QUANDO I PADRI CAMMINAVANO NEL VUOTO – recensione di Anna Vallerugo su Satisfiction

QUANDO I PADRI CAMMINAVANO NEL VUOTO – recensione di Anna Vallerugo su Satisfiction

È la storia di un padre lontano dall’essere perfetto e che porta invece con sé una discreta summa di manchevolezze: latinista responsabile della realizzazione di convegni attesi e partecipati ma avversati dal piccolo politico di turno, fragile, inattuale insegnante promotore di scelte incomprese dai suoi studenti, il principale protagonista di Quando i padri camminavano nel vuoto è un uomo che negli anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale gode di locale, limitatissima fama.

Gode anche però delle grazie di Ava, giovane donna di servizio che fa girare teste a uomini di ogni età, con cui usciva dalla sua cupezza, dalla sua infelicità sfilacciata.

Innamorato a suo modo pure della moglie, il professore cerca di mantenere salda la rotta della sua numerosa famiglia salvandosi la faccia agli occhi del mondo e a quelli straordinariamente attenti, indagatori, del figlio bambino, colui che narra la sua vicenda (e così facendo anche la propria) e che per lui tesserà un elogio di pietas e tenerezza che stupisce e commuove.

Lo sguardo del figlio nel farsi uomo coglie appieno lo smarrimento della generazione appena dopo il secondo conflitto bellico, quella con in mano le possibilità di un futuro da costruire ab ovo talvolta sprecate: un senso di spaesamento, sconfitta ineradicabile, sensazione di assenza di definizione di ruolo – tragicamente attuali – che chi narra già da bambino fiuta feroce.

Ogni tanto mi prendeva la voglia di non lottare più. Ascoltavo i grandi parlare. Dicevano sempre che il destino era così e così, che era scritto nel Grande Rotolo. Ogni tanto facevo il tifo per mio padre. Speravo che tenesse duro, che il destino in piena non se lo portasse via. Mi sembrava che a volte non avesse più voglia di lottare per uscire dalla corrente, ma che lottava invece per rimanerci a tutti i costi. Una grande nuotata collettiva, verso la foce del fiume. Mi immaginavo dove portasse il fiume. Il destino era questo fiume in cui ti immergevi e poi ti piaceva farti portare via, era bellissimo e irresistibile. Anch’io avrei voluto, purché con mio padre. Ma mio padre non si decideva, avrebbe voluto uscire dal fiume e restarci dentro contemporaneamente. Faceva un mucchio di cose strambe, che erano contemporaneamente di due segni opposti. Le faceva non solo per il suo dolore congenito, ma anche perché un pezzo della sua natura era anarchica. Ma contemporaneamente perché la sua natura non era abbastanza anarchica. Allora era fuori dalle righe sia quando faceva l’anarchico, sia quando non lo faceva.

Quando i padri camminavano nel vuoto, segnalato al Premio Calvino dal comitato di lettura con un altro titolo, I vivi e i morti, ora giustamente riproposto nell’accurata edizione di Miraggi, Collana Scafiblù, è un romanzo di sconfitta e resistenza, battute d’arresto, cadute, scelte esistenziali e sentimentali che si ripeteranno a specchio, nonostante tutto, anche nelle generazioni a venire, quelle che vivranno in periodi di maggiore saldezza.

Piergianni Curti, laureato in fisica, specializzato in didattica della matematica, dal nome al contrario proprio come il protagonista del romanzo, traccia con grande efficacia la storia di un padre naturale e di altri padri che il figlio-voce narrante ricerca per suo puntello, per non camminare nel vuoto, appunto:padriputativi, figure genitoriali di passaggio, che entrano ed escono – molto ben definiti caratterialmente – per mille ragioni dalla vita di questa famiglia raccontata con ironia.

Un’ironia efficace e benigna, il tratto più significativo di quest’opera, che è romanzo di formazione ma soprattutto di individuazione e tessitura coesa di frammenti, da cui usciranno infine non una, ma due figure difficili da dimenticare, poetiche, piene d’amore.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

DI SANGUE E DI FERRO – recensioni su Premio Letterario Giovanni Comisso

DI SANGUE E DI FERRO – recensioni su Premio Letterario Giovanni Comisso

Nel 1972 esplode una bomba a Peteano, vicino a Gorizia, uccidendo tre carabinieri. Gli inquirenti sospettano alcuni militanti di Lotta Continua. Due di loro, un ragazzo e una ragazza che frequentano la facoltà di sociologia a Trento, finiscono con l’automobile nel lago di Levico, cercando di sfuggire all’arresto. Il figlio di tre anni rimane orfano. Alcuni mesi dopo vengono arrestati sei balordi goriziani che non c’entrano nulla con l’attentato. Poi vengono scarcerati. Per dieci anni le indagini brancolano nel buio, depistate dagli inquirenti che le conducono.
Che ruolo hanno avuto i genitori del piccolo? E i nonni che si sono presi cura di lui? Sono stati vittime o sono stati colpevoli?
Il velo comincia a sollevarsi nel 1986, quando Vincenzo Vinciguerra racconta al giudice Felice Casson i retroscena dell’attentato e le trame più oscure della destra eversiva degli anni settanta. Ma purtroppo non basta. Il mistero della morte dei due ragazzi non riesce a squarciarsi.
Un romanzo sulle oscurità della Storia e sull’impossibilità di ricucire il presente con il passato, anche per quanto riguarda le vicende personali. Una storia che accende la luce sulle mille menzogne che formano la nostra identità, su tutto quello che abbiamo bisogno di raccontarci e di farci raccontare per proteggerci dalla forza travolgente della realtà.

Viviana Di Domenico

Il secondo romanzo di luca Quarin, Di sangue e di ferro, Miraggi scafiblu Edizioni, non può deludere le aspettative di chi ha amato il suo esordio letterario, avvenuto tre anni fa con Il battito oscuro del mondo, Autori Riuniti, Edizioni. Con questo libro l’autore riprende e ricuce alcune tematiche e riflessioni di fondo che apparivano nel suo precedente romanzo. Penso in particolare alla dicotomia tra la razionalità e l’impulso di morte (un’oscura volontà di potenza?) che accompagna il dispiegamento sia individuale sia storico dell’Occidente. Il protagonista della vicenda è Andrea Ferro, un cinquantenne precario che si arrangia facendo l’assistente universitario a contratto ed eseguendo cover di cantanti country americani in improbabili locali torinesi. Lo spartiacque, quella frattura che inevitabilmente incrina l’esistenza adolescenziale di Ferro è rappresentata dall’improvviso aggravarsi delle condizioni di sua nonna Antonia. Il protagonista del romanzo torna a Udine, sua terra di origine, per occuparsi della donna che lo ha allevato. Attraverso le sue confessioni e reticenze, grazie anche agli enigmatici interventi di altre figure emblematiche, Ferro ricostruisce alcuni tasselli mancanti del suo passato, laddove la storia individuale finisce per coincidere con le pagine più oscure della storia d’Italia nell’epoca del terrorismo rosso e nero. Che cosa lega la morte dei genitori di Ferro, avvenuta in seguito a un misterioso incidente stradale, alla strage di Peteano? Che ruolo hanno avuto i nonni, in quanto esponenti dell’estrema destra cittadina, nelle vicende di quegli anni? Perché il protagonista viene perseguitato da un misterioso autore che aspira a pubblicare per la casa editrice con cui collabora? E che fine ha fatto Silvia, l’eterna fidanzata di Ferro, che spesso lo abbandona e ama sparire nel nulla?
Di Sangue e di ferro e un’opera che già dal titolo fa presagire il carattere dicotomico che soggiace alla sua elaborazione. Per cercare di comprendere la direzione verso cui muove la sua esistenza, il protagonista deve riuscire a comprendere la differenza tra realtà e verità; tra i fatti intesi come narrazione deformata dai sentimenti della memoria e i dati oggettivi che la storia dispone sul grande tavolo dell’interpretazione intersoggettiva. Che rapporto c’è fra la storia individuale e la storia di una nazione? È possibile decodificare la misteriosa e oscura volontà che muove il divenire dell’uomo e dei popoli? Si possono ancora scrivere romanzi onesti in cui non si raccontano solo i fatti riconfigurati da una memoria fallace, ma in cui sia possibile illuminare la forza cieca che guida da sempre le contraddizioni dell’Occidente?
A voi la risposta. Non dovete far altro che tuffarvi nella lettura di questo romanzo sublime, anche grazie all’eleganza di uno stile ipnotico e travolgente.

Laura Scaramozzino

“Una cosa è tua quando sai cos’è, e sai cos’è quando la racconti a qualcuno.”
Quanto influscono le narrazioni sulla costruzione dei nostri ricordi, del nostro passato e della nostra identità?
Quanto influsce la narrazione sulla costruzione dei ricordi, del passato e della identità di un personaggio di un romanzo?
Chi racconta, quanta e quale verità consegna al suo interlocutore?
E questa verità quanto aderisce alla realtà?
Andrea Ferro, protagonista di questo romanzo, si trova a camminare tra le strade del suo passato, di un passato che non ha mai conosciuto fino in fondo e da cui è fuggito prima che le domande diventassero insopportabili. Ferro è cresciuto con le risposte che ha deciso di farsi bastare, su quelle risposte ha dato direzione alla sua vita e alla sua identità.
L’aggravamento delle condizioni di salute della nonna lo riporta a Udine, dove le domande si risvegliano e dove iniziano ad arrivare risposte diverse e da più direzioni.
Andrea cerca di unire i puntini e di dare un contorno definito al suo passato attraverso i racconti delle persone che ritrova a Udine, ma fino alla fine gli sfugge la dimensione di quella verità che sta cercando.
La storia della famiglia di Andrea, la storia di un attentato per cui non sono mai stati trovati i veri colpevoli, la storia del nostro paese dagli anni ’70 ad oggi, tutte queste storie sono appunto “storie”, narrazioni, sono lo specchio deformante della realtà che restituisce verità possibili, tante quante sono le narrazioni possibili.
La riflessione è densa, i rimandi letterari e filosofici sono tanti, e ricercati, ma il romanzo riesce con un ottimo ritmo a far convergere i fili verso il loro finale, verso l’origine del racconto.
In fondo le storie e la Storia, sono racconti, come i romanzi, e non è detto che realtà e verità coincidano.

Giorgia Gatti

Di sangue e di ferro è un romanzo che usa ripetutamente la myse en abyme, talvolta anche come coupe de théâtre, per accendere la miccia narrativa che fa detonatore alle altre storie, circuitando il lettore dal particolare all’universale e viceversa. Questa modalità permette all’autore di ragionare sul senso della Storia e delle storie e davvero non mancano i riferimenti, sempre appropriati, alla riflessione e rilettura politica che prende il via a partire da un tragico evento concreto: la strage di Peteano. Però il romanzo batte più strade, oltre a quella maestra. E, per altre vie, non secondarie, ci porta all’interno delle sue fondamenta. Mi spiego: Quarin srotola le pieghe della narrazione, ci fa entrare nel meccanismo – quasi una nouvelle vague della scrittura – del romanzo in sé e per sé, facendo la spola tra realtà e finzione in un continuo gioco di specchi. Orbene, sappiamo che i protagonisti dei romanzi, per quanto autobiografici, vivono all’interno del romanzo. Quarin sfida la legge della gravità narrativa e li sposta al di là della scena in cui vivono. L’effetto è singolare. Ma più che l’effetto, è senz’altro la inequivocabile dichiarazione d’amore che Quarin fa alla letteratura quella che infine trionfa, sul sangue e su ferro.

Barbara Codogno

“Ricordava davvero qualcosa?” si chiede il protagonista di questo romanzo. Andrea Ferro è un uomo sfocato la cui vita procede su piani paralleli. Andrea Ferro è ricercatore universitario sotto il giogo del professore ordinario, è lettore presso la casa editrice Editori Riuniti, suona in un Pub, fa da balia all’ex fidanzata, ma Ferro ha, soprattutto, un passato. La storia di Andrea Ferro si mescola con la Storia d’Italia. Il romanzo raccoglie testimonianze storiche sulla lotta tra destra e sinistra, tra Lotta Continua, le Brigate Rosse, Gladio, l’eversione nera e l’epoca dei depistaggi, senza dimenticare gli spettri della Decima Flottiglia Mas. Quello di Luca Quarin è un romanzo che si autoalimenta a mano a mano che procediamo con la lettura. È una camminata nelle terre dell’autofiction, ma allo stesso tempo sembra quasi prenderne le distanze, come se l’autofiction fosse una scappatoia o, più semplicemente un mezzo d’indagine che non può dare i risultati desiderati. Questo è un libro che pone molte domande. Alcune delle quali spettano al lettore. Ad esempio, il quesito più intrigante che ci si possa fare dopo aver letto “di sangue e di ferro” ha a che fare con la veridicità delle fonti riportate. Non possiamo essere certi che tutto ciò che è stato citato sotto forma di contributo storico corrisponda al vero. Possiamo essere sicuri però che tutto ciò che è inserito in questo romanzo ha l’unico scopo di rispondere alla domanda iniziale “Ricordava davvero qualcosa?”

Gianluigi Bodi

Cos’è di sangue e di ferro di Luca Quarin? Autofiction come strumento per diffidare della grande Storia, e affermare che è “vera” solo la sua narrazione? Un romanzo sul romanzo, volto a saggiarne la tenuta delle regole nel postmoderno? Una contaminazione di generi letterari disseminata di interrogativi filosofici? Tanti sono i piani di lettura di questo romanzo. Che però resta solido nel suo ancoraggio contenutistico: scandagliare l’eversione nera in uno dei suoi più inquietanti episodi, la strage di Peteano (31 maggio 1972). Ferro, il protagonista, si interroga sulle responsabilità di suoi familiari nell’intreccio perverso fra apparati dello Stato, logge massoniche, organizzazioni neofasciste che hanno depistato per anni le indagini, imboccando la “pista rossa” nel tentativo di saldare l’autobomba di Peteano all’omicidio Calabresi (17 maggio). Sono i miasmi di questa putrida storia che avvolgono i protagonisti del romanzo, è inseguendo la sua trama che l’autofiction rimane tesa nello sforzo di avvicinarsi a una verità. Una verità che brucia, forse non risana, forse non esiste neppure, forse è solo l’eliminazione di qualche errore. Tuttavia la sua ricerca consente al narratore di prolungare la vita indagando i misteri della Storia attraverso le storie dei protagonisti, grandi e piccoli, con uno stile che si fa solido, teso, scevro da compiacimenti estetizzanti. Ferro e i suoi congiunti vengono strappati alla Storia che sospinge ai margini del nulla le piccole storie come la sua. Quella Storia che assegna alle piccole storie la sorte di essere narrate, mai di narrare. Una storia che Ferro vuole dimenticare, perché “dimenticare è la nostra unica libertà” [pag.151]. Ma dimenticare non per rimuovere il passato oscuro: dimenticare come fanno le esistenze fortificate, come fa la natura “che ricomincia a ogni istante i misteri dei suoi parti infaticabili” (Balzac). In questo senso “di sangue e di ferro” prolunga la vita del lettore. E in questo senso si può dire che “lo scrittore è il profeta che guarda al passato”.

Marco Quarin

Il romanzo di Luca Quarin e’ come una matrioska che cela al suo interno almeno altri due romanzi ed altrettanti coprotagonisti: Andrea Ferro orfano cresciuto dai nonni legati a movimenti eversivi della destra, Luca Quarin scrittore in cerca di riconoscimento e Vincenzo Vinciguerra autore della strage di Peteano tutti indissolubilmente legati tra loro.
Niente e’ pero’ come sembra a prima vista e bisogna arrivare alla fine della narrazione per toccare con mano tutti i depistaggi subiti dall’inchiesta sul fatto di sangue e nel contempo dalla memoria su ciò che ricordiamo e su come ricordiamo.
Un romanzo molto profondo da leggere con attenzione per i quesiti che inevitabilmente ognuno di noi si pone.

Gabrielle Regini

Un consiglio di lettura intenso, che non consente tregua allo sguardo del lettore. Nel 1972 esplode una bomba a Peteano, vicino a Gorizia, uccidendo tre carabinieri.
Depistaggi, indagini, memoria con cui fare i conti. Un romanzo sulle oscurità della Storia e sull’impossibilità di ricucire il presente con il passato, anche per quanto riguarda le vicende personali.

Natalia Ceravolo

Un libro poderoso, di grande qualità letteraria.
Un romanzo matrioska, di quelli che al loro interno contengono altre storie in un intreccio stretto e inaspettato.
La prosa è notevole specie nelle parti dedicate al protagonista Andrea, giovane insegnante che accorre non appena riceve la chiamata da un’infermiera, che avvisa che la nonna si sta aggravando.
Quarin è un autore straordinario, che lascia senza fiato.
Nonostante io prediliga le scritture asciutte devo dire che questo è un romanzo che ti cattura e che regala delle pagine indimenticabili.
Quarin non dà tregua al lettore, lo trascina dentro la vicenda, fa capire che si tratta di una storia vera, fa saltare i confini fra fiction e autofiction.
La cronaca racconta cne nel 1972 esplode una bomba a Peteano, vicino a Gorizia, uccidendo tre carabinieri.
Depistaggi, indagini, memoria con cui fare i conti. Quarin scrive un romanzo sulle oscurità della storia e sull’impossibilità di ricucire il presente con il passato, la vicenda personale è impastata di sangue e di ferro. La verità è un puzzle da ricostruire con fatica e a caro prezzo.

Francesca Maccani

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://www.premiocomisso.it/recensioni-di-di-sangue-e-di-ferro-di-luca-quarin/?fbclid=IwAR1pRNuHYpVB2Fx_ak2gSMr9r2SC6wIWTyrucBDjgLRGFN50Bu93NXqSkdY

DI SANGUE E DI FERRO – recensione di Gabriella Crema su La Repubblica

DI SANGUE E DI FERRO – recensione di Gabriella Crema su La Repubblica

Peteano e l’eversione nera

A meno di un mese dalle elezioni che avevano assegnato la guida del paese a un nuovo esecutivo presieduto da Giulio Andreotti e a due settimane dall’omicidio Calabresi, il 31 maggio 1972, a Peteano vicino a Gorizia, una bomba esplode in una Fiat500 sulle rive dell’Isonzo uccidendo tre dei cinque carabinieri intervenuti in seguito a una telefonata anonima. Si brancola nel buio: da principio si sospetta una coppia militante di Lotta Continua che muore in un incidente automobilistico lasciando un figlio di tre anni. Segue un decennio di indagini fumose depistate dagli stessi inquirenti, ed è solo nel 1986 che si fa luce quando il reo confesso Vincenzo Vinciguerra svela i retroscena della strage e rivela le trame oscure della destra eversiva degli anni Settanta. Ripercorre le tappe di questa triste pagina di cronaca italiana, il romanzo “Di sangue e di ferro” che Luca Quarin ha appena pubblicato nella collana Scafiblù per la casa editrice Miraggi, ma racconta anche di Ferro, vittima di un intrigo politico di cui non conosce gli ingranaggi, protagonista di una storia nella Storia che racconta al lettore la genesi stessa del romanzo, facendo luce sulle mille menzogne che raccontiamo a noi stessi per costruire la nostra identità, e quelle che ci raccontano cui vogliamo credere per proteggerci dalla forza travolgente della realtà.

QUI L’ARTICOLO:

DI SANGUE E DI FERRO – intervista a Luca Quarin di Salvatore Massimo Fazio su La Sicilia

DI SANGUE E DI FERRO – intervista a Luca Quarin di Salvatore Massimo Fazio su La Sicilia

Il dolore nella propria storia

“Di sangue e di ferro” di Luca Quarin affronta le vicende della destra eversiva degli anni Settanta. «Andrea è costretto a misurarsi con le proprie origini».

Dieci anni per Miraggi edizioni. La casa editrice torinese che ha curato nel dettaglio diverse collane e si è imposta all’attenzione mondiale per aver tradotto per la prima volta in Italia personaggi del calibro di Habral, vanta nella sua squadra diversi siciliani, non ultimi, Daniele Zito o Angelo Orlando Meloni. Il genetliaco cade il 15 maggio e i tre fondatori, Fabio Mendolicchio, Alessandro De Vito e Davide Reina, hanno puntato su un countdown per giungere il 15 nel gruppo facebook del del blog siculo “Letto, riletto, recensito”, proponendo una diretta alle h. 18:00. In uscita il 30 marzo era “Di sangue e di ferro”, romanzo che narra di Andrea che un amico editore gli sottopone uno “strano romanzo”, che con il passare dei giorni si intrufola sempre di più nella sua vita. Da lì la discesa di Andrea in un tempo che si è sempre sforzato di dimenticare attraverso alcune vicende essenziali, dove lo stesso autore diventa personaggio.

Lo speciale logo per i 10 anni Miraggi edizioni

Lo speciale logo per i 10 anni Miraggi edizioni

Quali sono le vicende?

«Andrea è costretto a misurarsi con le sue origini, prima che queste scompaiano definitivamente. Le vicende sono quelle della destra eversiva degli anni settanta».

E lo strano romanzo?

«Lo “strano romanzo” e la conversazione con il suo autore lo incalzano sempre di più: tenta ad esempio di fare luce sulla morte dei propri genitori e sulle responsabilità storiche dei suoi nonni».

Da cosa nasce l’idea e perché questo intreccio di temi che convergono all’identità?

«L’idea nasce a Treviso, a un corso di scrittura tenuto dall’amica, Bruna Graziani, che ha sollecitato i partecipanti a scrivere un testo su una loro esperienza. Una ragazza ha raccontato un momento davvero doloroso della sua vita, è stato lì che ho cominciato a riflettere sul rapporto che esiste tra gli eventi della nostra vita e il modo con cui li raccontiamo agli altri. Sull’identità, può capitare che il desiderio di “raccontare una buona storia”, che ciascuno di noi ha provato di fronte alla domanda di qualcun altro, prevalga su una “verità” di cui ci sfuggono i contorni oppure che vogliamo nascondere al nostro interlocutore, per debolezza, per colpa, per il dolore che porta dentro di sé, modificando addirittura i nostri ricordi, visto che, come diceva Freud, rimaniamo estranei anche a noi stessi».

Quali sono in genere i temi da cui attingi per scrivere?

Luca Quarin

Luca Quarin

«Mi interessa soprattutto quello che accade attorno a me. La politica, l’economia, la scienza, la filosofia. Ovviamente moltissimo la letteratura. Mi interessa pochissimo, invece, quello che accade a me stesso e quello che ha a che fare con la mia esperienza personale. Anzi, di solito cerco di evitarlo come la peste. Se mi viene in mente qualcosa che ho vissuto o qualche persona che ho conosciuto, scarto l’idea senza indugiare un attimo. Credo molto nell’invenzione, piuttosto, o se preferisci nella reinvenzione, anche se la polemica mi sembra assolutamente inutile. Inventare tutto o non inventare niente mi pare che non renda giustizia ai meccanismi con cui il linguaggio rigenera tutto quello che ingoia».

E il tema di “Di sangue e di ferro”?

«Da un po’ di tempo ho l’impressione che nel nostro paese stia riemergendo un’idea di destra irrazionale, mistica, metafisica, che ha trovato terreno fertile nell’azione disgregatrice che tecnologie e globalizzazione hanno compiuto sui soggetti e sulle strutture della società e che ricorda molto il fascismo di Gentile e di Croce. La progressiva messa in ombra delle corporazioni (i partiti, i sindacati, et alii), tanto per fare un esempio, ha lasciato spazio a un bisogno indefinito di comunità che adesso, si soddisfa in un pensiero nazionalista e sovranista che travalica i limiti dell’individuo e lo protegge dagli assalti della modernità. Qualcosa di simile alla promessa fatta dallo stato islamico, per intenderci.

Nel suo complesso, però, mi sembra un’operazione abbastanza disperata che cerca di aggrapparsi ad alcuni valori che sono già stati asfaltati dalla storia».

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Dunque qual è la differenza tra realtà e finzione letteraria?

«Dai tempi di Plutarco è noto che “chi inganna è più onesto di chi non inganna e chi si lascia ingannare è più saggio di chi non si lascia ingannare”. Questo discorso, se da un lato riporta al patto tra scrittore e lettore, e quindi a quella “sospensione volontaria dell’incredulità” di cui parlava Coleridge, dall’altro lato rinvia alla consapevolezza del proprio ruolo, che ci sia o meno».

Miraggi, covid e i 10 anni di storia…

«… più l’intervista per il più noto quotidiano delle tue parti: felicissimo!».

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.salvatoremassimofazio.it/smf-per-la-sicilia-il-dolore-nella-propria-storia-intervista-a-luca-quarin/

DONNE DI MAFIA – intervista di Salvatore Massimo Fazio a Liliana Madeo su La Sicilia

DONNE DI MAFIA – intervista di Salvatore Massimo Fazio a Liliana Madeo su La Sicilia

Anche la mafia ha il suo lato oscuro

Liliana Madeogiornalista ardita e scrittrice, dopo 25 anni nella la collana Scafiblu della torinese Miraggi Edizioni, torna con “Donne di mafia”, pubblicato inizialmente per Mondadori. Da qui iniziamo a farci raccontare come è avvenuta questa nuova edizione con Miraggi: «È il mio esordio con Miraggi. La proposta è venuta da loro stessi. Mi è piaciuto proprio che non venisse da una big». Potentina di Genzano di Lucania, sarà inviata del quotidiano La Stampa, per passare dal mondo dello spettacolo alla cronaca tra luci e ombre dell’attualità. Dal ’90 al ’92 è consulente al programma del Tg 2 Mafalda – Dalla parte delle donne. Ha scritto di terrorismo, criminalità organizzata, salute mentale, femminismo, iter legislativi di norme su violenza sessuale, aborto. Con “Donne di mafia” e “Donne cattive –Storie di donne contro” ha aperto una ‘voragine’ sulla evoluzione di quelle donne che trasgredendo hanno contribuito sia al cambiamento dell’identità femminile sia al varo di nuove leggi.


Venticinque anni fa cosa ti spinse a scrivere di questo argomento?
«Falcone fu ucciso. Quella sera stessa mi chiesi come si comportavano a casa gli assassini. Chi fossero le mogli o le amanti, che rapporto avevano con la mala. Non se ne sapeva niente, né se ne parlava mai. “Lo faccia, lo faccia questo libro“ mi disse a Palermo un giorno un alto magistrato. “Noi non sappiamo niente delle donne di mafia” aggiunse. Credo ancora oggi che le inchieste non hanno un destinatario unico, definito: riempiono un vuoto, si rivolgono a chi non sa e magari vuole sapere».

Chi erano e chi sono le Donne di mafia, delle quali dipingesti due profili?
«Certamente, come ho più volte detto, quelle cresciute in famiglie criminali e quelle che vi sono approdate, tramite relazione con un mafioso, quasi per errore».

Scrivere di mafia, con certi approfondimenti, ti ha arrecato danni, minacce, molestie, ritorsioni?
«No e credo perché sono stata rispettosissima dei dati. Le ricerche, le indagini, non ho modificato nessuna verità che non fossero fatti reali»

Eppure, hai raccontato di chi si è opposto alla ‘famiglia’ mafiosa dove accidentalmente, per amore, vi finì dentro…
«Indagini, inchieste, come ti dicevo, su fatti reali. Donne che pagarono a caro prezzo il loro rapporto sentimentale con un membro di ‘famiglie’; donne che si ribellarono per ottenere la libertà, donne delle quali tutto si sapeva e che ho raccontato, come il loro essere pavide in alcune circostanze. Poche le ardite. In breve, non ho avuto paura di dire quello che scoprivo perché corrispondeva alla verità».

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Donne di mafia, sembrano assorbite in uno stato degenerativo, come anguille che scivolano dalle mani del patriarcato mafioso, per orientarsi verso più orizzonti…

«Le facce delle donne che fanno parte della mafia sono tante: il libro fa nette distinzioni fra loro. Il sottotitolo è chiaro. Il senso e il pregio del lavoro fatto, pubblicato, ripubblicato. Certamente Cosa Nostra nasce come mondo al maschile, dove le donne tacciono e per questo sono rispettate e scelte; tutto è basato su violenza, sul potere, sull’imposizione al maschile. Attraverso gli atteggiamenti, conniventi o di ribellione, si è potuto capire chi ha abbracciato la “causa” e chi ha pagato a caro prezzo per ottenere la libertà».

La teoria della stratificazione sociale asserisce il cambiamento, ma non cancella l’identità.
«Probabile, ma la sicurezza di alcune donne di mafia ad esempio fu dovuta alla tranquillità economica, velata dalla fedeltà verso il maschio: si attivano nel momento in cui l’uomo cade nella trappola di avversari».

Liliana Madeo

Liliana Madeo

Quali differenze ci sono dalla prima edizione della tua inchiesta/libro ad oggi?

«Non esiste più la donna sottomessa all’uomo mafioso. Oggi e l’ho detto anche in una intervista per il mio editore “le compagne o aspiranti compagne degli uomini di mafia non stanno più nella penombra. Parlano in pubblico. Sono viaggiatrici instancabili, anche se nel metro di giudizio dei vertici di Cosa Nostra la donna resta un soggetto inaffidabile, una creatura debole, con molti talenti ma capace di provare emozioni che possono mettere a rischio l’intero territorio su cui la mafia esercita la sua signoria.” (Angela Vecchione, su miraggi.it, n.d.a.)».

Quanto importante è stato il tuo coinvolgimento in prima persona in questa inchiesta ?

«Abbattere il silenzio e i luoghi comuni sulle donne di Sicilia, sulla loro cronica subalternità al maschio e al potere maschile …. ti pare poco? Ti pare un tema relegato nel passato?»

QUI L’ARTICOLO ORGINALE:

http://www.salvatoremassimofazio.it/5178-2/

DONNE DI MAFIA – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

DONNE DI MAFIA – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

Questo libro è stato pubblicato 25 anni fa ed è tornato quest’anno in libreria in occasione della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”, per Miraggi Edizioni. È il racconto dello scombussolamento all’interno di Cosa Nostra che le donne hanno provocato. Cosa Nostra nasce come mondo al maschile, dove le donne tacciono e per questo sono rispettate e scelte; tutto è basato sulla violenza e sul potere, sull’imposizione al maschile. Le facce delle donne che fanno parte della mafia sono tante: il libro racconta le distinzioni fra loro. Le più giovani si mostrano diverse da quelle anziane perché sono state determinanti, incoraggianti ed accanto ai loro uomini che avevano deciso di uscire dal circuito mafioso in cui sono cresciuti e di diventare collaboratori di giustizia. Sono quelle che possono aiutarli ad intraprendere una vita nuova, libera, con tutte le difficoltà che questa comporta. Sono al loro fianco nei rifugi all’estero o in Italia, sotto un altro nome, in luoghi continuamente diversi che il loro stato di collaboratori di giustizia gli garantisce. Alcune li hanno lasciati , alcune si sono suicidate. L’autrice ne cita molte, io qui cito quelle che mi hanno maggiormente colpita . È Rita Atria, la più giovane. Figlia di un mafioso. Il padre è stato ucciso come anche il fratello Nicola. Aveva 16 anni quando ha deciso di andare a parlare in Procura a Sciacca, di nascosto, invece che andare a scuola. Quando il padre è stato ucciso aveva 11 anni, una grande perdita per lei. Con la madre aveva un pessimo rapporto. Quando anche Nicola, che era il suo unico riferimento affettivo è stato ucciso, ha deciso di raccontare quello che aveva visto e sentito nella sua famiglia. “Il mio compito è vendicare mio padre e mio fratello“.

Inizia così per lei un viaggio doloroso, continuerà ad andare in Procura invece che a scuola. Era convinta che il padre non aveva le mani sporche di mafia, lo credeva un Robin Hood, che aiutava chi aveva bisogno ed è stato un duro scontro il suo, con i magistrati che hanno dovuto dirle la verità. Trovava tutte le giustificazioni per scagionarlo, non voleva credere che fosse un mafioso. C’era anche il giudice Borsellino ad ascoltarla ed è stato proprio lui quello che è riuscito ad avere la fiducia di Rita, che è stata allontanata dalla casa materna e messa sotto protezione. Viene messa in un residence insieme alla cognata Angela e alla nipotina, che aveva deciso di collaborare prima di lei. Dalla Sicilia a Roma, Rita era spaesata, ma convinta della sua scelta, mentre la madre faceva di tutto per farla rientrare a casa, fino a minacciarla di farla ammazzare. Dopo questa minaccia non ci sono stati più incontri tra loro. Scriveva di come avrebbe voluto il suo funerale Rita e soprattutto che la madre non avrebbe dovuto partecipare. In quel periodo viene ucciso Falcone, Rita e Angela sono sgomente, sperdute, insieme a Borsellino, rappresentava la possibilità del riscatto. Rita vuole stare da sola, non vuole più stare nel residence, si intestardisce. Incontra un ragazzo col quale inizia una relazione, una boccata d’ossigeno nella sua vita. Studia. Ma vuole vivere da sola, gli consegnano le chiavi dell’appartamento il 21 luglio,due giorni dopo l’uccisione del giudice Borsellino, quello che aveva scelto come padre putativo. “ Quella strage le squassa. Piera ha avuto un collasso da cui non riesce a riprendersi. Rita è come trasognata, fuori di sé……Borsellino era il suo nuovo padre……Nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita “Al settimo piano del suo mini appartamento, Rita vuole stare sola, riflette e si sente inadeguata e sola. Il 26 luglio apre il balcone e si butta nel vuoto. Su un foglietto lascia scritto “Adesso non c’è più chi mi protegge. Sono avvilita. Non ce la faccio più“. La notizia del suicidio arriva di sera nel carcere di Trapani, c’erano rinchiusi alcuni uomini accusati di mafia, un mormorio riempie il silenzio e una voce più alta di tutte grida “Una di meno“. Un grande applauso risuona per tutto il carcere: si fa festa. Neanche da morta avrà la pietà della madre.

Ci sono donne che non condividono il percorso di collaborazione dei mariti e si schierano clamorosamente contro di loro o si chiudono in casa per godere almeno della rete di solidarietà della cosca. C’è chi appena saputo che il marito si è pentito ha indossato il lutto come se il congiunto fosse deceduto. Giacoma Filippello ( ‘Za Giacomina) per ventiquattro anni è stata la compagna di Natale L’Ala, e ha potuto assistere a scie di sangue e conosciuto uomini importanti dei clan, era parte del clan e da tale si è comportata a tutti gli effetti. Quando ha capito che volere giustizia è diverso che vendicarsi uccidendo, s’è trovata sola. Le sue notti sono state tormentate da dubbi e nostalgia ma è diventata una “pentita“. Una delle prime donne di mafia che si sono messe a collaborare coi giudici. Ma di tutta la sua vita avventurosa ’Za Giacomina sempre preferisce ricordare i momenti felici del passato e le indicibili tenerezze di cui l’uomo che ha amato, un boss cui sono attribuiti gravi reati, era capace. Glielo hanno ammazzato, il suo uomo, il 7 maggio ’90, e lei s’è fatta pentita. Per amore e per vendetta. Con furore. “Quando vennero a dirmi che avevano ucciso Natale, mi si annebbiò la vista ……Sapevo che prima o poi sarebbe arrivata la mala notizia.” Dissi: “Chi deve pagare, pagherà ”» ha raccontato al giornalista della «Stampa» Francesco La Licata, siciliano, esperto di mafia, con il quale – dopo il pentimento, in un periodo che era a Roma – aveva voluto parlare. Felicia Bartolotta Impastato, moglie di un mafioso, cognata di un boss, parente di “amici degli amici“ e madre di Peppino assassinato dalla mafia perché ne denunciava i crimini. Cinisi il suo paese, il marito era un padre padrone, prepotente e autoritario. Peppino aveva scoperto i libri, la cultura, sognava di trasformare il mondo. Da ragazzino aveva assistito all’ uccisione dello zio con un’ auto imbottita di tritolo, ne restò molto scosso e scoprí la mafia e che era una brutta cosa. Felicia soffriva del suo matrimonio, viveva con la paura e il silenzio, non poteva permettersi di avere un’opinione personale .Voleva tornarsene a casa dei genitori quando scoprí che il marito la tradiva, non le fu permesso “ Non si usava”. Quando Peppino ha cominciato ad impegnarsi per denunciare la mafia e i loschi affari, lo scontro col marito si era fatto più duro. Minacciava Peppino il marito e lei perché stava dalla sua parte. Ogni incontro col padre era una lite. Non c’era verso di far cambiare idee a quel figlio che tanto amava, ma si sforzava di capire le sue idee, leggeva quello che lui lasciava a casa e cominciò a riflettere su tante cose che aveva intuito. Finché il marito ha cacciato di casa Peppino. Si vedevano di nascosto. Dell’ attrito tra padre e figlio si parlava molto fuori. Il padre morì investito da un’auto, un caso? Per Peppino non c’era più protezione alcuna, il 9 maggio fu fatto saltare in aria, disintegrato. Le indagini hanno puntato su un suicidio e il caso fu archiviato. Ma Felicia , il figlio Giovanni e gli amici di Peppino, respinsero quella tesi. Il giudice Chinnici riaprí il caso. Sì sentenziò che si trattava di delitto di mafia, ma i colpevoli non sono mai stati condannati. Felicia non è più uscita di casa. Hs sempre parlato coi giornalisti ai quali raccontava di sé della sua storia di mogie e madre “ cioè donna d’altri “, condannata a non esserlo per sé. “La mafia in casa mia “ un libro intervista è stato pubblicato da Anna Puglisi e Umberto Santino che hanno dato vita a Palermo al Centro di documentazione “Giuseppe Impastato “ All’uscita del libro nell’edizione Miraggi l’autrice in un intervista per l’editore ha rilevato che non esiste più la donna sottomessa all’uomo mafioso. Oggi “le compagne o aspiranti compagne degli uomini di mafia non stanno più nella penombra. Parlano in pubblico. Sono viaggiatrici instancabili, anche se nel metro di giudizio dei vertici di Cosa Nostra la donna resta un soggetto inaffidabile, una creatura debole, con molti talenti ma capace di provare emozioni che possono mettere a rischio l’intero territorio su cui la mafia esercita la sua signoria.”

Trovo che l’idea di Miraggi di ripubblicare questo libro sia stata una scelta molto coraggiosa e azzeccata. Il libro è la descrizione di un fenomeno che ha coinvolto le donne e che continua a farlo, laddove ancora oggi le donne all’interno delle cosche mafiose continuano a rivestire ruoli di fondamentale importanza. La cronaca più recente è piena di donne che risultano avere ruoli sempre più importanti per la sopravvivenza e la funzionalità dell’organizzazione mafiosa. La loro intraprendenza e capacità di gestire le fila di questo malaffare ha preso sempre più spazio e spesso le abbiamo viste in luoghi di comando. Tutto ciò non giustifica ovviamente il loro operato, sempre di mafia si parla. E di mafia bisogna continuare a parlare per denunciare questa presenza così difficile da sconfiggere. E di mafia bisogna continuare a scrivere e a pubblicare perché non si può abbassare la guardia e nemmeno dimenticare il sacrificio di uomini onesti e di legge che ci hanno lasciato la vita. Oggi la mafia si insinua in tutte le falde scoperte e con modalità sempre più affilate. Falcone ha detto “ Certo dovremo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso . Per lungo tempo,non per l’eternità: perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine “( Cose di Cosa Nostra) L’evoluzione l’abbiamo vista, quella delle donne e delle modalità. Ora mi auguro tanto di poter vedere la fine, con qualche dubbio. Consiglio vivamente la lettura di questo libro perché è un libro appassionante, una scrittura che cattura , una ricchezza di testimonianze tutte vere e davvero interessanti.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.lettorilettorecensito.flazio.com/blog-details?post=82749

DI SANGUE E DI FERRO – recensione di Roberto Mete sul Messaggero Veneto

DI SANGUE E DI FERRO – recensione di Roberto Mete sul Messaggero Veneto

La strage di Peteano e le nebbie della storia. Quando la letteratura fa luce sulle bugie

Ha il sapore della ghost story questo nuovo romanzo dell’udinese Luca Quarin, giunto alla seconda prova narrativa con Di sangue e di ferro(Miraggi edizioni) dopo l’ottimo esordio con “Il battito oscuro del mondo”. Gli ingredienti ci sono tutti, i ricordi sepolti tra le pieghe della storia, una casa antica nel centro di Udine, una vecchia signora in punto di morte, i segreti di una famiglia ben nascosti nei vicoli scuri delle trame giudiziarie, tra i misteri delle pagine più nebulose della cronaca italiana del secolo scorso.

Andrea Ferro, il protagonista, si trova costretto a violare la banalità di un’esistenza piuttosto insignificante, per raggiungere la nonna morente nella città che un tempo era sua, con tutto il pesante bagaglio di ricordi generati dall’enigmatica scomparsa dei genitori quando era ancora un bambino.Chi era sua nonna, ma, soprattutto, chi era suo nonno? Fu davvero un incidente stradale a causare la morte di suo padre e sua madre? Che ruolo ha avuto la sua famiglia nella strage di Peteano, l’attentato dalla dirompente forza simbolica, divenuto, per causa dei numerosi depistaggi a sfondo eversivo, la raffigurazione più dolorosa delle inestricabili ombre politiche del dopoguerra?

Tra richiami del passato, spunti di cronaca giudiziaria e approfondimenti giornalistici, Ferro si trova a fare i conti con l’immagine sbiadita del tempo e persino con lo stesso autore, Luca Quarin, che attraverso un brillante espediente narrativo riesce ad entrare nella storia, confrontandosi con il protagonista sul significato più profondo della creazione letteraria e sulla forza distruttiva della realtà, che nessun romanzo riuscirà mai ad eguagliare. Anche se alla fine sarà lo stesso Quarin a scrivere ad Andrea Ferro che “le storie sono l’unico luogo dove ci è permesso vivere, l’unica esperienza che riesce ad interrompere il sonno da cui cerchiamo continuamente di svegliarci”.

Il romanzo si allontana dalle suggestioni che avevano ispirato il suo primo romanzo: si percepisce la tensione della ricerca e il desiderio di affrontare l’evento storico .

«Ho sentito il bisogno di sfidarmi su alcuni temi che non avevo avuto la forza di affrontare in precedenza, e cioè i luoghi in cui sono vissuto, la Storia che ho attraversato e le mie esperienze personali. L’ho fatto portando avanti due discorsi, un ragionamento sull’identità e un ragionamento sulla Storia, con un protagonista alter ego che mi ha permesso di collegare questi temi».

Quando è nata l’urgenza di immergersi in quegli anni?

«Faccio parte di una generazione che è nata con la politica nel sangue, con una grande sensibilità per le vicende collettive e grande interesse per tutto quello che accadeva nel nostro paese in quegli anni. Una generazione che è vissuta all’interno delle grandi narrazioni del Novecento, aderendo a una o all’altra, e che a un certo punto ha sentito il bisogno di capire che cosa era successo in quel periodo, rendendosi conto dell’inadeguatezza del racconto storico e dell’impossibilità di ricostruire i fatti».

Nel romanzo compare anche il suo autore, che si confronta con il protagonista su argomenti che accarezzano il fine ultimo della letteratura: come è nata l’idea di questo originale espediente narrativo?

«Un’idea nata qualche anno fa parlando di scrittura autobiografica al Festival Cartacarbone, dedicato all’autobiografia, manifestando le mie perplessità riguardo la “rigidità” dello scrivere di sé e il pericolo che questa rappresentazione possa diventare una gabbia della personalità. Mi è parso naturale affrontare il tema dell’identità narrativa, che è il tema centrale del romanzo, mettendomi in gioco come personaggio e come autore, per provare a smascherare le ambiguità che tutti vivono, io per primo, riguardo l’idea di sé stessi».

Ha incontrato da qualche parte il suo Andrea Ferro?

«Diciamo che è un incontro che temo di fare e che per questo l’ho simulato nelle pagine del romanzo, facendolo incontrare con un Luca Quarin che mi sono divertito a maltrattare e che mi somiglia in parte».

La narrativa è in grado di dipanare la nebbia della storia?

«Ho l’impressione che la nebbia della Storia sia proprio legata alla dimensione narrativa con cui si interpretano i fatti che la determinano, l’unico modo che abbiamo per sottrarre gli eventi della vita umana alla mancanza di senso in cui si svolgono. La Storia mi sembra un palcoscenico buio, dove gli attori commentano lo spettacolo appena concluso, che nessuno di noi è riuscito a vedere e che anche loro hanno visto solo per la propria parte, chiedendosi che cosa ne avrà pensato il pubblico».

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://messaggeroveneto.gelocal.it/tempo-libero/2020/05/16/news/la-strage-di-peteano-e-le-nebbie-della-storia-quando-la-letteratura-fa-luce-sulle-bugie-1.38851028

UNO DI NOI – recensione di Maria Anna Patti su Casa lettori

UNO DI NOI – recensione di Maria Anna Patti su Casa lettori

Una baraccopoli in fiamme.

L’odio perde la consistenza oleosa di un pensiero e diventa azione.

Distruggere, annientare perchè

“nostre le strade

nostri i confini

nostri i cieli

sopra gli aquiloni.”

La cronaca diventa poesia e sfuma il nostro senso di impotenza di fronte ad una dilagante paura della diversità.

L’altro, il nemico anche se ha le sembianze di una bambina.

Giovanissima innocente su un letto di ospedale mentre i gemiti si alzano in cielo come preghiere.

“Uno di noi”, pubblicato da Miraggi Editore, fa percepire il pregiudizio, lo esaspera, lo scompone in frasi fatte.

Descrive il nostro tempo feroce dove nessuno si salva.

Daniele Zito ci invita ad ascoltare i colpevoli, gli indifferenti, le vittime.

“Giustizia sociale, Identità, Orgoglio nazionale” tornano come un ritornello stonato, mostrando il volto turpe di una società che non conosce più la compassione.

Il ritmo sincopato crea dei vuoti necessari, bisogna fermarsi, riflettere, accostarsi al testo senza perdere nemmeno una parola.

Il coro costruisce l’attesa, invoca la speranza di un cambiamento.

Il pentimento riuscirà a scavare le radici profonde di tanto insensato patriottismo?

Il rimorso sarà cammino verso la redenzione?

Si spengono le luci, resta un corpo che finalmente può osservare le stelle e un padre che di fronte alla morte si ostina a cercare le ragioni di tanto rancore.

“Con voce roca e fiato corto

Il tempo del sacro si fa strada

Lungo i nostri rosari

Seme dopo seme

Salmo dopo salmo

Espiazione dopo espiazione.”

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

DI SANGUE E DI FERRO – recensione di Barbara Codogno sul Corriere della Sera

DI SANGUE E DI FERRO – recensione di Barbara Codogno sul Corriere della Sera

I misteri di Peteano

Una tragica pagina di storia italiana che parte dalla provincia friulana. Il 31 maggio 1972 a Peteano, un tranquillo paesino in provincia di Gorizia, esplode una bomba che ucciderà tre carabinieri. La «Storia» di quel periodo buio – il periodo del terrorismo e il conseguente stragismo – fa da cornice al nuovo romanzo di Luca Quarin, Di sangue e di ferro recentemente uscito per la casa editrice torinese Miraggi, collana Scafiblù. Quarin fa partire la sua indagine dalla bomba collocata nella Fiat 500 lungo le rive dell’Isonzo. Gli inquirenti all’inizio sospettano alcuni militanti di Lotta Continua. Due di loro, un ragazzo e una ragazza, che frequentano la facoltà di sociologia a Trento, finiscono con l’automobile nel lago di Levico, cercando di sfuggire all’arresto. Il loro figlio, di appena tre anni, rimane orfano. Alcuni mesi dopo vengono arrestati sei balordi goriziani che non c’entrano nulla con l’attentato. Poi vengono scarcerati. Per dieci anni le indagini brancolano nel buio, depistate dagli inquirenti che le conducono. Che ruolo hanno avuto i genitori del piccolo? E i nonni che si sono presi cura di lui? Sono stati vittime o sono i colpevoli? Il libro poggia sulle vicende storiche, sui retroscena dell’attentato e sulle trame della destra eversiva degli anni Settanta, raccontando la storia di Ferro, vittima di un ingranaggio politico che faticherà a conoscere e a capire.

«Peteano è un momento molto particolare del processo storico – spiega lo scrittore – è il momento in cui i membri più radicali della destra eversiva si rendono conto di essere manovrati dallo Stato e si ribellano contro di esso. Lo racconta in modo molto lucido Vincenzo Vinciguerra, uno degli esecutori della strage, nell’intervista che ho riportato integralmente nel romanzo. Peteano è la fine del sogno dice Vinciguerra, è la presa di coscienza che il fascismo e poi la Repubblica sociale sono finiti per sempre e che anche i valori che li hanno alimentati non trovano più spazio nella società industriale italiana». Ma questo di Quarin è soprattutto un romanzo e Ferro diventa espediente letterario, protagonista anche in questo caso – e sempre suo malgrado – di una seconda storia che al lettore racconta invece la genesi stessa del romanzo. Quarin lo scrittore entra nel romanzo, apparentemente come comprimario, e comincia a tessere una relazione, un dialogo sempre più fitto col protagonista del romanzo. Realtà, finzione, Storia si mescolano, portando il lettore a riflettere anche su altri temi: «Mi interessava capire – racconta l’autore – se c’è un modo per sapere davvero che cosa è successo nel passato o se la verità ci è preclusa per sempre». Ma seguendo unicamente questo fil rouge potremo mancare il nodo centrale della seconda grande prova letteraria dello scrittore udinese, collaboratore del Festival Letterario trevigiano «Carta Carbone» e che, col suo primo romanzo, Il battito oscuro del mondo edito da Autori Riuniti, ha vinto il Premio Letteratura dell’Istituto Italiano di Cultura e il Golden Book Awards 2018, come migliore romanzo del 2018. Lo scrittore crea i personaggi e li colloca nel romanzo, li mette al mondo, dà loro la vita in una determinata storia. Ma i personaggi vivranno o resteranno confinati in quella storia romanzesca? Questa domanda letteraria è per Quarin il detonatore che consente di rileggere la Storia. E forse di interrogarsi in profondità sull’incerto, talvolta ipocrita, procedere umano, che costruisce verità comode, utili, pronte all’uso. Quarin però si schiera senza incertezza e infatti Ferro non solo vive ma, vivendo, testimonia il trionfo della verità. O forse siamo ancora dentro a… una storia?

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

DONNE DI MAFIA – recensione di Irma Loredana Galgano su Sul romanzo

DONNE DI MAFIA – recensione di Irma Loredana Galgano su Sul romanzo

La vita delle donne di mafia, tra vittime, complici e protagoniste

Vittime. Complici. Protagoniste recita il sottotitolo del libro di Liliana Madeo. Ma le donne che il lettore incontra nel testo non sono né vittime, né complici, né protagoniste. Non solo questo almeno. E non sono neanche numeri, dati, statistiche. Sono narrazioni. Di vita. Di vite. Di esistenze dominate dal punto interrogativo, all’interno delle quali formulare una domanda può essere, a volte, anche più complesso del cercarne la risposta.

Esistenze evanescenti che appartengono a un mondo fatto di ombre, di confini mai ben definiti. Un mondo di contrapposizioni, Quasi all’incontrario.

Una realtà che non è lontana da quella in cui credono di vivere tutti, che con essa si fonde e si confonde. Un mondo nel quale le scelte non le detta il coraggio ma la mancanza di alternative. Perché quando lo Stato fa un passo indietro, il territorio non resta a guardare e l’anti-Stato diventa Stato e inizia a governare, a suo modo, e a comandare, a volte anche sullo stesso Stato.

le donne che appartengono a questo mondo sono addestrate, esattamente come dei soldati. Solo che non stanno in trincea, o meglio la loro trincea è nascosta e si plasma seguendo l’ombra proiettata dal proprio uomo o dalla famiglia. Spesso è l’unica realtà che conoscono e che vogliono conoscere.

Il libro di Liliana Madeo racconta la vita delle donne di mafia che vivono in Sicilia. È uscito in prima edizione ventisei anni fa, e ora riproposto da Miraggi. Le storie che narra descrivono una realtà antica, maschilista. Un mondo la cui cultura però non sembra essere cambiata più di tanto in tutti questi anni trascorsi.

Le regole dell’Onorata Società, come veniva anticamente chiamata Cosa Nostra, riguardo le donne non sono state di certo stravolte. Restano inferiori all’uomo nella piramide del comando.

Eppure le donne di mafia si muovono in maniera completamente diversa rispetto al passato. Sono istruite, competenti nei più svariati settori, viaggiano, si curano nell’aspetto, partecipano sempre più e sono attive anche in ambito operativo, tuttavia l’affiliazione vera e propria rimane loro preclusa.

A ben riflettere e con una certa amarezza si possono riscontrare dei parallelismi tra l’evoluzione di ruolo delle donne di mafia, dagli anni Novanta ai nostri giorni, e quella delle donne italiane in generale. Anche nella società civile o normale, oppure in qualsiasi altro modo si preferisce indicarla, i comportamenti e le azioni delle donne sono cambiati rispetto al passato. Un cambiamento che forse è iniziato prima, con i movimenti femministi degli anni Settanta, o forse no. Ma ciò che fa riflettere davvero sono le limitazioni, le preclusioni, il maschilismo tuttora imperanti, riscontrabili nei più svariati settori, anche se spesso si tende a mascherarli o sminuirli.

Ed ecco allora che viene da chiedersi se sia l’Onorata Società ad adattarsi ai tempi che cambiano, pur restando fedele ai principi fondanti, oppure se nella Società che per comodità chiameremo civile albergano, magari inconsciamente, tratti comuni alla prima sul ruolo sociale che devono ricoprire le donne.

È triste anche solo pensarlo, me ne rendo conto. Ma ignorando la realtà non la si cambia di certo, Piuttosto si tende ad avallare determinati comportanti.

Donne di mafia parte da un’inchiesta giornalistica realizzata dall’autrice a partire dal 1992 e diventata un libro nel 1994. Nasce dalla curiosità dell’autrice di scoprire cosa pensassero le donne di mafia di quanto stava accadendo, quale fosse il loro ruolo, quali erano i sentimenti che accompagnavano i principali eventi delle loro vite, vite scandite da potere, prestigio, denaro ma anche da violenza, morte, dolore.

Sono anni molto particolari per la Storia d’Italia. Scandali, corruzione, attentati, inchieste, processi, pentitismo… vicende che si intrecciano e si mescolano e a cui non è possibile attribuire un’univoca chiave di lettura che sia al contempo universalmente chiarificatrice.

L’indagine svolta da Madeo contribuisce a far luce su alcuni dei tanti misteriosi aspetti di quelle vicende, in particolare narra di quelli che si potrebbe definire i retroscena, ovvero gli sviluppi privati, interni a famiglie e coppie, le azioni poste in essere da queste tante donne di mafia per salvare la posizione, il potere, la famiglia oppure la vita, propria o dei propri affetti.

Un libro, Donne di mafia, già pubblicato e che ha ispirato anche una miniserie televisiva, eppure si conferma un testo di un’attualità sconvolgente e di un interesse notevole. Leggerlo o rileggerlo, pure dopo averne visto la trasposizione cinematografica, rimane un’esperienza impressionante.

QUI L’ARTICOLO ORGINALE:

http://www.sulromanzo.it/blog/la-vita-delle-donne-di-mafia-tra-vittime-complici-e-protagoniste

DONNE DI MAFIA – recensione di Silvia Morosi su La 27Ora – Corriere della Sera

DONNE DI MAFIA – recensione di Silvia Morosi su La 27Ora – Corriere della Sera

«Donne di mafia»: il tumulto provocato dalle figure femminili all’interno di Cosa Nostra

Vittime, complici, protagoniste. A raccontare le donne dei boss, omertose o ribelli, all’epoca dei primi grandi pentiti e il loro rapporto con il frantumarsi del fenomeno mafioso, è stata la giornalista lucana Liliana Madeo in «Donne di mafia», un’inchiesta giornalistica realizzata in Sicilia a partire dal 1992, e pubblicata nel 1994. Ristampato oggi dalla casa editrice «Miraggi», a 25 anni di distanza, non smette di fare luce e «mettere ordine» nelle intricate vicende di mogli, amanti, sorelle, figlie, giovani e anziane, da sempre immerse nell’ombra della famiglia. Il testo racconta, infatti, il tumulto che alcune figure femminili provocarono all’interno di Cosa Nostra: quelle che incoraggiarono i loro uomini a uscire dal circuito mafioso, abbandonando gli agi del potere; quelle che si pentirono; quelle che abbandonarono il marito; quelle che fuggirono, al loro fianco, nei rifugi all’estero o in Italia, e decisero di vivere sotto un altro nome, in luoghi continuamente diversi; quelle che si schierarono contro i compagni di una vita; quelle che arrivano addirittura a togliersi la vita. «Quando Giovanni Falcone fu ucciso, provai a immaginare la faccia dei suoi assassini, i loro festeggiamenti per il successo ottenuto. “E le mogli?”, mi chiesi. Come li avevano accolti, quella sera, i mariti? Se li erano stretti amorevolmente al petto? Di loro — le donne del pianeta mafioso — si sapeva ben poco», racconta al Corriere della Sera Madeo, ricordando la genesi del libro. «Mi precipitai a Palermo. Parlai con magistrati, dirigenti delle forze dell’ordine, sociologi, avvocati, anche con alcune delle donne che avevano avuto il coraggio di uscire dalle pieghe del silenzio e della sottomissione alle regole di Cosa Nostra. A molte mie domande ottenevo, in risposta, evasività, moti di fastidio e di sorpresa. Ho lavorato a lungo. “Lo faccia, lo faccia questo libro. Non sa quanto anche a noi può essere utile!”, mi incoraggiò un alto magistrato».

Cultura e tempo

E così, pagina dopo pagina, intervista dopo intervista, nacque l’oera nella quale ritroviamo «donne giovanissime e inconsapevoli, che per amore finiscono nel circuito degli omicidi, tra latitanze, vendette e fughe. Donne che — con gli occhi e il metro di giudizio dell’uomo che hanno sposato — tutto vedono, giustificano, proteggono. O addirittura incrementano. Oppure – quando lui esce dal clan – rinuncia a un giudizio su quanto è accaduto», spiega. Accanto a loro, «ho descritto anche le figure di quante consideravano la convivenza con il marito un incubo e quelle che cui fu la stagione della felicità, sbandierando le virtù del compagno, padre esemplare, cittadino senza peccato». Tutte loro, nessuna esclusa, ci portano a riflettere su quanto sia «stretta la connessione tra noi e il nostro tempo, noi e la cultura che respiriamo». Tutt’altro che misterioso — precisa — è il compito che Cosa Nostra assegna alla donna: «Deve ubbidire, rispettare gli ordini, tacere. Garantisce la sicurezza della famiglia e la continuità del potere all’interno del clan. Le ragazzine dei vicoli di Palermo e delle periferie siciliane lo sapevano ma – ignoranti, sole, catturate dal richiamo sessuale e sentimentale oltre che dalla visione degli agi di cui avrebbero potuto godere – si inserirono senza titubanze in quel mondo cupo, maschilista, violento», chiarisce.

Rabbia, pena e ammirazione

Nel corso delle ricerche sul campo, «ho scrupolosamente riferito quanto proveniva dalle fonti ufficiali. Esili e sbiadite sono state le voci di replica», sottolinea. Senza dimenticare la «rabbia provata davanti alle matriarche, alla loro indefessa attività mafiosa, e la pena per quante – senza successo – sono andate nelle piazze a urlare i nomi degli assassini di una persona cara, di un figlio». A prevalere, però, è sempre stata «l’ammirazione per quelle che hanno portato il marito a denunciare i crimini commessi e i loro complici, a “parlare” dando il via a nuovi filoni d’indagine. Penso a Margherita Gangemi, moglie di Nino Calderone. Di famiglia non mafiosa, con un diploma e un impiego all’Università di Catania, si innamorata del bel giovane e lo sposa. Subito capisce qual è la sua attività ma tace, stipulando con lui una sorta di patto del silenzio. Finché un giorno – anni dopo – vede i rischi che incombono su di loro e viene allo scoperto. Fa partire Nino alla volta della Svizzera, gli organizza l’accoglienza presso suoi amici e strutture religiose, vende la casa e i gioielli, si licenzia, lo raggiunge …. Sarà lei a chiamare Falcone con cui si incontreranno a Marsiglia».

Il cambiamento di Cosa Nostra

Cosa o cosa non è cambiato da allora ad oggi? «Cosa Nostra è cambiata del tutto, nella struttura e nella gestione degli affari. Pure le figure femminili — anche se ufficialmente il loro ruolo resta quello di sempre — sono cambiate. Oggi non se ne stanno più nella penombra; parlano in pubblico; esibiscono la loro bellezza e i loro talenti. Non solo, sanno usare i mezzi di comunicazione più avanzati; conoscono le lingue straniere; prendono con disinvoltura aerei che le portano da una parte all’altra del globo collegando tra loro poli diversi di denaro e di potere. Ancora, però, non è concesso loro lo scettro del comando», conclude. Quale messaggio è importante rilanciare oggi, alle nuove generazioni che leggono per la prima volta queste vicende sui libri di scuola e non le hanno vissute? «Se un giovane ha interesse per il western, l’horror, il giallo, gli intrichi e gli imprevisti dei giochi d’amore, nelle storie passate di Cosa Nostra trova pane per i suoi denti. E così sarà in grado di gustare ancora meglio le inchieste, gli svelamenti — non poco clamorosi — che si preannunciano».

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://27esimaora.corriere.it/20_marzo_26/donne-mafia-tumulto-provocato-figure-femminili-all-interno-cosa-nostra-72e56690-6f78-11ea-b81d-2856ba22fce7.shtml?fbclid=IwAR2TruHco_YSkg-2pi4oVCdgO-SPn8q0PJSMD1A_obmoWWPs59SHQsZt4Bc