi di fiamma, ancora oggi ’Za Giacomina ha una bellezza meridionale intensa e fosca. Il gusto per la provocazione e una gioiosità innata le fanno scegliere abiti vistosi dai colori squillanti. La capacità di emozionarsi addolcisce i suoi tratti, e rende caldi i suoi gesti, cariche di poesia le sue parole.

Quest’amore in cui ha bruciato la sua vita – e che alla fine l’ha portata a raccontare al giudice Borsellino tutto quello che sapeva sulle cosche trapanesi, sulle alleanze fra mafia, malavita, imprenditoria, logge massoniche, politica – è un amore iniziato quando aveva diciott’anni.

Di mafia allora non sapeva niente. Da quando aveva sei anni era stata mandata in collegio, dalle suore dell’Incoronata di Trapani. Tornava per le vacanze e di quelle visite conserva un ricordo intenso, confuso e lieto. Le sono rimasti impressi un viavai incomprensibile di persone nella sua casa, profumi sconosciuti, ragazze seminude, il biancore delle loro braccia, la civetteria della biancheria intima, un’aria di mistero che le circondava.

Lei, bambina, si nascondeva e spiava. E rideva. Tornò per la Pasqua del ’66, il primo aprile. «Fu il pesce d’aprile della mia vita». In quell’anno l’Italia dei giovani era affascinata da una tournée dei Beatles e dallo scandalo della «Zanzara», provocato da un’inchiesta sul sesso dei ragazzi del liceo Parini di Milano. Lei faceva il suo ingresso nel mondo della mafia.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE: https://d.repubblica.it/life/2020/03/21/news/_iorestoacasaconunlibro_libri_da_leggere_gratis_coronavirus-4698756/

PENULTIMI – recensione di Felice Piemontese su Il Mattino

PENULTIMI – recensione di Felice Piemontese su Il Mattino

Campano per nascita e formazione, parigino per scelta, Francesco Forlani è scrittore eclettico, performer, traduttore, fondatore di riviste come «Sud», instancabile promotore di iniziative che gettino ponti tra culture diverse ma con molti punti in comune, quella italiana e quella francese.

E mentre sta per uscire in Francia un suo nuovo libro, intitolato Par-delà la forêt: Mon éducation nationale, in Italia pubblica, in edizione bilingue e con fotografie fatte da lui stesso (contaminare i linguaggi è una caratteristica del lavoro di Forlani) una sorprendente opera di poesia intitolata Penultimi (Miraggi edizioni, pagine 128, euro 13) che nasce da un’occasione autobiografica per acquisire valenze di grande significato.

Diventato professore di italiano nelle scuole francesi, Francesco Forlani è stato costretto a modificare sostanzialmente le sue abitudini. La scuola in cui insegnava era quasi in Normandia, e per quanto efficienti siano i trasporti francesi ci volevano un paio d’ore per arrivarci. Fine, quindi, delle frizzanti serate parigine, per uscire all’alba o in piena notte, prendere il metrò alla prima corsa e raggiungere la stazione Montparnasse, da dove partono i treni per l’Ovest. Un’occasione preziosa per scoprire una dimensione sconosciuta della città e, appunto, quelli che Forlani chiama empaticamente «i penultimi»: persone che dipendono dalla puntualità del treno, che se c’è qualche ritardo saranno «donne delle pulizie non presenti/ come da contratto negli uffici, manovali assenti dai cantieri,/ i professori dalle cattedre e impiegati dalla macchina/ che amministra il tempo degli uomini e delle donne».

Persone, insomma, chiamate a svolgere ruoli subalterni, obbligate a essere delle rotelle di ingranaggi che tendono sempre più a ignorare l’aspetto umano dell’organizzazione sociale, di quelle spietate macchine finalizzate esclusivamente al guadagno e al controllo in quel «capitalismo della sorveglianza» di cui parla la studiosa americana Shoshana Zuboff e che ha sconvolto anche la tradizionale divisione in classi.

Per «raccontare» i suoi penultimi, l’autore casertano ha scelto una lingua poetica colloquiale, quasi narrativa, che rinuncia all’enfasi lirica, privilegiando i toni bassi anche se non rinuncia a guizzi e accensioni, collocandosi in una posizione decisamente «altra» rispetto alla koinè dominante. Nella consapevolezza che le cose dicono sempre «più di quanto non si sia in grado di sentire veramente» e che si dovrebbe fare almeno il tentativo di riuscirci.

POESIE CON KATANA – recensione di Felicia Buonomo su Carteggi letterari

POESIE CON KATANA – recensione di Felicia Buonomo su Carteggi letterari

“Carico e scarico” è il nome che Alessandra Carnaroli ha dato alla prima sezione di questo libro ricolmo di schietta e cruda realtà, narrata e anche giudicata. Poesie con katana è il suo titolo, edito da Miraggi Edizioni.

E di certo c’è un carico pesante. Come quello di una pistola che viene resa idonea al fuoco, quello che ferisce, in molti casi uccide. Lo si capisce già dai primi versi «scania / iveco / prime parole / italiane / dopo / ti stupro».

E lo scarico non è certo sinonimo di alleggerimento, o posizionamento là dove è giusto che qualcosa o qualcuno debba essere messo. Lo scarico è quello della responsabilità, di fronte alla consueta ignominia, di cui tutti sanno, pur se collocata nella cornice del tabù. Perché seppure sfruttata e soggiogata dal maschio, quella vita sembrerebbe meglio di un’esistenza più breve là da dove si proviene.

«Sono / 100% africana / fica di frutta / adesso ti spremo»: non ci gira intorno Alessandra Carnaroli; le parole sono quelle che sarebbe giusto usare. Non sono audaci, scabrose, non sono di rottura, sono aderenti. La scelta metrica, ugualmente. La poetessa sceglie di dare un ritmo alla sua voce come su un palco, dove i ritmi sono scadenzati dalla pause, che aprono varchi di ragionamento, poggiati ad esempio su «le madri grasse / che vestono / le figlie / come puttane / per sentirsi belle / i mariti che vanno / a puttane / noi puttane», o su quei bambini persi che «tutti abbiamo cercato / nel gabinetto / morto senza documento».

E poi la seconda sezione, “Murini / Inserisci un emoji”, dove l’inserimento delle emoji, scritte per esteso e in corsivo, fanno della scelta autoriale la trasposizione del mediocre sentire comune di fronte a scelte dettate dall’ottusità, in alcuni casi dalla religione («solo dio sa quando è il tuo turno / top top top / non osi uccidere l’uomo / ciò che a lui sfugge / gattino arrabbiato faccia con occhiale / incollato grrr grrr) e dalla chiusura mentale, che diventano simbolo di uno sguardo dal campo visivo monco, limitato.

Poesie con katana è un testo di assoluto valore artistico e – ce lo conceda l’autrice – anche morale (ma non moralista, sia chiaro), offrendoci la possibilità di avere un orizzonte visivo differente, se si vuole, uno spunto in cui far confluire la capacità critica dell’individuo, per farci scegliere, per renderci padroni del concetto di scelta. Carnaroli sembra giudicare per far giudicare a noi una realtà che esiste suo malgrado. Poesie con katana stana la nostra colpa di non saper vedere, la nebbia in cui ci culliamo per non sentirci meno buoni di quanto pensiamo di essere o volere.

Felicia Buonomo

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE: http://www.carteggiletterari.it/2020/03/16/poesie-con-katana-di-alessandra-carnaroli/

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI – recensione di Donato Bevilacqua su La Bottega

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI – recensione di Donato Bevilacqua su La Bottega

Santi poeti e commissari tecnici è un libro strano che parla di tutti noi, del calcio e della società, di passioni e di identità. Angelo Orlando Meloni crea un insieme di aneddoti e storie che ruotano attorno allo sport più amato in Italia e che, in parte, giocano a dissacrarlo.

La fede calcistica, quella vera e propria religione di Stato che ogni domenica ci tiene incollati alla tv, in questo libro viene presa con leggerezza, con ironia. A dimostrazione di come anche con il calcio e di calcio si possa scherzare, parlare con tranquillità, scoprendoci più umani  e meno sfegatati.

La trama

Santi poeti e commissari tecnici (Miraggi edizionisi compone di racconti che hanno al centro il calcio. Il primo di questi racconti, che poi dà il titolo al libro, ci parla del miracolo della statua votiva della Beata Serafina, la quale suggerisce di colpo al parroco del paese le strategie giuste per vincere il campionato.

Negli altri racconti ci sono un bomber alcolizzato ed una comunità che pensano di meritare “il calcio che conta”; un arbitro incorruttibile che dirige la sua ultima partita e deve fare i conti col suo passato; un giovane campione scopre il difficile rapporto coi genitori degli altri ragazzi; un ragazzo esordisce in Serie A e medita vendetta contro il destino.

Nell’ultimo racconto la massima serie rischia di fallire a causa dell’ex moglie di un dirigente che pretende gli alimenti dal marito, che lavoro nel mondo del calcio giovanile.

La recensione di Santi poeti e commissari tecnici di Angelo Orlando Meloni

In questo libro ci sono dentro piccole e grandi storie, che magistralmente uniscono il calcio all’amore. Non sono amori facili badate bene; qui parliamo di amori finiti, sfuggenti, mancati o mancanti. Lo stesso amore per il calcio acquista connotati surreali, malati, mai davvero puri.

Santi poeti e commissari tecnici ci parla poi del calcio di provincia, quello che dovrebbe essere limpido, leggero, spensierato, e che invece scopriamo corrotto quanto e come quello ad alti livelli. La caratterizzazione dei personaggi ci proietta prima sui campetti della domenica, e poi di colpo nei grandi stadi. Due facce della stessa moneta.

I sogni dei tifosi sono fragili, così come è fragile l’universo calcio, perché fatto da uomini. Ecco perché tutto il libro di Angelo Orlando Meloni è attraversato da una vena malinconica, da toni agrodolci che tirano in ballo i ricordi ed il cuore, ciò che troviamo nel nocciolo di una nazione.

Parlare di calcio è affascinante, e se lo si fa con una risata invece che con una lacrima, è ancora più bello. E questo libro può davvero aiutarvi a scoprirvi tifosi sotto un altro punto di vista.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE: https://www.labottegadihamlin.it/2020/03/06/santi-poeti-e-commissari-tecnici-angelo-orlando-meloni/

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI – recensione di Lorenzo Paolini su Culturificio

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI – recensione di Lorenzo Paolini su Culturificio

Non seguo il calcio e non tifo alcuna squadra e, in termini di regole da rispettare sul campo, mi limito a sapere che ci sono undici giocatori per squadra, che esiste il fuorigioco e che non si può prendere la palla con le mani, a meno che tu non sia il portiere o Maradona. Nient’altro. Eppure mi ha divertito, stimolato ed emozionato la raccolta di racconti di Orlando Meloni, Santi, poeti e commissari tecnici, edita da Miraggi edizioni, dove il calcio è il comune denominatore di tutti e sei i racconti. Infatti, è il modo in cui Meloni ha deciso di descrivere e parlare del calcio a rendere tutti i racconti del libro piccole perle imperdibili. Lo sport in questione è usato, letterariamente parlando, come una grande lente d’ingrandimento attraverso cui osservare ed esasperare meccanismi sociali elementari come arrivismo, invidia, rivalsa sociale, disperazione, brama di denaro e di successo. Attorno quindi al nucleo calcistico, Orlando Meloni racconta storie d’amori mancati o di sogni infranti, ora esilaranti e grottesche, ora tristi e commoventi, in una raccolta che presenta al lettore una ricchissima varietà tematica, resa uniforme e solida dalla personalissima stilizzazione dell’autore, il cui stile è davvero irresistibile. 

Il primo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta, è bellissimo. Ci sono due comuni, Marina di Vezze e Vezze sul Mare, partite di calcio, animali parlanti, uno stabilimento petrolchimico che inquina aria e mare, preti e la statua della beata Serafina. Elementi difficili da accomunare, eppure l’autore ci riesce e scrive un racconto molto interessante, con striature da commedia nera che gli conferiscono un’atmosfera particolare e suggestiva. Leggendolo ho riso e mi domandavo dove Meloni volesse arrivare, quando ho letto le ultime due pagine sono rimasto a bocca aperta. Complimenti. 

Effectio miraculi in nomine dei. Si prega il gentile credente di fare attenzione. Rivelazione clinamen improbalistico completata. Punto di snodo individuato nel minuto quarantadue del secondo tempo. Upload dettagli in corso, buffering 69%…” Il prete tirò fuori il blocchetto degli appunti e si gettò ai piedi della statua.

Precisi siamo è il secondo racconto e leggerlo è come ascoltare una canzone strana e complessa, ma magnetica, non capisci subito dove voglia arrivare ma la segui cullato dalla bellezza della melodia. Così, in questo racconto, leggi e senti il ritmo fluido della narrazione e assisti come gli spettatori in platea alle vicende di un calciatore alcolizzato che è diventato simbolo per la comunità del “calcio che conta” e le vicende del suo allenatore, ma non solo… Orlando Meloni stupisce anche qui. In mezzo abbiamo altri tre racconti originalissimi, e il terzo, Ode al perfetto imbecille è quello che più mi ha sorpreso dell’intera raccolta. È un racconto intenso, molto commovente.

[…] Non hai nemmeno sentito l’allenatore che si lamentava con il custode del campetto[…] O forse hai fatto finta di non sentirlo, come hai fatto finta di sorridere a tuo padre, all’uomo dei tic, mentre tornavate a casa, e tuo padre ha fatto finta che non fosse successo niente. Perché così va l’amore, a volte non facciamo domande per paura delle risposte.

È un feroce pugno nello stomaco, dove gli ultimi resteranno ultimi, senza possibilità di rivalsa o di rivincita, perché gli uomini, gli unici a poter cambiare e scardinare alcuni corrotti meccanismi sociali, non lo permetteranno mai.

Quando ritorni a casa vorresti stringere la mano di tuo padre e tuo padre vorrebbe tenere stretta la tua, ma sei un uomo ormai e la mano di tuo padre trema, ti ha fatto sempre impressione stringerla.

Il campionato più brutto del mondo è l’ultima storia della raccolta. Qui la serie A rischia la catastrofe a causa dell’ex moglie di un dirigente invischiato con il calcio minore, che pretende gli alimenti arretrati dal marito. Da qui, una catena corrotta di dirigenti che inizia a chiedere soldi a pesci sempre più grandi, fino al collasso totale.

Gelsomina Mariotti sbianca e sente su di sé il dolore dei tifosi e dei loro figli e nipoti. A occhio, perché quel dolore possa alleggerirsi, ci vorranno dieci generazioni di drogati, maniaci depressivi, di auto-stupratori e collezionisti di merda d’artista a ogni angolo di strada, di suicidi a iosa ed ebefrenici come se piovesse.

Gli effetti del game-over del campionato di calcio in questo racconto mi hanno ricordato le conseguenze della peste descritte da Boccaccio nel Decameron: i legami sociali si recidono, la violenza dilaga, i più ricchi cercano di fuggire in ville e tenute campestri:

In città hanno trovato un deserto. Le serrande sono abbassate. I bar sono chiusi. Non un’anima in giro. Non si è presentata nemmeno la polizia perché il campionato più bello del mondo è finito e questa è. Qualcuno ha deciso al posto loro e nessuno potrà farci più niente.

Ecco che si comprende bene, terminati i racconti, come il calcio per l’autore sia ora fonte di discriminazione sociale, ora rammarico di una vita, ora collante sociale, ora allegoria di una società bigotta e preconcetta, e quindi, vale la pena ribadirlo, il calcio permette un focus su questi concetti, avvicinandoli al lettore, mettendo alla berlina le bassezze di una società che ha pochi valori, e, purtroppo, spesso, nemmeno buoni. I racconti di Meloni sono agili e freschi, giocano con gli intrecci delle vicende, arditi e complessi, amano rappresentare e descrivere personaggi buffi e scapestrati, violenti e teneri e illustrare una galleria letteraria piena di colori vividi e originali; galleria nella quale c’è anche spazio per l’eco di riferimenti e intrecci fantascientifici, che colorano l’atmosfera della raccolta di una piacevolissima leggerezza. Mi viene da definire Meloni come uno scrittore appassionato, perché ama divertirsi con le storie e le parole, con le commistioni di generi, e, oltre che raccontare storie, trasmette messaggi, veicolati da una forma narrativa indiavolata. La stilizzazione originalissima dell’opera consente poi di instaurare una conversazione a tu per tu tra autore e lettore, conversazione divertentissima e anche impegnata, perché si sa che al momento non c’è niente che vada trattato seriamente come il calcio, nemmeno la letteratura.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE: https://culturificio.org/santi-poeti-e-commissari-tecnici/

MUSICA SOLIDA – recensione di Franco Bergoglio su Mescalina.it

MUSICA SOLIDA – recensione di Franco Bergoglio su Mescalina.it

Musica solida. Storia dell`industria del vinile in Italia

Volete sapere tutto sull’industria discografica? Sulla produzione di vinile, cd, sul mondo delle case discografiche italiane e della distribuzione e ancora su tutto quello che l’autore – in una parola –  definisce musica solida? Acquistate questo libro!

Dopo una breve introduzione sull’invenzione del  fonografo con le sue varie evoluzioni tecniche (tipi di incisione e velocità di rotazione del disco, su tutti) si entra nel vivo con un lungo excursus sull’introduzione della nuova tecnologia in Italia, a partire dal 1902, data della prima registrazione nel Paese, avvenuta a Milano con star Enrico Caruso che in due ore licenziava 10 brani operistici. Da qui in avanti il libro segue l’evoluzione dell’industria italiana dalla nascita delle prime case come la Fonit, la Cetra, La Durium e le altre etichette estere che operavano nel nostro paese prima della Seconda Guerra Mondiale. Con il racconto dell’espansione del mercato del disco avvenuta nel dopoguerra il libro rivela le sue indubbie qualità enciclopediche: viene seguita l’evoluzione delle etichette già nate e documentata quella della galassia di nuove imprese, grandi, medie, piccole e microscopiche che brillano nel Paese, da Nord a sud.

Una ricchezza che si rivela pagina dopo pagina e ci fa comprendere meglio quanto l’industria musicale del nostro paese fosse simile al resto dell’impresa e quindi in grande espansione ovunque. Era il periodo del “miracolo economico italiano”. Sono gli anni della Ricordi e all’estero della Philips olandese o della Decca inglese. Qui la storia si allarga e dal mondo della produzione si passa al racconto delle vicende artistiche. Si raccontano i vari festival della canzone che sorgono nel Paese (e dei quali oggi rimane solo praticamente Sanremo), la vicenda del Clan Celentano che raggruppava vari artisti del cerchio magico del molleggiato, o quella di Mina, la cui casa discografica, la PDU, venne fondata intorno a lei dal padre. Gli anni Settanta segnano il trionfo del 33 giri e di tutto quanto fa da contorno all’industria discografica: le riviste ufficiali, come Gong, Mucchio Selvaggio, Popster/rockstar, quelle underground, le case editrici alternative, i programmi televisivi dedicati alla musica, l’inizio delle radio libere,  fotografi, grafici e designer che lavorano alle copertine dei dischi, le grandi corporation internazionali, le etichette italiane, quelle indipendenti, come la Cramps. Questi sono i capitoli più ricchi di nomi e fatti. Perché negli anni Ottanta inizia, prima in sordina e poi sempre più fragoroso, il fenomeno tecnologico del Cd e il conseguente declino delle vendite degli Lp a 33 giri.

Come già detto in apertura il libro è un vero manuale della discografia italiana, fitto di nomi e di dati interessanti, ma l’ultimo capitolo rivela una ulteriore curiosità: con l’evidente declino portato dalla musica liquida, qui definita addirittura “gassosa” vuoi per la perdita di supporto, vuoi per l’evaporazione della consistenza economica, viene data la parola agli addetti del settore che propongono riflessioni diverse e di indubbio interesse sul fenomeno della musica “gratuita”o della nascita di concorrenti al monopolio SIAE. Ne riporto una, di Alfredo Gramitto Ricci, manager delle Edizioni Musicali Curci, a proposito del giornalismo musicale, che certifica quanto sostengo da tempo, ovvero la morte della critica. “La stampa cartacea è per gli artisti che hanno un pubblico oltre  trent’anni, non interessa più ai ragazzi andare a leggere le recensioni di un Luzzatto Fegiz, anzi è controproducente se piace al giornalista di grido, come una specie di rottamazione”. Purtroppo molti segnali indicano che il processo vale anche sopra i trent’anni e che se si smette di leggere prima di quell’età sarà molto difficile abituarsi a farlo dopo, come testimoniano le non vendite di quotidiani e riviste. Gli intellettuali, guardati con sospetto, vengono rottamati in nome della libera espressione  dei social che però non ha ancora prodotto nulla di paragonabile alla democratica diffusione delle idee, quella che veniva agevolata, come in tutto il resto anche nella musica, dalla pluralità di soggetti coinvolti, ad esempio le etichette discografiche indipendenti, le radio libere, i mensili di approfondimento, gli articoli sui quotidiani, le fanzine, i libri. Si parte rottamatori urlanti e si finisce…Lo scopriremo solo vivendo.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE: https://www.mescalina.it/libri/recensioni/vito-vita/musica-solida-storia-dellindustria-del-vinile-in-italia

“Volevo uccidere J.-L. Godard” – Giovanni Fierro intervista Alessandro De Vito su Němec (Fare Voci)

“Volevo uccidere J.-L. Godard” – Giovanni Fierro intervista Alessandro De Vito su Němec (Fare Voci)

Non dare la mano al cameriere

Un libro che è autobiografia e che si legge come un romanzo.
È “Volevo uccidere J.-L. Godard” di Jan Němec, che contiene trentuno racconti, pagine scritte dal 1970 al 1990, e che narrano la vita di questo importante cineasta cecoslovacco.
Testimonianza della sua vita artistica, e della sua vita di ogni giorno divisa dal periodo vissuto nella terra dove è nato e l’America, dove ha dovuto andare nel 1974, visto che in Cecoslovacchia gli veniva impedito di lavorare.
Perché Jan Němec, scomparso nel 2016, è stato uno dei nomi di spicco della Nova Vlna, la nouvelle vague cecoslovacca, e anche l’unico regista capace di filmare l’invasione di Praga da parte dei carri armati sovietici, il 21 agosto 1968, per poi varcare la frontiera con l’Austria, e far sì che all’indomani mattina la televisione austriaca mostrasse al mondo quelle immagini.
E Němec era anche sicuro di prendere un premio all’edizione di Cannes del 1968, ma al festival scoppiò il maggio francese e registi come Godard e Truffaut proposero di interromperlo, e non ci fu nessuna premiazione….
E allora la lettura di “Volevo uccidere J.-L. Godard” è un’immersione completa nella vita di Jan Němec, lo si accompagna nei suoi sogni di gloria artistica e di pura sopravvivenza umana, si intrecciano e si respirano mondi opposti, la Cecoslovacchia sovietica e l’America capitalista, dove sopravvisse girando film di matrimoni, e inseguendo progetti cinematografici che non si realizzarono mai. Per poi tornare a Praga alla fine del 1989.
Nemec è stato anche un autentico viveur, una anima irrequieta che amava le feste e le donne e che era sposato con una delle più grandi cantanti ceche dell’epoca, Marta Kubišová.
Sono pagine rocambolesche, si vivono situazioni surreali e divertenti, si respira la passione e la rabbia, sempre però con uno sguardo che mette nudità al tempo narrato, alla società in qui ha vissuto.
“Volevo uccidere J.-L. Godard” è lettura consigliata, e per la quale abbiamo intervistato Alessandro De Vito, che ha tradotto il libro in italiano, e che è anche uno dei fondatori di Miraggi, la casa editrice che lo ha pubblicato.

Dal libro:

“L’obiettivo della cinepresa può essere una piccola mitragliatrice, o cannone, e la verità, impressa sulla pellicola, può avere una forza, difensiva o offensiva, maggiore dei proiettili. Non a caso, qui da noi in America, usiamo la stessa parola per ‘sparare’ e ‘girare’: shoot!

“Il cielo si chiuse. Nuvoloni neri si distesero su Praga. La cometa passò da qualche parte sopra di noi, ma nessuno poté scorgerla. Si era arrabbiata con noi, e vi aveva fatto sapere che non avrebbe scintillato, non si sarebbe accesa, dato che il nostro amico Jirka non c’era più.’”

“Lo scaltro Kgb aveva quindi scelto Lád’a K., e lui ci mandava dei segnali: anche in una società così disciplinata come uno stato comunista sotto la tutela sovietica, si poteva sempre trovare una breccia per essere individualisti, e perfino decadenti. perché il Filmexport cecoslovacco aveva bisogno di film da poter proporre in Occidente, prendere dei premi ai festival, e giustificare così l’esistenza dei suoi uffici all’estero, che erano solo un’altra forma di spionaggio rispetto a quella dei consolati o delle agenzie di viaggio bulgare, tramite le quali metti che si organizzi un attentato al papa.”

“Ah, comunisti e russi, divoratevi pure il cuore del continente, che mi avete rubato! Io non ci sono più.”

Intervista ad Alessandro De Vito:

(traduttore di “Volevo uccidere J.-L- Godard)

Quale la differenza fra lo Jan Němec ceco e quello ‘americano’? Ma anche tra il regista cinematografico e il narratore?
La differenza, purtroppo per lui, è ed è stata enorme, tra gli anni in Cecoslovacchia e quelli dell’esilio negli Stati Uniti. Negli anni 60, in patria, durante la Primavera di Praga, seppure fosse un giovane regista, aveva dimostrato a più riprese un talento fuori dal comune, uno stile assolutamente personale, realizzando dei veri capolavori che meritano di restare nella storia del cinema, già il corto “I diamanti della notte” e soprattutto “La festa e gli invitati”, film visionario e filosofico, sottile e crudo nell’indagine della natura umana, già molto maturo.
Němec è stato anche molto abile a insinuarsi – insieme ad altri giovani registi che hanno fatto parte di quella straordinaria Nouvelle Vague cecoslovacca (citiamo solo Forman, Menzel e Passer, venuto a mancare pochi giorni fa) – tra le maglie della censura e nel meccanismo di produzione cinematografica di Stato comunista, rivolgendolo a proprio vantaggio. Evidentemente l’invasione sovietica del 1968 ha interrotto tutto.
Era inoltre un personaggio noto pubblicamente, dato che allora è stato anche sposato con la più nota cantante ceca dell’epoca, Marta Kubišová, che è come dire Mina in Italia negli anni 60.

Ma anche le similitudini….
Certamente Jan Němec era un carattere particolare, deciso, sarcastico, autoironico, con un’irruenza che è stata sinonimo di energia e forza, di ricerca indomita della libertà e dell’arte, ma anche un ostacolo. Un’incapacità al compromesso, ancor più in senso artistico che politico, che l’ha danneggiato maggiormente negli USA, dove per lavorare bisogna sottostare alle regole dello show business delle major cinematografiche.
Non era il genere di persona capace di mandare giù dei rospi.
Passando alla narrazione scritta e parlando di similitudine, è la parola migliore per descrivere quanto il suo modo di narrare con parole sia simile alla sua visione cinematografica.

Cosa porta del suo sguardo da regista in questo suo narrare? E come lo usa?
Jan Němec è un regista anche mentre scrive. Non evoca, vede, sceglie il punto di vista, inquadra, monta le scene e fa vedere. Spesso nei suoi racconti, sempre basati su esperienze vissute, troviamo immagini, tagli, inquadrature, descrizioni che sembrano “scritte” con la macchina da presa più che con la penna, un andamento registico più che da scrittore.
A volte questo provoca anche qualche salto nella narrazione, anche se bisogna tenere conto che i racconti sono stati scritti nell’arco di vent’anni, dal 1970 al 1990 circa, e a volte in situazioni personali precarie.
Non è una scrittura pulita e levigata, ma assomiglia molto anche a lui: troppa energia per poterla contenere sulla pagina. Il che aggiunge interesse, spesso si ha l’impressione di essere davanti a lui che racconta, seduti davanti a un bicchiere di vino (non birra).

Nel libro, pur immergendosi in situazioni sempre intense, dove le persone si incontrano e si scontrano, dove c’è sempre l’accadere come punto focale del narrare, mi sembra di percepire un profondo senso di solitudine. Può essere così?
Io credo che derivi dall’esperienza vissuta, il dover abbandonare il proprio amato paese, il fatto di non aver nemmeno potuto lottare contro lo stato delle cose. Negli anni da espatriato è stato certamente un uomo solo, si è dovuto arrangiare, non è riuscito mai a lavorare al suo livello.
Per vivere ha trascorso anni a inseguire progetti poi non realizzati, mantenendosi realizzando film privati di matrimonio. Ma è soprattutto la personalità, fortissima ed egocentrica come capita negli artisti più grandi, che emerge con una forza che si impone. È allora la solitudine dell’artista, unita a un punto ideologico non trascurabile: l’esaltazione della libertà individuale, o dell’individualismo tout court, in un paese dominato da una società e da una retorica collettivista pervasiva, allora era un fatto politico.
Lo stesso titolo originale del libro, che letteralmente sarebbe “Non dare la mano al cameriere”, che si riferisce a uno dei racconti, esplicita questo pensiero. In quel caso l’esaltazione di un comportamento che si può definire classista (un suo amico, artista anche lui, celebre perché “non dava la mano al vecchio cameriere”, non con fare sprezzante, ma per tenere una distanza.
Con le sue parole: “Il nostro credo era questo, e penso lo sia ancora: vogliamo spassarcela un po’, andate a fare in culo, bolscevichi, voi e i vostri programmi, i piani quinquennali, i processi e le riabilitazioni. Raccontavamo queste cose alle ragazze, completando quel rapido giro panoramico della città. Ogni tanto bevevamo un bicchierino, facevamo un giro anche contromano e stavamo bene, perché sapevamo che nessuno ci avrebbe manganellato per un reato contro lo Stato”.
Volevano essere dei giovani liberi, non diversamente dai loro coetanei occidentali.

Jan Němec è sicuramente un autore fuori dal coro. Quanto questo gli ha permesso di sviluppare una propria originalità, e quanto invece è stato un qualcosa di limitante, anche in prospettiva politica nella Cecoslovacchia sotto il controllo sovietico?
Němec era certamente fuori dal coro, ma in realtà il “gruppo” dei registi della Nová Vlna… non era un gruppo. C’erano sostegno reciproco, collaborazioni, un background comune, in fondo venivano dalla stessa scuola di cinema, la Famu, e lavoravano tutti negli studi di Barrandov, la Cinecittà di Praga, ma ognuno portava avanti le sue idee, soprattutto dal punto di vista estetico.
Ed erano lasciati liberi di farlo, Němec stesso afferma che si erano trovati in una condizione di libertà creativa difficilmente eguagliabile: (quasi) senza censura, e con tutti i mezzi produttivi a disposizione.
Finito tutto questo con l’invasione, all’estero sono riusciti a sfondare in pochi, dovendo fare i conti anche col reperimento di risorse, con i produttori. Forman è il campione di questo successo in occidente.

Quale la caratteristica più evidente del suo scrivere, e cosa ha significato tradurlo?
La lingua che usa Němec è piuttosto antiletteraria, quasi orale, gergale, estremamente viva. Pur non mancando di riferimenti “alti”.
Non era uno scrittore, spesso i racconti li potremmo immaginare come dei soggetti per film da girare, un po’ più distesi. Raccontati di persona, in modo molto vivido, con una mescolanza di registri molto marcata, tra l’epico del patriottismo, della propria terra tradita e schiacciata dall’invasore, e un’aneddotica personale che ci fa sogghignare amaro o scoppiare a ridere (come nel racconto in cui ci rende noto che ci si può salvare da un infarto grazie allo sforzo muscolare per non farsela addosso: era in compagnia di una signora, diamine!).
Questo ha portato una certa difficoltà di traduzione dovuta alla varietà del contenuto, ampiamente compensata dalla vita che fuoriesce prepotente tra le righe.
È stato bello passere dei mesi con Jan Němec, che purtroppo ho incontrato una sola volta di persona, poco prima che morisse.

Il libro è scritto a più riprese dagli anni settanta ai novanta. Cosa tiene assieme questo ampio lasso di tempo?
È un ventennio esteso, dato che nei primi racconti si parla degli anni 60. È un’epoca tutto sommato omogenea, il grande cambiamento avverrà alla fine dell’89, con la caduta del muro di Berlino e dei regimi comunisti.
E il racconto si interrompe qui, con il rientro a Praga nel dicembre 89. Non a caso, credo.
Appena ritornato, pur con difficoltà, Němec è tornato a fare il regista, in modo indipendente. Credo sia evidente che la scrittura fosse il surrogato della regia, nei lunghi anni in cui non ha potuto o non è riuscito a realizzare film.
Poi ovviamente è un racconto autobiografico, l’autore è protagonista, e persino quando prevale il racconto di eventi storici importanti, come l’invasione di Praga o il famigerato Festival di Cannes del 1968, lui non va sullo sfondo. È lì, e non è un comprimario.

Anche l’immagine di copertina dà l’idea di un Jan Němec sempre in continuo movimento. È così?
Credo non potesse stare fermo. Emanava luce e movimento quando l’ho conosciuto, due mesi prima di morire, malato su una carrozzina, possiamo immaginare durante tutta la sua vita. L’immagine di copertina richiama uno dei momenti topici del racconto: lui che si aggira per la Praga invasa dai carri armati sovietici con la sua auto sportiva e la macchina da presa, con un certo sprezzo del pericolo, il 21 agosto del 68.
La sera stessa riuscì rocambolescamente (e naturalmente con l’aiuto di una bella donna, altra sua passione eterna) a portare i negativi a Vienna e a far quindi vedere al mondo – documento unico – che cosa stava succedendo davvero a Praga. Non il “fraterno aiuto” degli altri popoli socialisti, ma un’invasione militare. Quel materiale, montato con altro, è diventato il toccante documentario “Oratorio per Praga”.

Quale l’eco della sua fama di regista in Europa, in Italia, nel mondo?
Němec è nella storia del cinema, nell’ambito dei festival (in Italia soprattutto Trieste) viene ancora ricordato e omaggiato, specialmente le sue opere degli anni 60. Ha conosciuto la maggiore notorietà internazionale sull’onda anche emotiva dell’invasione di Praga, grazie soprattutto alle immagini dell’invasione.

(Jan Němec “Volevo uccidere J.-L. Godard” pp. 283, 20 euro, Miraggi edizioni 2019)

Il traduttore:
Alessandro De Vito, classe 1971, lavora in campo editoriale da quasi vent’anni.
È tra i fondatori di Miraggi Edizioni nel 2010, di cui ne è direttore editoriale ed editor.
Per metà di origine ceca, da qualche anno è appassionato traduttore da quella lingua, ispiratore e responsabile, sempre per Miraggi, della collana di letteratura ceca NováVlna.

Il regista ed autore:
Jan Němec, scomparso nel 2016, è stato sempre considerato l’“enfant terrible” del cinema cecoslovacco, l’irriverente, lo sfrontato, quello senza mezzi termini e mezze misure.
Rispetto ai compatrioti Jirí Menzel e Milos Forman, entrambi Premi Oscar, ebbe meno successo, ma fu uno dei nomi di spicco della Nova Vlna, la nouvelle vague cecoslovacca, e l’unico regista a filmare l’invasione di Praga da parte dei carri armati sovietici, il 21 agosto 1968, gesto che lo rese inviso al regime.

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Santi, poeti e commissari tecnici – recensione di Antonio Benforte su Econote

Santi, poeti e commissari tecnici – recensione di Antonio Benforte su Econote

Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro” così scriveva Pier Paolo Pasolini, come sempre intercettando perfettamente una profonda verità all’interno della società in cui viveva. Non so se e in che maniera influenzato dalla riflessione di PPP, Angelo Orlando Meloni ha imbastito questa originale raccolta di racconti lunghi a tema calcistico. Ma qui non si parla solo di calcio. In questi racconti ci sono sogni, passioni, storie comuni e meno comuni, un bel po’ di Sicilia, e sono scritti con uno stile ironico e ricchi di personaggi memorabili. Il libro, pubblicato da Miraggi Edizioni, potrebbe riuscire a conquistare anche i non amanti del pallone. Sì, perché Meloni scrive bene, ha nelle sue corde diversi stili e registri, e riesce ad appassionare il lettore, in ognuno di questi sei racconti che compongono la raccolta.

Nel primo, lungo racconto che dà il titolo al volume, l’autore immagina una squadraccia di periferia che non vince una partita manco per sbaglio, ma che grazie all’intercessione della beata Serafina inizia a ingranare. Con i suggerimenti dati al parroco del paese la squadra riesce addirittura a vincere il campionato, sorprendentemente. È il calcio, con i suoi palloni di cuoio sgangherati e i campi di periferia polverosi, a farla da padrone. Il gioco del calcio è il sottile filo che unisce tutti questi ironici, scanzonati e divertenti racconti. Si passa dalla Serie A che rischia la catastrofe a causa dell’ex moglie di un dirigente invischiato con il calcio minore, al racconto di un centravanti alcolizzato che prova a trascinare la sua squadra nel calcio di un certo livello. Nel racconto “Il campionato più brutto del mondo” è appunto il capriccio di una donna a far tremare tutti, e solo una serie di incredibili eventi riuscirà a salvare la serie A. Il racconto “L’aeroplano” è rocambolesco e divertente, con Peppino Petrolito detto “Flashgordon” e Nino “Emozione”, la città di Siracusa e una partita di calcio, Inter Ternana, sullo sfondo. Mentre “Ode al perfetto imbecille” è probabilmente quello più realistico di tutti: la storia di un giovanissimo e bravissimo calciatore, che però non trova spazio in squadra perché non è “raccomandato”, quindi si vede passare davanti il figlio dell’avvocato di turno. Non si premia il talento ma la raccomandazione. Non è questa la fotografia perfetta della nostra società? La bravura di Meloni sta nel parlare di calcio per non parlare solo di calcio, ma dell’Italia tutta: delle sue storture, dei suoi mali, dei suoi personaggi miseri ma anche dei lati positivi che il nostro popolo, alle volte, riesce a tirare fuori. Il suo libro è ironico e scritto con grande capacità di coinvolgere e di tenere incollati alle sue pagine, grazie a storie e personaggi leggeri ma allo stesso tempo in grado di creare grande empatia nel lettore.Non ci sono note stonate e anzi tutti i sei racconti sono di pregevole fattura. Il tono tragicomico e scanzonato che pervade l’intera raccolta, è solo uno dei punti di forza di questo libro, che dopo averci fatto sorridere ci fa riflettere, magari con un sorriso a mezza bocca, gli occhi tristi e malinconici. Per chi come noi ha vissuto le curve, l’emozione di vedere 22 scalmanati in pantaloncini rincorrere un pallone, è chiaro che non si tratti affatto del nuovo oppio dei popoli. Ma è una questione molto importante, uno dei motivi per cui vale la pena vivere.

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La vita moltiplicata – recensione di Riccardo Meozzi su Il loggione letterario

La vita moltiplicata – recensione di Riccardo Meozzi su Il loggione letterario

Quant’è difficile fuggire: qualche parola su La vita moltiplicata di Simone Ghelli

Tutti i pensieri rimasti, e i sentimenti, e le frasi ancora da dire; tutto questo e altro ancora si era riversato a terra: un minestrone in cui galleggiavano come zattere parole di tutte le dimensioni. Alcune erano in parte mangiate, e lasciavano scoperto il bianco delle ossa; altre erano molli e intrise di sangue come interiora.

Dal racconto “Vera”.

Un libro è un oggetto strano: esiste nel mondo materiale attraverso la soglia fisica della sua forma, ma al suo interno la realtà è diversa dalla nostra. Se decidiamo di entrare, il minimo che possiamo aspettarci è dunque il contatto con una narrazione che non ci appartiene. Ma se, come in questo caso, all’interno dell’oggetto fisico vi sono racconti, ciò che subiamo leggendo è una rifrazione totale, una scomposizione attraverso uno spettro che cambia a ogni titolo.

I racconti di La vita moltiplicata compiono proprio una rifrazione continua: si muovono, in modo più o meno dichiarato, sulla soglia che separa realtà e visione. Il problema critico di questa raccolta risiede però non su questo confine, ma su individui annebbiati che, all’improvviso lucidi, osservano la realtà andare in frantumi. Il punto di vista dei personaggi del libro di Simone Ghelli è spesso disilluso e freddo, emotivamente distante dagli eventi in cui sono coinvolti. Questo stesso punto di vista è adottato anche a livello narratologico: la narrazione infatti si compie a una distanza di controllo che non può ferire i lettori e, nei pochi casi in cui gli eventi vengono raccontati nel loro svolgersi, come in “Vera” o in “Compito di realtà”, l’impatto traumatico dei fatti viene subito ammorbidito da un uso inoppugnabile della lingua. La cornetta del telefono in “Vera”, ad esempio, diventa lo sfrigolio degli ultimi resti carbonizzati di un pezzo di carne.

La prospettiva tematica adottata dall’autore si concentra sulle realtà abbandonate, a volte ricordate, che hanno bisogno dello sforzo del soggetto per esistere. I suoi personaggi sono macchine narrative ben costruite il cui scopo è di rielaborare costantemente quello che gli è successo o quello che gli sta succedendo; sono, nella loro laconicità, osservatori attenti che non danno nulla per scontato in ciò che vedono. Ghelli, gli sforzi che i suoi personaggi fanno per mantenersi attaccati alla realtà sensibile, li descrive con maestria proprio dimostrandone la futilità. Comprendiamo, leggendo le pagine di questa raccolta, che l’unica realtà davvero esistente è quella raccontata; fuori, il nulla.

I personaggi di Ghelli godono, inoltre, di una forte dimensione purgatoriale. Si muovono, ma soltanto nelle loro teste, avanti e indietro nel tempo e nello spazio: hanno qualcosa in comune con i personaggi di Silenzio in Emilia di Daniele Benati.

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