Non una biografia ma un romanzo vero e proprio, quello firmato dallo scrittore torinese Luca Ragagnin e intitolato ‘I dieci passi di Nick Drake’. Un titolo che si riferisce all’unico video oggi disponibile di Drake adulto, dove di spalle esce di scena, in una manciata di secondi. Il romanzo porta il lettore nella vita del musicista inglese attraverso una prospettiva inedita: la prima persona, con lo stesso Nick Drake che racconta la sua storia in post-mortem. “Era un artista che parlava pochissimo – spiega Ragagnin – per questo ho voluto dargli una voce. Ho cercato di estrarre dai tanti testi e biografie su di lui quella che era la sua voce, una voce non disperata ma delicata, determinata ma in sottovoce, mai urlata”. Ascolta l’intervista a Luca Ragagnin e Orlando Manfredi.
Voglio essere ricordato, voglio essere dimenticato
Non era un cantante maledetto, osannato dalle folle, eppure la sua fine fu analoga a quella di Jim Morrison, Jimi Hendrix o Janis Joplin, senza neanche dover aspettare i fatidici ventisette anni.
I dieci passi di Nick Drakeè uno sorta di autobiografia apocrifa, e leggerlo con i dischi di Drake in sottofondo crea un turbinio di emozioni: è come entrare nelle stanze e nell’anima di un artista che in vita si è concesso agli altri sempre mal volentieri, talmente evanescente da poter anche essere solo una leggenda.
Il titolo si riferisce a una rarissima sequenza video di soli 12 secondi, probabilmente l’unica ripresa esistente di Drake, in cui si vede il cantautore che si allontana di spalle, quasi a simboleggiare la sua natura schiva e misteriosa.
È proprio il tempo dilatato di questo video a scandire il ritmo della narrazione, affidata alla voce stessa di Nick Drake, una voce postuma eppure reale, proveniente da un futuro a cui egli non ha potuto appartenere e nel quale è, tuttavia, presente. Una seconda voce fa da contrappunto, una voce onirica, che trascina la realtà nel sogno, o nell’incubo, la ribalta, la sviscera, la fa a pezzi e la ricostruisce, scava in profondità nel Drake uomo e artista, più di quanto egli stesso riesca a fare.
Le parole si sovrappongono, la finta confessione di un’anima tormentata si alterna alla già citata voce dall’al di là, ma assorbe anche i giudizi degli altri, di amici, critica, pubblico, addetti ai lavori, giudizi espressi o sottaciuti, li valuta, li pondera, li accetta o li confuta, confonde (e ci confonde) quello che è realmente accaduto, quello che è stato immaginato, quello che sarebbe potuto o dovuto accadere; il vero e il verisimile hanno la stessa valenza, costruiscono pezzo per pezzo il puzzle di un artista straordinario, di un uomo fragile, ma non debole (Ero debole? No, non lo ero. Magari. La debolezza è la forza migliore), di un animo tormentato, di un uomo incapace di stare al mondo come gli altri avrebbero voluto, di occupare il posto che gli sarebbe spettato.
Gli intermezzi sono sogni e i sogni sono un rifugio, ma anche una condanna, luoghi in cui le immagini sono estremamente nitide e non si possono confondere con i contorni sfumati della realtà, quella realtà ritratta in quei pochi fotogrammi in cui la qualità delle immagini è appena sufficiente, niente a che fare con la nitidezza dei miei sogni.
La lettura prosegue e allo stesso tempo la musica scorre, lenta e inesorabile come il tempo, ti accompagnano la sua voce delicata e i suoi arpeggi ammalianti, passano Pink Moon, Place to be, Parasite, River man, Cello song e ti perdi anche se cerchi di non farlo e come Drake senti altre voci che si sovrappongono, parole distorte e melodie dissonanti e sai anche tu che prima o poi arriva il silenzio e ti fa paura il silenzio, ma non sai con cosa riempirlo… eppure che cosa c’è di preoccupante nel silenzio? Dal mio punto di vista niente. C’è la musica e quando la musica finisce c’è il silenzio.
Le parole prendono vita, si accompagnano alle note, si trasformano in musica, che scorre nella testa e nelle membra, e ripercorrendo la vita di Nick come se fosse egli stesso a raccontarla lo accompagniamo nella sua crescita, vediamo dissolversi rapidamente quella fama di atleta promettente, di studente brillante, cancellate da una riservatezza che da vezzo del carattere diverrà patologia.
E lo accompagniamo anche nei suoi viaggi, fuori e dentro i confini, dell’Inghilterra e di sé stesso, nei momenti in cui sente l’urgenza del cambiamento con salti di sede, salti di città, salti di vita (ma, come scriveva Seneca, coelum non animum mutat). Così scivoliamo, soffriamo, scopriamo mondi sommersi e accumuliamo ansia e angoscia, che solo fino a un certo punto la musica può alleggerire, fino a quando anche la chitarra non diventa un nemico, uno strumento in mano alle forze che ci stanno annientando.
Ma quello che davvero ti annienta, Nick, è il confronto tra il poco che hai costruito (ma avresti dovuto vivere abbastanza da scoprire che non era affatto poco, da ammirare tu stesso la celebrazione del tuo mito) e la vastità delle opportunità mancate, dei talenti sprecati.
Con l’andatura caracollante di Drake attraversiamo la scena musicale probabilmente più ricca e innovativa della storia: scopriamo talenti in erba, assistiamo alla nascita di capolavori, scriviamo, proviamo, registriamo, riarrangiamo.
Dall’alto del suo metro e novantadue osserviamo tutto con uno sguardo che arriva all’orizzonte, ma sfumiamo i contorni, spaziamo sulla superficie di un mondo in grande fermento, bruciamo con una gioventù ricca di talento, che nel tentativo di uccidere i padri finisce spesso per soffocare sé stessa.
Luca Ragagnin ci fa vivere in prima persona il processo creativo: l’amore per la musica e per Drake è tale da permettergli di penetrare non solo nell’opera finita, di fruirne da appassionato e raffinato ascoltatore, ma nell’animo stesso dell’artista, fino a divenire egli stesso Nick Drake, e Nick siamo anche noi che ci addentriamo nella genesi di Way to blue e sentiamo scorrere questa pioggia fine e leggera e non vediamo più l’artista, ma ne riscopriamo la grandezza, in ogni verso (come in ogni pagina di questo libro), perché in qualche modo è riuscito a raggiungere quello che era forse il suo obiettivo principale (e il suo più grande cruccio): sparire dietro l’opera.
Se Five leaves left è un disco di scomparse, di eccedenze e di lontananze a mano a mano che procede la sua maturazione Drake spinge sempre più all’estremo quella esigenza di ripulire e lasciare al centro solo la musica nella sua essenza. Pura. Scarnificata. Più avanza nel processo creativo, più si avvicina a questa verità, tanto da registrare l’ultimo disco completamente da solo. Solo lui e il tecnico del suono, in assoluto silenzio. Solo voce e chitarra.
I dieci passi di Nick Drake induce a una lettura lenta, fatta di lunghe pause, necessarie per assorbire, ascoltare, rielaborare, ricercare nel presente i semi piantati in quel passato, che seppure solo indirettamente, attraverso l’immortalità, l’universalità della musica, in qualche modo ci appartiene.
Drake naviga in un limbo fatto di vuoto e silenzio, creando frammenti di una musica che è di là da venire. La sua è una silenziosa ribellione a un futuro che non vedrà mai, ma che intuisce e che gli è estraneo ancor più di questo presente in cui già si isola.
Non vuole convincere, non vuole creare proseliti, non è capace di parlare a una generazione che come mai prima (e forse neanche dopo) ha bisogno di credere e di identificarsi in miti viventi. Scrivere e suonare sono il suo mondo. La paura di essere dimenticato si scontra con il terrore di essere riconosciuto, ma se il tuo lavoro, il tuo sacrificio non portano risultati, se con i suoi frutti non sei in grado di sostenerti, finisci col perdere la tua dignità.
Hai fallito e ti è piaciuto, ma poi sei entrato in un loop, ti senti bloccato, sempre più chiuso, isolato, inutile al mondo.
Il silenzio diviene sempre più assoluto, inghiotte tutto e conserva. Diventa totale incapacità di comunicare. Lui c’è ma non c’è. E l’assenza di parole conduce a un’assenza di pensiero. Non sa com’è andata. In fin dei conti non sa nulla e non va nulla, soprattutto le parole, che non ci sono più, sono sparite.
E poi svanisce anche la musica e con lei l’ultimo barlume di lucidità, forse anche di vita.
I dieci passi di Nick Drake è il libro che lo scrittore e poeta Luca Ragagnin dedica al genio e alla vita sfortunata di Nick Drake, uno dei più importanti songwriter di tutti i tempi. Ospitiamo la canzone di Isabella Privitera, Eya, finalista di Musicultura. Con John Vignola. Regia di Roberta Di Casimirro. In redazione Cristiana Affaitati.
TORINO – Arriva il 28 gennaio, nella collana Scafiblù di Miraggi Edizioni, I dieci passi di Nick Drake, il nuovo romanzo di Luca Ragagnin, autore e paroliere noto per le sue collaborazioni con alcuni tra i più importanti nomi della musica italiana.
Il libro dà voce a Nick Drake (1948-1974), figura cardine del folk-rock inglese, rimasto inascoltato in vita e divenuto, dopo la morte, un riferimento imprescindibile. Ragagnin sceglie una narrazione originale: Drake racconta sé stesso da una dimensione postuma, in un flusso di coscienza che attraversa infanzia, musica, solitudine, incapacità di adattarsi alle regole del mercato e fragilità emotiva.
Il romanzo alterna una cronaca biografica intensa e asciutta a una voce “altra”, collettiva e perturbante, che riflette sul ruolo dell’artista nella società, sulla violenza della sensibilità estrema e sulla funzione primordiale dell’arte. Ne emerge un ritratto delicato e feroce, capace di interrogare il lettore sul senso stesso della creazione artistica.
Dieci passi, un destino
Il titolo prende spunto da un brevissimo filmato degli anni Settanta: dodici secondi in cui Nick Drake si allontana di spalle durante un festival mai identificato. Dieci passi prima di uscire dall’inquadratura, dieci passi che diventano metafora di una vita breve e di un’eredità destinata a durare nel tempo.
Arte, cancellazione, memoria
Attraverso riflessioni oniriche e frammenti poetici, Ragagnin affronta temi centrali come la fama, la morte, la memoria e l’arte intesa non come mestiere, ma come necessità e, al tempo stesso, come gesto di cancellazione di sé. Un libro che parla di Nick Drake, ma anche di tutti coloro che ascoltano, creano e si interrogano sul valore ultimo dell’arte.
Dalle nebbie della memoria e dai bytesgranati di un video, custodito daYoutube («Nick Drake 70’s festival »),emerge questa brevissima sequenza,12 secondi, in un cui un uomo allampanato,giacca scura elegante, lovediamo sempre di spalle, ad ampie
falcate sembra entrare nei tipici spazidi un ritrovo giovanile di un tempo,all’aperto, dove si fa musica, peace andlove. Capello lungo che gli lambisce lespalle. Sono le uniche immagini chesi posseggano di Nick Drake, un mitocontemporaneo della musica. Nick e
suoi dieci passi (contati) per usciredall’inquadratura.Nicholas Rodney Drake, detto Nick,uno dei musicisti più colti e misteriosi
del Novecento, nato in Birmania nel1969, figlio di Rodney, lì trasferitosiper lavorare alla Bombay BurmahTrading Corporation. Poi Nick torneràin Inghilterra, dove si formò all’Universitàdi Cambridge. Ma soprattuttoNick, lo sappiamo dai suoi tre unicidischi di folk-rock pubblicati in vita(«Five Leaves Left», «Bryter Later»,«Pink Moon»), soffriva di depressionee, nel 1974, morì a casa sua per overdosedi antidepressivi. In vita guadagnòpochissimo con la sua musica ma,dalla metà degli anni 80, grazie adautori come Robert Smith, David Sylviane Peter Buck, lafama di Nick Drakesi consolidò, trasformandolonell’artistache, anche inconsciamente,
(quasi) tutticonoscono. In «Cinquesecondi», l’ultimofilm di Paolo Virzì, adesempio, la sequenzafinale è accompagnatadalle morbide notedi «Place to Be».Questa lunga premessaper dire cheè da poco in libreria«I dieci passi di NickDrake» (Miraggi ed., pp. 256, 22euro) dello scrittore torinese LucaRagagnin, un ipnotico dialogo immaginario,racconto-biografia perricordare l’arte e la poesia di un autoreche così a fondo è entrato nellenostre fibre spirituali. Nick, nel librodi Ragagnin, racconta la propria vitacon una voce-flusso di coscienza chegiunge dall’indistinta terra della postmorte.Da laggiù ripercorre la suainfanzia, la passione per la musica,l’inadeguatezza nei confronti di tuttociò che sta al di fuori di una canzone,a partire dai sentimenti e dai legamiterreni, la difficoltà di integrarsie accettare le regole commercialidell’arte. La «voce altra », che nonappartiene a nessuno o forse a tutti i
consumatori di opere e che irrompeper dire la sua sulla figura dell’artistaassoluto, violento e fragile. Una voceche procede per evocazioni oniricheche prende spunto, appunto, dall’unico,brevissimo filmato che abbiamodi Drake.Luca Ragnanin ha iniziato un tour dipresentazioni, nelle librerie, con ospitiillustri. Dopo la data dell’11 febbraioall’Nh Collection di piazza Carlina,il 15 febbraio alle 18 il giro proseguealla libreria Luna’s Torta di Torino(via Belfiore 50), per poi proseguirea Padova, Gorizia, Udine, Rovereto
e tornare a Torino, il 27 febbraioalle 18.30, a L’Ibrida Bottega. Bellepagine evocative, quelle del libro diRagagnin, perché, anche così, nonci si stanca mai di ascoltare la voce diNick che, con la sua chitarra, ci parla,ancora e ancora. E anche se « […]al ragazzo altissimo restano ancoracinque passi (perché, ndr) l’intera suastoria di uomo adulto in movimentosi concluderà tra cinque passi […]», idischi di Drake, con la sua Luna Rosa«Pink Moon», continuano a mostrarciuna via possibile per la nostra (agitata)esistenza contemporanea.
Drake è la mia ossessione da 30 anni – Gli ho rivelato il suo successo postumo. Il suo unico linguaggio era la musica le persone donne o uomini non lo interessavano.
Una passione coltivata a lungo e un nuovo libro. Esce mercoledì 28 gennaio per Miraggi Edizioni “I dieci passi di Nick Drake”, lavoro che si legge tutto d’un fiato in cui lo scrittore torinese Luca Ragagnin ripercorre la vicenda del cantautore britannico, trascurato all’epoca e poi diventato oggetto di culto dopo il suicidio con barbiturici avvenuto nel 1974 a soli 26 anni. Ragagnin, com’è nata l’idea e come si è documentato? «Drake era per me un’ossessione da almeno trent’anni, in precedenza avevo scritto su di lui un racconto breve per un’antologia. A partire da quello mi sono convinto che fosse il momento di mettere mano a un progetto più ampio. Ho letto o riletto, visto o rivisto, ascoltato o riascoltato, tutto quel esiste su di lui. Finché mi sono imbattuto in un video amatoriale, 13″ rintracciabili su YouTube come “Nick Drake Footage”. C’è lui, inequivocabilmente, che cammina in mezzo alla folla, che entra o esce da un evento, non si capisce. I suoi passi sono dieci, da cui il titolo del libro. È anche l’unico video, per il resto esistono solo foto». Emozionato? «Di più, è stato come per un credente potrebbe essere imbattersi nel video che ritrae un santo ai tempi in cui i video si pensava non esistessero». Perché la scelta di far parlare un cantautore in prima persona nelle pagine? «Farlo parlare da morto mi ha consentito di informarlo di fatti che all’epoca non poteva conoscere, segreti che alcuni produttori non gli rilevarono e, soprattutto, il successo postumo cui è andato incontro». Poi ci sono intermezzi, evidenziati con il carattere maiuscolo, in cui prende la parola una voce esterna… «Un’entità non precisata, sognante, che non necessariamente sono io, che punteggia il racconto con riflessioni più generali sulla funzione dell’arte, su cosa sia un vero artista, trasportando così la vicenda nel presente». Quando arrivò il successo postumo di Drake? «Fortunatamente la Island tenne i suoi tre dischi in catalogo, nonostante non vendessero praticamente niente, ma per cambiare il destino ci sarebbe voluta una buona decina d’anni, quando la sua “Pink Moon” fu utilizzata dalla Volkswagen per uno spot diffuso in tutto il mondo. Il resto lo fecero artisti importanti, come i Cure, che dissero di dovere il nome a un suo brano». Resta un mistero la sua sessualità: davvero non c’è notizia di vicende erotico sentimentali nella vita di quel ragazzo? «Qualcuno ha parlato di omosessualità repressa, ma credo che la faccenda fosse un’altra. Il corpo non apparteneva alla sua maniera di comunicare, per lui l’unico mezzo espressivo era la musica, le persone fisiche, donne o uomini che fossero, non gli interessavano». Perché ha dedicato il libro a Max Casacci, di cui oltretutto è “complice di parole” per i testi dei Subsonica? «Perché siamo cresciuti insieme coltivando le stesse passioni musicali e letterarie. La complicità si è rinnovata per il prossimo disco del gruppo, cui ho dato il mio contributo». Qual è oggi la sua Torino? «Sostanzialmente casa mia, sono tornato da una decina d’anni nel quartiere Crocetta, nell’appartamento in cui ero cresciuto. Dalla finestra della cucina, che è una delle mie postazioni di scrittura, vedo l’oratorio dove passavamo le giornate Max e io. Esco poco, ma di sicuro lo farò l’11 febbraio, quando presenterò per la prima volta il libro all’NH di piazza Carlina con Gigi Giancursi e Carlo Bordone».
Luca Ragagnin sta per arrivare in libreria con il nuovo volume dedicato a NickDrake «Può farci riflettere sulla funzione dell’arte odierna in un mondo che va in fretta».
Figura poetica e tragica del folk inglese tra gli anni Sessanta e Settanta, Nick Drake ci ha lasciato tre dischi meravigliosi, di cui i posteri si sono accorti solo molto tempo dopo la sua morte, avvenuta nel 1974 a 26 anni per un’overdose di antidepressivi. Di lui esiste solo un video di pochi secondi, ripreso di spalle a un festival, in cui si allontana facendo dieci passi. «Non siamo nemmeno sicuri che sia Drake, anche se la figura alta e magra sembra proprio la sua», dice Luca Ragagnin, scrittore torinese e «complice di parole» dei Subsonica, che all’artista britannico ha dedicato un nuovo libro che prende spunto e titolo proprio da quel video, I dieci passi di Nick Drake, in arrivo il 28 gennaio per Miraggi. Una creatura letteraria ibrida, affascinante, né biografia né romanzo, ma entrambe le cose. Con due voci narranti: la prima del cantante e la seconda … di chi è la seconda?
«Si potrebbe pensare che sia la mia, ma non è così. È una voce incorporea che mi serviva per le considerazioni che volevo fare sull’artista puro che si sottrae alla società dello spettacolo. Ma è anche una voce che si muove in una dimensione onirica, seguendo i dieci passi del video, ossessionata da questo cantante che – in un’epoca in cui la musica faceva grandi numeri – decise di rimanere indietro: per la sua mente, la sua indole, ancor prima che per la malattia schizofrenica».
Perché questa storia merita di essere raccontata nel 2026?
«Per l’amore enorme che provo per lui da decenni. E perché credo che la sua esperienza possa offrire un gancio per ragionare su alcuni aspetti della funzione dell’arte odierna, in un mondo ormai privo di attenzione, dove c’è una fretta enorme nella fruizione di tutto».
Un Nick Drake oggi che fine avrebbe fatto?
«I problemi che trovò all’epoca si sarebbero moltiplicati, con la differenza che forse non avrebbe trovato un Joe Boyd, il produttore che lo sostenne, produsse i suoi dischi e ottenne dalla Island la promessa che non sarebbero mai usciti di catalogo, nonostante le poche vendite. Probabilmente non avremmo la sua musica: se hai un motore diesel, oggi nessuno ti aspetta».
La parte biografica è tutta attendibile o ha inserito elementi di fiction?
«Le linee della vita sono quelle reali, compresi aneddoti curiosi come l’incontro in Africa con i Rolling Stones e il loro caravanserraglio. A essere inventati sono i dialoghi. Lì mi sono concesso le licenze maggiori, per esempio immaginando un incontro tra Nick Drake e Anthony Phillips dei primi Genesis, che aveva paura del palco e suonava seduto. Drake aprì davvero un loro concerto e ho pensato a un dialogo tra questi due artisti timidi».
Il libro è dedicato a Max Casacci, «mio fratello che sai la musica».
«Ci siamo conosciuti poco più che bambini all’oratorio della Crocetta. A 15 anni ascoltavo già tanta musica, ad alto volume, con le finestre aperte. Max e gli altri amici mi venivano a trovare. E visto che stavo al pianterreno, entravano direttamente dalla finestra. Poi ne abbiamo passate tante assieme, attraversando la stagione del prog e della new wave, condividendo sempre dischi e libri, senza mai perderci».
Finendo anche a collaborare nei Subsonica. Qual è il suo ruolo?
«Mi è piaciuta la formula che abbiamo usato per il primo disco e abbiamo tenuto empre quella: complice di parole. Una via di mezzo tra il lavoro di editing e la scrittura assoluta».
C’è qualche canzone in cui è stato più complice di altre?
«Con i Subsonica si passa attraverso un numero tale di stesure e re-impasti che alla fine è difficile – e non ha nemmeno senso – dire chi abbia scritto cosa. Tra l’altro, avviene quasi sempre a sei mani, con Max e Samuel. Se devo indicare un brano scelgo Come se, in cui ci fu un gran lavoro di scrittura con Samuel. Un titolo simbolico, visto che è la prima traccia del primo disco».
Da insider, cosa ci può dire dell’imminente festa per il trentennale della band?
«Nulla più di quello che è già stato detto. Sarà bella ricca, con la mostra, i concerti alle Ogr e appuntamenti sparsi per la città in cui sarò coinvolto anch’io».
E del nuovo album che uscirà in primavera?
«Che è ottimo. Sono già uscite due tracce, ma i singoli sono sempre un discorso a parte: parecchi altri brani dentro l’album sorprenderanno i fan».
Invece quali sono tre canzoni di Nick Drake che tutti dovrebbero conoscere e perché?
«Solo tre? Di sicuro River Man, con la sua orchestrazione fantastica; Black Eyed Dog, una sorta di mantra blues dove si parla di un “cane nero” che per me è un riferimento alla malattia; e poi Pink Moon» title-track dell’omonimo album finale, incisa di notte, da solo con la chitarra».
Usiamo cookie per garantirti un servizio migliore.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.